Singolarità musicali: i The Contortionist

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Pochi giorni fa i The Contortionist hanno rilasciato il videoclip di 1979, cover dei The Smashing Pumpkins contenuta nell’Ep Our Bones, pubblicato lo scorso 9 agosto sotto l’egida della Enterateinment One Music.

Una scelta atipica, per una band, quella di realizzare un videoclip per una cover che tanto si discosta dal suo stile materno e su cui, nonostante tutto, a colpi di maestria, ingegno e con sano spirito musicale sono riusciti a imprimere il proprio genoma e stile. Un qualcosa che è possibile solo quando un musicista o un progetto musicale riescono ad assumere un’identità chiara, a fornire un DNA unico, a manifestarsi come vera e propria “singolarità” nel mondo della musica.

E proprio i The Contortionist sono una di quelle rare singolarità che costellano il panorama musicale contemporaneo

Vorremmo fossero di più, certo. Per citarne solo alcune, di cui parleremo in altri episodi, potremmo fare il nome dei The Dear Hunter, degli Sleeping at Last, Low Roar ecc ecc In fondo, però, a rendere uniche queste singolarità è anche la loro assoluta rarità.

Visti personalmente dal vivo circa quattro anni fa, in apertura agli altrettanto noti Tesseract (altra singolarità musicale, non a caso) fin da subito sono stato in grado di riconoscere nella band di Indianapolis quel taglio fresco, estremamente personale e sincero che solo un progetto capitanato da musicisti di una certa caratura potrebbe avere. Già nei controllati e sinuosi movimenti del vocalist Mike Lessard o nei calibrati virtuosismi del chitarrista Cameron Maynard, i The Contortionist hanno saputo dimostrare sul palco la loro natura in qualche modo unica, confermata poi ulteriormente dopo l’incontro con loro nel backstage.

Se già nei primi e più acerbi lavori, Exoplanet e Intrinsic, la band era stata in grado di dare “briciole” del suo potenziale, con l’arrivo al microfono di Lessard i The Contortionist si sono trasformati da promessa a certezza di qualità e originalità

Con Language, album della loro definitiva consacrazione e attualmente miglior capitolo della loro discografia, è impossibile non notare l’accorta e oculata attenzione nei confronti di scape sonore a loro modo imprevedibili ed eccentriche. La fusione tra armonie jazz, dissonanze chitarristiche e riffing singolari (appunto) nella loro forma tagliente e turbolenta uniti a linee vocali dal tono spesso spirituale e ovattato sono gli elementi fondanti di una ricetta originale, mai sentita, irripetibile ed al giorno d’oggi irripetuta.

L’ingresso di Lessard nel progetto ha sicuramente spinto gli esecutori verso una maggiore ricercatezza sonora, anche a causa della sua voce atipica e sicuramente meno rivolta alla durezza quanto più alla melodia, andando così verso una graduale “svestizione” delle influenze “core” tipiche di tutti coloro derivanti dalla scena del prog djent moderno.

La conseguenza è stata l’apertura ad un maggior carico delle già presenti atmosfere ambient, ad un indirizzo dal taglio più prog/jazz culminato, poi, nelle edizioni Rediscovered di quattro canzoni contenute nella deluxe edition di Language e, infine, con Clairvoyant, ultima fatica del gruppo americano.

Il passaggio a sonorità più pacate è ultimato. Le chitarre divengono muri rivolti alla creazione di un tappeto sonoro, talvolta pulito e atmosferico, altre distorto e trascinante. Il riffing passa in secondo piano andando a favorire l’arrangiamento melodico. La voce si stabilizza su cantati dalla natura intimistica e spirituale.

Il pezzo diviene più fruibile ma, allo stesso tempo, non meno ricercato

Forse meno virtuoso nella diminuita attenzione verso soluzioni estrose, barocchismi armonici e via dicendo, ma godibile e allo stesso tempo levigato, dotato di un labor limae sul piano dell’arrangiamento che non può far altro se non confermare la vera natura di musicisti di qualità, pronti ad evolversi ed evolvere, in grado di vestire, ad ogni appuntamento, un abito diverso e allo stesso tempo tremendamente personale, ottimamente cucito su misura.

Con Our Bones, invece, ci ritroviamo di fronte ad un cuscinetto. Un lavoro di transizione che poco fa intuire sulle intenzioni dei The Contortionist anche regalando episodi musicalmente validissimi come il singolo di lancio Early Grave. La loro natura singolare, anzi, la loro natura di “singolarità”, però, risiede proprio nell’incredibile capacità di vestire qualunque materiale musicale da loro toccato di una chiave estremamente personale che permette, anche di fronte a cambiamenti assolutamente drastici, di mantenere chiara la sostanza, lo stile, il messaggio ultimo.

Non ci stupiremmo, quindi, nel ritrovarci una “1979” nel loro prossimo album, consci però dell’attenzione, della personalità e della cura che poche band sarebbero in grado di porvi, garantendone un risultato unico, fresco e, soprattutto, estremamente “Singolare”.

Lorenzo Natali
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