The Ascension di Sufjan Stevens: recensione

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The Ascension è il titolo dell’ultimo album di Sufjan Stevens, uscito il 25 settembre 2020 per Asthmatic Kitty, etichetta indipendente fondata assieme al patrigno (e collaboratore) Lowell Brams.

Il 2020 è stato un anno ricco, per il pop. Per il pop più sperimentale e raffinato, però: abbiamo avuto, fra i protagonisti, Lady Gaga con Chromatica – che, i più, non hanno esitato a definire il The Dark Side of the Moon del pop – e Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple, nonché lo splendido Punisher di Phoebe Bridgers e la ricerca musicale di Agnes Obel e Kelly Lee Owens. Ciò indica tre cose: che la musica, oltreoceano, è fortemente polarizzata dal genere femminile, come fu negli anni ‘80; che il pop is not dead ma ha moltissimo da dire; che Sufjan Stevens, per produrre un album degno dei sovracitati, ossia The Ascension, ha dovuto faticare moltissimo.

Ed un lavoro di grande labor limae, disperazione, ricerca, è effettivamente The Ascension, in cui la figura di Stevens, la sua voce, si rarefà ancora più che in passato, finendo per scomparire. Stevens, da sempre mescolato nel melting pot della musica indipendente statunitense, fatta di The National, Bon Iver, Rosie Thomas, ha fatto il grande salto nel mondo della musica mainstream grazie alla colonna sonora del successo di Luca Guadagnino, Call me by your name, col brano The Mystery of Love.

Mancano le chitarre, i banjo, in The Ascension, e ci sono solo synth. Synth, e, appunto, la voce si fa sempre più eterea, di Sufjan – che, piccolo apprezzamento giuro non sessista, invecchiando, stagiona e migliora, come il pecorino – pur mantenendo il suo sound ben riconoscibile. Lento, molle, riflessivo, lyric oriented.

the ascension sufjan stevens recensione

Così Sufjan passa dal chiacchierare totalmente a ruota libera del proprio paese nella hit e singolo America, che è, peraltro, dodici minuti di intensa suite masterizzata in modo assolutamente eccezionale – suoni definiti, eppure sporchi, giustamente grezzi, ripetuti all’infinito, a creare un’orchestra minimal. Senza, però, risultare pretenzioso – come la ben più famosa collega islandese è finita per essere (leggi qui: Il futuro di Bjork) – ma estremamente coerente ed ottimamente costruito – equilibrato. “Don’t do to me what you did to America!”

Traspare del Peter Gabriel, in The Ascension, e spuntano, ogni tanto, degli Arcade Fire, che, oltre nel sentore epico e ipnotico allo stesso tempo della suite America, si fanno strada anche nella disordinata Deathstar, new wave ed inquietante.

Death star into space

What you call the human race

Witness me resist your fate (I’m your ticket tonight)

It’s your own damn head on that plate

D’altro canto, però, The Ascension, che noi abbiamo iniziato ad analizzare dalla sua fine prima, ed in medias res poi, parte con Make me an offer I cannot refuse, che, sussurrata, frammentata, porta alla romanticissima Run Away With Me, che è ancora debitrice della soundtrack di Chiamami col tuo nome. Sul perché, poi, Video Game, ripetitiva al punto giusto, non sia divenuta una hit, non ho spiegazioni.

La disperata e toccante Tell me you love me è, però, uno dei punti più alti – oltre America – di tutto The Ascension, nel suo ending dream pop: un’apertura all’amore, alla speranza, alla possibilità che, in un futuro vicino o lontano, ci sia qualcosa di migliore.

Il suono di The Ascension, che, purtroppo, a volte scivola nel prolisso, è, in ogni caso, avvolgente – un abbraccio caldo e morbido, una tisana allo zenzero – e, anche nei suoi momenti meno felici, come in Ativan e Sugar, non annoia; le intrusioni ritmiche in Ursa Major contribuiscono a riportare alta la soglia dell’attenzione, così come nelle orecchiabile, quasi dance r ‘n b, Landslide, e Goodbye to all That (che esprime un sound pienissimo, emozionante) ; l’epica di Gilgamesh descrive poi esperienze extracorporee, di contrasto alla reale banalità descritta in Video Games. The Ascension – la shakespeariana Cordelia protagonista – title track dell’album, che fa da preludio alla finale America, propone un maggior ragionamento melodico rispetto alle ispirazioni quasi techno e matematiche del resto dell’album e, dunque, la dolcezza espressa è maggiormente accessibile ad un ascoltatore casuale. Cosa che effettivamente Sufjan ha affermato essere: un sintetico inno alla capacità compositiva, e, su come l’artista debba mantenere un ottimismo ed un’ingenuità di fondo per non perdersi nelle maree della vita pragmatica.

The Ascension di Sufjan Stevens: recensione 1
Cordelia’s Goodbye di Edwin Abbey 1897-1898, tratto dall’omonima scena de Re Lear

Sperimentando, come nei ritmi spezzettati di Make me an offer, Lamentations, Landslide, Ursa Major, fra le altre, Stevens ha musicato un già concettualmente simile quadro di Kandiskij: un ben tangibile astrattismo si è impadronito della musica, innervando e coprendo di muscoli una struttura scheletrica già forte di per sé, senza cadere nel tranello dello stiracchiamento eccessivo. In sostanza, Stevens ha avuto ancora qualcosa da dire in The Ascension, nonostante la crisi di mezz’età e i mille progetti paralleli che ha in piedi oltre alla propria carriera solista. Un album toccante, dolcissimo, da baci intensi, durante i quali c’è spazio per pensiero laterale, riflessioni sulle religioni, sul senso dell’arte, e, come cesura finale, quanto tale corpus di ricerche sia totalmente privo di senso e ozioso; vivere nell’attimo, come si desidera, ascendendo, dunque, dallo struggle della complicatezza alla pacata carezza della semplicità.

Giulia Della Pelle
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