I Blackmore’s Night: la placida seconda vita di Ritchie Blackmore

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I Blackmore’s Night sono un duo composto dal leggendario Ritchie Blackmore e da sua moglie Candice Night, nata Candice Lauren Israelow, unici nel panorama musicale attuale per l’approccio storico adottato nel genere da loro esplorato: il neo-medioeval rock.

Tutti conoscono Ritchie Blackmore. Un virtuoso di qualunque strumento a corda, ed innovatore continuo della musica: suoi i Deep Purple, suoi i Rainbow. Ha contribuito alla nascita dell’heavy metal, alla crescita dell’hard rock – sua è la firma su riff memorabili.

Ma nel 1997 Ritchie, giunto al termine della sua avventura con il progetto Rainbow, successivamente al modesto successo di Stranger in Us All, abbandonò l’hard rock. Abbandonò, quasi del tutto, la chitarra elettrica. Anzi, abbandonò – quasi completamente –  gli strumenti elettronici.

Perché, nel 1989, per un fortuito caso, iniziò la favola di Candice Night e Ritchie Blackmore, che, nonostante la differenza d’età, perdura tuttora. Candice era una fan dei Rainbow, e, nel 1989, stava svolgendo un tirocinio per una radio locale – Radio City Music Hall – e i Deep Purple parteciparono ad un evento di beneficenza – una partita di calcio! –  cui presenziò anche Candice. Che si avvicinò all’epoca quarantaquattrenne Ritchie Blackmore che, testualmente, le disse che era bellissima. Salvo poi lanciarle i calzini sporchi, durante la loro prima uscita, più tardi quella sera.

Comunque, al di là dei romanticismi, la coppia Night-Blackmore si formò ufficialmente nel 1991; Night era già una presenza fissa nella vita artistica di Blackmore, tanto da prestare la voce come alcune backing vocals dell’ulitmo album dei Rainbow, appunto, Stranger in Us All.

Il sodalizio, prima sentimentale poi artistico, portò alla nascita di Shadow of the Moon, nel 1997: e, ora, a tanti anni di distanza, non oso pensare i rocker duri e puri, seguaci e isterici fan di Blackmore sin dagli anni ’60, cosa abbiano potuto provare di fronte alla sonorità celticheggianti, medievaleggianti, di fronte a cotanto florilegio di mandolini, tamburine, viole e violoncelli – quel sentore rinascimentale, da menestrello d’altri tempi, che permea tutto l’album e che permeerà la produzione artistica dei Blackmore’s Night fino ad ora, il 2020.

Blackmore's Night

Ora, il “neo-medioeval rock”, se tale genere esiste, viene solcato da ben pochi artisti. In casa, noi possiamo indubbiamente vantare la presenza di Angelo Branduardi – non ho idea cosa avrebbe potuto creare semmai fosse avvenuto un fortuito incontro con i Blackmore’s Night, a metà anni ’90 – ma, per il resto, il genere è stato affrontato da pochi nomi noti, e prevalentemente in ambiente germanico – cui dobbiamo, e di cui ne è costola, anche il martial industrial dei Rome (band che tratteremo successivamente): annoveriamo, dunque, i Faun (tuttora attivi e florilegi), i Solstafìr, i Corvus Corax, gli italiani Furor Gallico e i tristemente disciolti Folkstone – ma, nella musica mainstream e non relegata a branchia di qualche dimenticato festival world music, possiamot ranquillamente affermare che i Blackmore’s Night siano gli araldi del Rinascimento del Terzo Millennio.

Il primo lavoro della coppia è un classico che conquistò, all’epoca, più o meno tutti, Shadow of the Moon. Per l’occasione, Ritchie si trasformò per la prima volta – mantenendo poi, fino ad ora, quella foggia – in menestrello: e, per la prima volta, il mondo udì la sognante voce, sebbene non particolarmente dotata – ci sarebbe voluto Tobias Sammett del progetto Avantasia per scoprirne la potenza, nel 2018 – di Candice Night. Nell’album, fatto di sonorità lente, ammalianti, distanti, evocatrici d’un tempo esistente durante la guerra delle due rose, fra Tudor e Lancaster, immancabile è la cover di Greensleeves, il più emblematico canto inglese, grande classico live dei Deep Purple. Trasformato, in questo caso, in un antesignano di brani elfico-like, in un’epoca pre trilogia filmica di Lord of the Rings.

