Lost in the Waves, Landmvrks: recensione

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Lost in the Waves, l’ultima creazione della band metalcore francese Landmvrks, è una vera bomba. Già con gli album precedenti, Hollow e Fantasy, il gruppo marsigliese aveva fatto intravedere un percorso artistico ben preciso, con sonorità melodiche interrotte da potenti urli.

Tuttavia con l’uscita di Lost in the Waves l’animo si infiamma ancora di più: la band scava ulteriormente nella scena indie/rap/trap della Francia, un pot-pourri che aveva bisogno di questa impronta metal per espandere ancora di più i suoi orizzonti.

L’album inizia il suo percorso con Lost in a Wave, canzone che è anche l’elemento chiave dell’intero album. Con una intro stile punk-rock, la band crea un crescendo immediato, leitmotiv che si scatena subito con il growl scatenato del frontman Florent Salfati.

La canzone prosegue con un incontro dettato dall’incontro tra una melodia alla Linkin Park e la brutalità simil Slipknot. Il risultato è un headbanging finale, un climax di cattiveria malinconica che fa presagire, sin dalla prima traccia, l’essenza di Lost in the Waves.

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La copertina di presentazione del nuovo album dei Landmvrks.

Successivamente troviamo Rainfall, traccia tra le più veloci e violente dell’intero album; condensando ancora di più questo animo metalcore misto a rap, i Landmvrks fanno entrare l’ascoltatore dentro uno spazio tagliente. La chitarra di Nicolas Exposito tiene in equilibrio la canzone con il suo fare tamburellante, mentre la batteria di Nicolas Soriano si scatena insieme alla voce esageratamente veloce di Salfati.

Silent, terza traccia dell’album, non lascia nulla interrotto, anche se la costruzione della canzone lascia presagire una grande essenza mainstream al suo interno. Per tutti i tre minuti e diciotto secondi, i Landmvrks si cimentano a saltellare qua e là, tra il tranquillo andare del ritornello e le strofe urlate quasi con rabbia personale.

La quarta traccia di Lost in the Waves prende il nome di Visage. Qui i Landmvrks spingono ulteriormente l’acceleratore, creando una miscela sia linguistica sia stilistica. Se nella prima parte della canzone troviamo infatti un’ode alla trap francese (che per violenza delle parole si avvicina molto al ben più privilegiato collega americano), nella seconda parte la canzone si trasforma improvvisamente.

In tutta velocità la traccia cambia, lasciando al frontman altri due minuti per sfogare completamente i suoi pensieri, che si specchiano nelle parole usate: “I am losing my mind / but I’m trying to forget / I am losing my mind / and I’m falling again”.

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La band marsigliese Landmvrks al completo.

Tired of it All lascia il tempo che trova, essendo una canzone che, fondamentalmente, è un unico ritornello, un susseguirsi di note e parole che trovano il loro apice solamente nella parte centrale. Commercialmente parlando, funzionerebbe alla perfezione in un film stile Never Back Down, nella classica scena dove il protagonista impegna tutto se stesso nell’allenamento in palestra.

La situazione cambia notevolmente con l’ingresso della traccia numero sei, Say No Word. Il Nu Metal prende qui il sopravvento sulla band francese, che mostra nuovamente tutto il suo talento.

I Landmvrks, quasi ad omaggiare i Korn, vogliono rendere palese, attraverso questa traccia, una violenza che quasi si stava perdendo. Con eleganza portano avanti tutta la canzone, facendola culminare in un doom che richiama i grandi classici (Pantera sopra a tutti).

Con Always la situazione torna al livello di Tired od it All: la melodia prende nuovamente il sopravvento sulla novità, facendo passare, a chi ascolta, quattro minuti di un “rifacimento metal” di una hit pop.

Con il breve interludio mediterraneo Shoreline, i Landmvrks trasportano, solo per un momento, l’ascoltatore in un oceano di tranquillità, per poi catapultarlo immediatamente in un nuovo giro infernale.

Con Overrated, la voce graffiante di Salfati torna protagonista di Lost in the Waves. Il suo growl di elevata fattura qui è aiutato anche dal grande lavoro svolto da tutta la band: Exposito martella in maniera incessante con la sua Fender, Soriano fa lievitare la canzone con la sua batteria e Rudy Purkat tampona le ferite con il suo basso.

L’ultima traccia dell’album, Paralyzed, ha l’arduo compito di riportare l’ascoltatore sulla terraferma. Dopo aver fatto emozionare con le loro strofe e aver disturbato con la violenza della loro musica, i Landmvrks offrono questo volo di ritorno sulla terra.

L’ultimo minuto però, come in un atterraggio, ci riporta il cuore in gola, facendoci ritornare a pensare di andare ad ascoltare, di nuovo e di nuovo ancora, questo album dei Landmvrks. Il suo ascolto semplice ma non semplicistico lascia grandi soddisfazioni, sia per i più navigati amanti del metalcore & Co sia per i più profani del genere. GG.

Luca Bernardini
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