Mono Secular Sounds, Old Kerry McKee: recensione

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Mono Secular Sounds è l’album di esordio della one-man band scandinava di Old Kerry McKee, in uscita in ottobre 2020 per Icons creating evil art.

Se leggete le mie farneticazioni da abbastanza tempo, avrete notato il mio fetish quasi erotico per generi di nicchia e singolarita’ musicali (qui il link alla rubrica intera, non ve ne pentirete): nemmeno a farlo apposta, qualche tempo fa, una mini label indipendente, la Icons Creating Evil Art, e’ venuta alla luce come un uovo cosmico, proponendo un roaster di artisti scovati qua e la’ per il mondo – dall’Iran alla Svezia rurale, passando per la talentuosa Louise Lemon – assolutamente sbalorditivo.

E sbalorditivo e’ l’album d’esordio di Old Kerry McKee, al secolo…No, non lo so.  Ad ogni modo, Mono Secular Sounds e’ il sincretismo ecumenico baciato da Czernobog finale fra folk, bluegrass, blues e death metal. Ma Old Kerry McKee canta piu come GG Allin e un’arrabbiatissima Siouxie piu’ che come Bob Dylan (leggi qui la recensione di Rough and Rowdy Ways) o Johnny Winter. Ballano i suoni in un vibrato nasale e malinconico, fuori tempo con la base, che e’ gia’ distorta e lo-fi di per se’, perche’ il nostro usa una chitarra acustica, un’armonica a bocca sporca, e una batteria casalinga. Il tutto ha un sapore arrugginito, di vecchia cantina, riaperta dopo anni e anni di oblio, di whisky scadente, birra rancida, di boschi umidi e di pioggia acida.

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L’idea di imperturbabile, secolare, immutabile status quo sonoro e concettuale permea tutto l’esordio di Old Kerry McGee, a partire da South Spruce, terrificante ballata low key sorretta da ottoni e chitarre acide e guidata dall’armonica a bocca – l’effetto finale e’ lo stesso di una cover acustica degli Emperor – e simile, ma piu’ ricco di orrore esistenziale, dei lavori dei 16 Horsepower, i re depressi della ruralita’ abbandonata da Dio. L’aspetto cristiano e’ del tutto assente, pero’, nel lavoro di Old Kerry Mckee, che preferisce costruire una inquietante apocalisse pagana e blues in Cattles and Wolves, vicina per strumentazione ma lontana anni luce dai lavori della Carter Family – per chi non li conosce, la versione americana del Trio Lescano. Mentre ispirazioni gipsy jazz sono per l’appunto presenti nella distortissima Gypsy Rags, gracchiante di corvi e batterie improvvisate. Lidi piu’ placidi si riscontrano poi in I’ve been building, che abbandona le distorsioni in favore di un approccio piu’ bluegrass, quasi il racconto molle e ubriaco di un wannabe contadino dell’Alabama, di cui mostra l’ispirazione caroliniana per la melodia; la mollezza e dimenticanza, brace di sigaretta nel buio di un portico illuminato solo dalla Luna, e’ esplorata con pittorica intensita’ in Humming on the porch, che, inizia, per l’appunto, con un humming – il disperato e commovente refrain, cantato con voce pulita ed ispirata da Old Kerry McKee, rimarra’ impresso come un inno. Eppure la sensazione trasmessa e’ ben distante dal country americano piu’ malinconico: c’e’ tutto della disperazione esistenziale scandinava, dell’immensita’ dei cieli non sporcati dalle luci delle grandi citta’ ma solo dalle aurore boreali.

Donne e amori dimenticati sono esplorati nella malinconica Woman from Tarnava (che e’ un comune in Romania, fra l’altro): una lunga suite – fatta di saliscendi emozionali – guidata dalla chitarra acustica, che e’ un lungo racconto dal romanticismo cinico e peculaliare; la penultima Anxiety Blues e’ sorretta da potenti riff di chitarra elettrica ed acustica in contrappunto, mentre la finale House of the rising sun – l’ascoltatore e’ indotto a pensare si tratti di una cover degli Animals – e’ una cavalcata country arrabbiatissima suonata disordinatamente alla chitarra – da ubriachezza di New Orleans molesta. Un eccezionale commiato.

Mono Secular Sounds di Old Kerry McKee è dunque un album funereo? Forse. Indubbiamente è un pezzo d’arte vera e propria, libera da ogni preconcetto e da ogni accademismo: uno degli album più interessanti che abbia ascoltato ultimamente.

Giulia Della Pelle
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