Osato imitare da pochi, invidiato da molti, amato da tutti: Ritchie Blackmore già due anni dopo, nel 1999, rilasciò assieme a Candice una gemma violetta, Under a Violet Moon. All’epoca, quasi nessuno ci credette davvero che il chitarrista dei Deep Purple e quasi-fondatore dell’heavy metal Ritchie Blackmore potesse innamorarsi di un’americana e con costei formare un duo di musica medioevale. Invece, fra interviste a Rollong Stones e altri magazine di rilievo, mini tour promozionali, ed una label seria al supporto (una costola della Roadrunner), si capì ben presto che la coppia intendeva fare sul serio. Ed effettivamente Under a Violet Moon, complice la sua incredibilmente catchy title track, è un album senza tempo, ma che guadagna di più ascoltato davanti a un caminetto acceso e con un buon libro di Richard Cornwell davanti agli occhi.

Blackmore's Night

In molti, col tempo che passava, accusarono il buon Ritchie di fomentare il vecchio adagio per il quale un crine di una certa parte del corpo femminile sia più potente di un carro di buoi nello smuovere un attrezzo agricolo, ma tamburelli, archi, successioni d’accordi da menestrello continuarono ad essere presenti nel più raffinato terzo lavoro del duo, Fires at Midnight.

La musica rinascimentale, benchè sempliciotta per i nostri canoni di amanti del prog e delle stramberie post John Cage, è, effettivamente, la radice della musica moderna. Fu durante il ‘500, in ambito prevalentemente italiano, tedesco, e fiammingo, che nacquero le basi per la teoria dell’armonia attualmente ancora valida: geni come il teorico Zarlino, il compositore Claudio Monteverdi, l’organista Hans Hassler – tutte personalità evidentemente note a Blackmore e Consorte, ed evidentemente presenti nel vasto repertorio di musica rinascimentale della coppia. Tutto ciò si nota in Fires at Midnight, la cui vera perla, in cui Blackmore mostra la sua genialità espressiva con una banale chitarra acustica – mani d’oro, potremmo dire – è Storm. Brano che, in omofonia fra voce, violino e chitarra, narra con semplicità l’approssimarsi di una tempesta: vi sfido, in montagna, d’estate, a sedervi su un masso di granito, appoggiato su un prato d’altura, ad ascoltare Fires at Midnight tutto, mentre le nubi si fanno scure sull’orizzonte.

Nella discografia non così varia dei Blackmore’s Night un posto d’onore lo hanno le cover: ed è da esse caratterizzato il successivo Ghost of a Rose, che si apre con la ben nota Way to Mandalay, che ci riporta a sonorità di crociate di straccioni verso la Terra Santa, pellegrini disperati e avidi di una birra, e di una buona canzone, lungo la via. Diamonds and Rust, però, cover di Joan Baez, ci trasporta verso il primo vero e proprio concept album dei Blackmore’s Night, perché Ghost of a Rose, complice anche la sua title track, la ballad Loreley e l’allegra Dandelion Wine, ci narra in molteplici forme quella sensazione di distanza, di incredibile straniamento e lontananza – evanescenza – che in tedesco ha, sinteticamente, nome in fernweh.

Dopodichè, mi duole dirlo, la creatività del duo si esaurì per un lungo periodo. Come un pozzo di petrolio, come una miniera d’oro d’epoca medioevale, come le colline metallifere toscane. Il ritorno nel 2005 con The Village Lantern diede una svolta più rock (perfino con chitarre elettriche!) al sound del duo che acquisì, oltre all’hurdy gurdy e altri strumenti antichi, perfino raffinate tastiere e synth come nel singolo I’ll be There.

Ad ora, i Blackmore’s Night hanno pubblicato altri cinque album, cui l’ultimo, All Our Yesterdays, risale al 2015. Gli anni migliori sono ormai lontani, per il duo, e dunque non mi sprecherò in parole per parlarvi di Autumn Sky o Dancing Moon: vi invito, però, ad ascoltare per l’appunto quest’ultimo lavoro, contenente una pregevolissima cover di Moonlight Shadow di Mike Oldfield. E, per i fan di sola Candice, l’evoluzione della sua voce in soprano squillante e drammatico con Moonglow degli Avantasia, cui è co-protagonista.

Nessuno, nel 1990, avrebbe potuto pensare ad un progetto simile. È questa l’unicità dei Blackmore’s Night: la genialità di un musicista che ha deciso di e ha saputo ottimamente reinventarsi, e la cui creatura è risultata esser un unicum nel panorama musicale. Una vera e propria singolarità.

Giulia Della Pelle
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