The Flower Kings: un ritorno al passato con “By Royal Decree”[recensione]

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By Royal Decree è la nuova fatica del supergruppo prog dei The Flower Kings, uscito in marzo 2022 per Inside Out.

Che aspetto dovrebbe avere un “oggetto” per essere definito nostalgio? Molto probabilmente si potrebbe pensare ad una scatola polverosa che giace in soffitta, piena di vinili, idee, sogni infranti e progetti mai realizzati che sono stati abbandonati lì come a dire “lo faccio dopo, tanto ho tempo”.

E non vi neghiamo che, anche chi sta scrivendo queste righe, fa parte di quella categoria di persone, ma torniamo a noi! Se c’è un genere che, miracolosamente, riesce a sopravvivere anche ai giorni nostri è il progressive rock. Certo, viene derivato nelle sue trasposizioni come “neo” (vedi i Marillion) oppure “metal” (vedi Opeth e affini), ma sempre di prog si tratta e non serve quindi scomodare i sovrani King Crimson.

Infatti, andando in Svezia, è molto possibile incontrare un gruppo di personaggi con camice variopinte che suonano una musica abbastanza particolare. E no, non si tratta di una cover band degli Abba, ma bensì dei Flower Kings che festeggiano i quasi trent’anni di attività musicale con un album all’insegna della nostalgia e della parabola del figliol prodigo.

Nostalgia perché, come ha dichiarato lo stesso Roine Stolt, parte di questo materiale risale all’epoca del primo album pubblicato nel 1995 (“Back in the World of Adventures”) aggiungendo come “è stato fantastico scavare in quella vecchia isola del tesoro di ‘musica dei Flower Kings dimenticata prima che i Flower Kings esistessero’ e ricollegarmi ad essa mi ha fatto capire perché e che cosa sono i Flower Kings”.

Parabola del figliol prodigo perché, dopo anni di lontananza, in By Royal Decree, è ritornato il bassista Michael Stolt, fratello di Roine, e quindi si potrebbe dire “fratel prodigo” (ba tum tss). Battute a parte è sempre bello rivedere volti familiari ed è stato lo stesso Roine a dire che “conosciamo entrambi così bene il percorso musicale dell’altro e quindi sappiamo anche dove stiamo andando”.

Una volta detto questo, veniamo ora alle tracce che compongono il nuovo album “By Royal Decree” superbamente illustrato dall’artista statunitense Kevin Sloan. Eh sì, il prog è anche musica per gli occhi viste le copertine!

by royal decree the flower kings recensione

The Great Pretender: non si tratta della famosa canzone di Freddie Mercury, ma bensì di un chiaro esempio di ispirazione “genesisiana” con tanto di riff di chitarra che arricchiscono un tappeto sonoro di tastiere e testi poetici. Gli assoli non mancano di certo, ma la cosa che più colpisce è l’alternarsi di atmosfere più “tranquille” ad altre decisamente più inquiete.

World Gone Crazy: qui siamo di fronte ad uno di quei casi dove il titolo parla da solo. Eleganti metafore ci parlano dunque degli inganni moderni tipici di un mondo impazzito. A deprecare tale follia è dunque un brano decisamente più corale e sentito.

Blinded: come in ogni disco prog che si rispetti c’è sempre una “gara” a chi ha il brano più lungo, e qui si sfiorano gli 8 minuti, ma soprattutto a chi mette più ispirazioni di carattere jazz con fiati degni del miglior Miles Davis o Chet Baker sotto effetto di allucinogeni. Beh, missione compiuta cari svedesi!

A Million Stars: l’aria si fa più rarefatta, anzi spaziale, e si ascende in un’atmosfera fatta di chitarre acustiche e testi forse più da ballad malinconica con intrecci vocali e tastieristici che fanno inevitabilmente pensare al David Bowie degli anni Settanta.

The Soldier: in questi giorni travagliati questa traccia, forse, è la più attuale di tutte. Ma qual è la vera battaglia? Non sul campo contro l’esercito nemico, ma dentro il proprio sé tra cicatrici sulla pelle e tra i solchi della psiche.

The Darkness In You: non sono venuti anche a voi in mente gli Opeth dell’ultimo periodo? Diciamo da “Watershed” in poi. Interessanti poi gli inserti vocali ben amalgamati con tastiere e chitarre che sembrano oscillare sempre tra bene e male.

We Can Make It Work: cambio di registro, quasi più “pop” e di vago stampo Beatles, quasi fatto per dare un po’ di tregua all’ascoltatore. Ovviamente nel senso più buono del termine.

Peacock On Parade: eccetto tre linee in croce di testo, qui arriva finalmente il brano strumentale che tutti volevano sentire e che mostrasse le doti tecniche della band. Eccovi accontentati perciò alzate il volume dello stereo e dell’immaginario mitologico e metafisico.

Revolution: in questo brano, invece, possiamo notare come le ispirazioni di origine britannica, come Yes, Genesis, Camel e compagnia bella, abbiano giocato un ruolo fondamentale per l’ispirazione della band svedese. Eh sì, fa sempre piacere sentire come siano ancora presenti a tale livello nelle coscienze e negli strumenti dei musicisti.

Time The Great Healer: grande senso comune dotato di altrettanta grande verità con un registro, però, quasi più “allegro” e con delle sorte di piccole “marcette” al suo interno. Quasi a voler scandire i diversi anni che una persona vive. Il tutto mentre uno stuolo di suoni elettronici e robotici ci ricordano la benedizione – maledizione della tecnologia.

Letter: cosa fare quando le cose non vanno per il verso giusto? Prendere in mano una penna e lasciare che sia questa a sputare quello che abbiamo dentro su un foglio. Che dire, funziona!

Evolution: ed è festa per gli amanti del prog in ascolto con il secondo brano strumentale. Inaspettato forse, ma assolutamente irresistibile ed interessante per chi volesse improvvisarci sopra in qualunque maniera possibile.

Silent Ways: atmosfere “classicheggianti” e “barocchiane” accolgono l’ascoltatore come un valletto a teatro mentre la chitarra acustica ed i cori si prendono un pochino più di spazio rispetto a distorsioni ed assoli infiniti.

Moth: brano quasi più “sussurrato” e poetico. Date voi la vostra interpretazione a questa falena progressiva.

The Big Funk: quasi come un William Blake dietro alle tastiere o con alla tracolla una sei corde elettrica, in questo brano si esalta la liberazione della mente. Anni Sessanta e Settanta a piene mani insomma!

Open Your Heart: quasi un proseguimento della traccia precedente, ma con una svolta più “romantica” a modo suo.

Shrine: terzo ed ultimo brano strumentale, il più breve con il suo minuto e qualcosina, dettato dai tasti bianchi e neri che fa da introduzione al successivo, e finale, brano.

Funeral Pyres: facendo i giusti scongiuri, visto il titolo, possiamo dire che questo è il brano conclusivo più selvaggio, corale e riassuntivo di questo intero album. Consigliato soprattutto a chi non ha dimestichezza con il genere ed i suoi stilemi classici.

In conclusione che cosa possiamo dire di By Royal Decree? Alzarsi in piedi come a teatro o al cinema e battere le mani perché, questo “By Royal Decree”, ha saputo far vedere tutti i lati della band senza eccedere troppo nella nostalgia e nell’autocompiacimento. Certo, ogni tanto si potrebbe avvertire quel senso di “già sentito” e per un neofita diciotto canzoni sono un po’ tante, ma se sapete ritagliarvi il giusto momento per ascoltarlo, allora, non ve ne pentirete affatto!

Vanni Versini
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