Hex, Toundra: recensione

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Hex è il nuovo album delgi spagnoli Toundra, in uscita il 14 gennaio 2022 per Inside Out.

È strano affermare che la miglior band post rock odierna, forse, per idee ed espressività, viene dalla Spagna – non proprio lo stato a cui si è abituati a pensare riguardo il rock, ed in particolare il metal, in generale.

I Toundra fanno un’eccezione. Autori di già sei LP – Hex, il nuovissimo episodio, è il settimo – hanno portato ad un nuovo livello tecnico una strada già preparata da tantissime altre band: Mono, Mogwai, Explosions in the Sky. Ci eravamo già occupati del loro esperimento di lockdown, ossia la risonorizzazione de Il Gabinetto del Dottor Caligari. Le composizioni, operette oscure e crepitanti di fiamme, sono sempre estremamente lunghe e divise in atti; richiedono una certa attenzione all’ascolto, e, soprattutto, capacità immaginativa.

Sebbene sia più facile vedere paesaggi nei soundscape dei Toundra, questa volta l’ispirazione della musica non è naturalistica, bensì intimistica. El Odio, suite in tre parti di ventidue minuti in totale, è una lunghissima e furiosa – appunto – dissertazione sulla corrosione che l’odio apporta nell’animo umano. Nelle parole di Esteban Girón, chitarrista, c’è il disprezzo verso l’omofobia – quell’odio insensato e terribilmente attuale, nel 2021 – ma, spesso, anche per se stessi.

La progressione strumentale di El Odio è geometrica: il primo atto, I, è aggressivo, acerbo, come un’adolescente arrabbiata che scappa di casa dai genitori. È una furia cieca, eppure infantile, maldirezionata – shrapnel esplosivi. Il brano rallenta sul finale, in un’eccellente sezione di chitarra acustica, che continua in El Odio II. Più calma, in un certo senso: una rabbia, una furia, stavolta, ragionata. Eppure, anche amara: nel corso della vita di un essere umano, si cresce e si matura, e quel fuoco interiore cresce e cambia di colore con noi. Può essere livido, viola, ma anche rosso sanguigno. Ciò che tecnicamente caratterizza la seconda traccia di Hex è un lavoro ritmico da parte di Alex Perez pregevolissimo, in grado di scandire semplicemente col ritmo una melodia, degli arpeggi, che sono sempre gli stessi – temi centrali del brano, e core di un animo umano: il passo a cui si vive cambia, ma il nostro nucleo no. La particolarità compositiva dell’intera suite sta nell’alternanza di note molto acute e bassi oscuri, e perfettamente udibili: tutto è chiaro, nulla è nascosto. Lo stesso riff è ripetuto molteplici volte, sempre cambiando qualche dettaglio, aggiungendo un arpeggio come un altro protagonista – un intruso, in quella furia cieca e roboante – oppure un assolo pulito e non distorto.

Lo stesso motivo conclude El Odio II e porta al terzo atto della prima traccia di Hex, col solito rallentamento cui ci hanno abituato i Toundra: qui l’evoluzione dell’umano – scrittore è completa. La rabbia è patinata, è liscia e brillante come la superfice di un grattacielo, come il riflesso su un lago ghiacciato. Strani suoni distorti ma eleganti, ansiosi ma pazienti come chi è certo che otterrà ciò per cui ha lottato, si aggiungono al brano. Infine, la sensazione che si ha è di profonda soddisfazione: quasi un romanzo di formazione cui si è assistiti. Un inno all’esorcismo dei propri demoni, all’affrontarli, e vincerli.

Chissà se la centrale elettrica, con le sue ciminiere bianche e rosse, è una voluta citazione ad Animals dei Pink Floyd: Hex ne possiede un po’ della psicheledelia e dell’espressività strumentale.

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Con Ruinas il soundscape cambia completamente: la batteria, pesantemente effettata, suona come lamiera di un edificio abbandonato colpita dal vento; le rovine interiori di chi è distrutto dall’odio, dal proprio e da quello altrui. Un brano che ricorda Vortex e la sua Kingston Falls – un must-have in ogni album ed un potenziale singolo. La Larga Marcha (La Lunga Marcia) è, invece, una tipica “ascensione” post rock, che parte placida e melodiosa – fortemente jazz – per poi esplodere in un heavy metal finale.

Watt, penultima traccia di Hex – forse il nome dell’unità di misura per la potenza, come se i sentimenti umani si potessero esprimere così? – è un gran lavoro di artigianato e rifinitura, che aggiunge un altro elemento: un sassofono. Brano breve rispetto alla suite El Odio, ma un condensato di lezione di sessant’anni di prog: dentro noterete King Crimson, Yes, Floyd, e poi i Dream Theater, e infine tante delle sperimentazioni in ambito death e avant-garde. FIN conclude degnamente l’album, un suono definito a scandirne l’inizio, come una porta che viene sbattuta con forza: poi un delicatissimo tappeto sonoro, forse un po’ anni ’80, ma speranzoso e tiepido. Un abbraccio dopo una notte al gelo.

Hex è già uno degli album più belli del 2022: aspettiamo con ansia la possibilità che si realizzi un tour.

Giulia Della Pelle
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