Nanowar of Steel, Italian Folk Metal: tornare seri

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I Nanowar of Steel ormai sono definibili come una band internazionale, e non più come una realtà solo italiana. Il loro nuovo album, Italian Folk Metal, è il primo pubblicato sotto Napalm Records.

Appena mi è arrivato l’album in anteprima ho pensato subito a quanto sarebbe stato strano e difficile recensire un album dei Nanowar of Steel. Infondo non si è davanti ad un concept album in cui si deve ricercare il significato dei vari testi, o un album in sai che troverai qualche perla a livello strumentale. Probabilmente avrei due possibilità: parlare di quando mi divertano i commenti dei metallari indignati sui Nanowar che scherzano suonando metal, oppure di quanto ultimamente la band romana stia rischiando di finire per, diciamo, non funzionare più.

Ecco, opterei per la seconda possibilità, perchè infondo anche per “scherzare” ci vuole talento, soprattutto per evitare di finire nel mondo del “trash”. Quindi posso dire che per recensire il nuovo album dei Nanowar of Steel, dal nome Italian Folk Metal, cercherò di capire quando la band sia tornata ad essere “seria” nel suo essere una parodia, anche perchè, ora che sono riusciti a ritagliarsi il loro spazio all’interno della scena metal internazionale grazie alla firma con l’etichetta Napalm Records, sarebbe un peccato finire per essere una band “già finita”.

Tranne per le ultime due tracce, in Italian Folk Metal sono presenti tutti testi in italiano, ed ancora una volta i Nanowar of Steel riescono a presentare grandi collaborazioni nel loro album

Italian Folk Metal si apre con “Requiem per Gigi Sabatini in Re Minore”, una intro strumentale che ricorda molto un gruppo italiano molto noto ormai in tutta la scena metal mondiale, sembra uscito direttamente da un album Fleshgod Apocalypse. Tutto torna, infatti nella seconda traccia, “L’Assedio di Porto Cervo”, alla voce troviamo il featuring proprio con Francesco Paoli (voce ed ormai ex batterista dei Fleshgod Apocalypse). Una canzone che si divide tra il folk metal più piratesco e l’extreme death metal (a sprazzi sinfonico) a cui ci ha sempre abituato la band di Paoli, una traccia da cine-panettone.

Italian Folk Metal

Si continua con il folk più piratesco con “La Maledizione di Capitan Findus”, stavolta però l’altra influenza arriva da uno dei generi preferiti per le parodie dei Nanowar of Steel, ovvero il power metal, da segnale una “chicca” in cui viene citata “La leva calcistica della classe del ’68” di Francesco De Gregori, alla fine della canzone.

“I suoi mozzi son minorenni, ma non c’è niente da dubitar Hanno le liberatorie, firmate da mamma e papà C’è da dire che il capitano qualche carezza di troppo la dà Ma non è da queste cose che si giudica un pescatore!”

Ok, per la prossima traccia c’è da andare indietro nel tempo, ai tempi di quando Magalli divenne l’idolo del web (tanto da ricevere dei voti per essere eletto Presidente della Repubblica). Ecco, i Nanowar of Steel ci sono arrivati un po’ dopo, infatti “La Marcia su Piazza Grande” è dedicata proprio al conduttore che loro definiscono, ironicamente, “nuovo duce”. Arriviamo così alla seconda traccia collaborativa, sempre con un altro cantante, in questo caso si tratta di Alessandro Conti (Trick or Treat e Luca Turilli’s Rhapsody), il titolo è “La Mazurka del Vecchio che Guarda i Cantieri”, un singolo che possiamo definire come “l’altra Norwegian Reggaeton” e sentendola capirete il perchè, o forse già dal titolo.

I Nanowar of Steel sembrano essersi ripresi, per ora, dalla deriva “trash” a cui stavano andando, pericolosamente, incontro

La sesta traccia di Italian Folk Metal la considero praticamente un regalo, anzi, un esaudire un sogno dei tanti fan dei Nanowar of Steel e non solo. Infatti in “La Polenta Taragnarok”, oltre alla presenza di Maurizio Cardullo (Folkstone) alla cornamusa, c’è anche la presenza di Giorgio Mastrota, e no, se ve lo stesse chiedendo non tramite una delle sue televendite già registrate, in questo caso è lui che si è prestato nel registrare una vendita “personalizzata” per la band romana. Strumentalmente siamo di fronte ad un pezzo heavy metal, che porta molto della loro “Giorgio Mastrota (The Keeper of Inox Steel)”.

Sembra che i Nanowar of Steel ci abbiano preso la mano ad unire il metal generi non proprio adatti, e se abbiamo già avuto il reggaeton ed il liscio, con “Scugnizzi of the Land of Fires”, decidono di “scomodare” il neomelodico (e son sicuro che alcuni metallari medi in Italia si indignerà, ma va bene così, anzi). Anche in questo caso la band romana decide di citare un’altra canzone storica della musica italiana, si tratta di “O mia Bela Madunina”, riadattata al napoletano.

“O mio bello Maradona, che sta in fronte a me Pibe d’oro e piccirill, cchiù bello e Pelè Quando o sole se ne scenne Benedici chist fierr Canten tucc “lontan de Napoli se moeur” Ma ’o drago a Napoli morirà”

L’ultima collaborazione dell’album è con Jade dei Frozen Crown, in “Rosario”, una power ballad che trova il suo punto forte sui particolari del testo. E’ il momento della mia traccia preferita dell’album, “Il Signore degli Anelli dello Stadio”, facile per lei farsi preferire da me tifoso, a cui manca l’entrare in uno stadio ed urlare qualche coro. Infatti la canzone è una raccolta di cori da stadio ma per così dire, dedicati, ai vari personaggi del Signore degli Anelli.

Personalmente Italian Folk Metal poteva anche finire dopo la nona traccia, ma non è così, mancano ancora due tracce, di un album che già si è dimostrato molto più positivo rispetto alle aspettative

Essere una band come i Nanowar of Steel significa avere molte libertà, insomma, passare da un genere e tema all’altro, arrivando addirittura a comporre una canzone per una possibile serie TV animata. Si tratta di “Gabonzo Robot”, una traccia che celebra un eroe cattivo. L’ultima traccia è “Sulle Aliquote della Libertà”, in cui, per la terza ed ultima volta, si unisce la “tradizione” al metal, facendo venire fuori una specie di “taranta”.

Lo avrete capito da come ho parlato delle tracce di Italian Folk Metal, perchè con questo album i Nanowar of Steel riescono a riprendersi del tutto, andando ben oltre le aspettative, facendomi rivalutare anche quelle tracce che prese singolarmente potevano sembrare non funzionare. Ho molto apprezzato anche l’aver scritto testi totalmente in italiano, forse consci del fatto che la lingua dia un vantaggio enorme se si tratta di fare riferimenti alla cultura “comica” italiana. La band romana è tornata seria, riuscendo a mettere in commercio un album valido e completo, una vera e propria parodia.

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2 commenti su “Nanowar of Steel, Italian Folk Metal: tornare seri”

  1. Vorrei aggiungere le citazioni di Trilogy Suite o. 5 di Malmsteen nella Mazurka del Vecchio che guarda i cantieri e di Geordie (di De André) ne l’Assedio di Porto Cervo.

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