Matt Damon, compie 50 anni l’agente segreto più famoso del cinema

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Nel 50° anniversario della sua nascita, noi di Shockwave Magazine vogliamo celebrare Matt Damon ricordando alcuni dei suoi lavori più celebri e versatili.

Dal suo straordinario esordio come attore e sceneggiatore in erba, al ruolo che l’ha reso famoso fino alla sua straordinaria prova come attore. Signori e signore, Matt Damon.

Will Hunting – Genio ribelle, 1997

Matt Damon
Copertina del film.

Un film a dir poco straordinario, commovente, con dialoghi serrati ed incredibilmente emotivi. Per di più Matt Damon e Ben Affleck vinsero il Golden Globe per la migliore sceneggiatura originale al loro esordio mentre Robin Williams si guadagnò la statuetta dorata per il Miglior attore non protagonista.

Matt Damon interpreta Will, un ventenne genio della matematica che lavora nelle pulizie e ha piccoli precedenti penali. Grazie all’aiuto di un terapista e di una ragazza, riuscirà a fare i conti con il proprio passato e a sfruttare il proprio talento.

Particolarmente bello è il rapporto che lega Will a Chuckie (Affleck). Nonostante non siano fratelli di sangue, la loro lealtà è a dir poco stupefacente.

Dall’altro lato, il rapporto con il professore è molto particolare: Stellan Skarsgård è un genio della matematica che scopre di aver trovato un talento quando Will riesce a risolvere un enigma sulla lavagna del corridoio del MIT. D’ora in poi il suo obiettivo sarà convincere Will a continuare gli studi e ad investire tempo nel suo talento.

“Spesso vorrei non averti mai conosciuto, perché potrei dormire la notte. E non dovrei vivere con la consapevolezza che c’è qualcuno come te in giro… e non dovrei vederti gettare tutto al vento.”

Più che altro però lo farà per soddisfazione personale e non perché questo sia la volontà di Will.

Robin Williams invece interpreta lo psicologo che sarà determinante nel percorso di crescita interiore di Will. Per di più l’attore si è dimostrato estremamente versatile nel riuscire ad affrontare scene di profonda drammaticità e poi riuscire ad essere comico. Nel film, tra i due, c’è un rapporto conflittuale: all’inizio infatti le cose non saranno per niente facili. Will è troppo sicuro di sé e della sua capacità di sfuggire alle emozioni e alle conseguenze, mentre Sean si rende conto di quanto sia immaturo nonostante il suo potenziale.

Bourne, 2002 – 2016

Matt Damon
Matt Damon nei panni dell’agente segreto Jason Bourne.

Matt Damon interpreta Jason Bourne, ex agente della CIA. Ogni film della serie rappresenta una sorta di fase della vita di Bourne.

In The Bourne Identity, Jason si risveglia senza memoria e con delle ferite da arma da fuoco riportate dopo l’ultima missione. Non riesce in nessun modo a ricordare il suo nome ma si scopre capace di fare nodi, di saper leggere e scrivere, di fare il caffè, di saper fare i calcoli, di conoscere il tedesco e di saper combattere. Ma senza sapere come e perché.

Mentre tenta di farsi strada tra i suoi ricordi scopre che il progetto di cui faceva parte, Treadstone, gli sta dando la caccia dopo che l’ultima missione non è stata portata a termine. Durante la ricerca della verità s’imbatte in Marie, una ragazza di cui si innamora e che lo seguirà nel suo viaggio.

Una volta risalito al suo passato di assassino, decide di farci i conti e di sbarazzarsene. Incontra il direttore dell’operazione che gli rivela ogni cosa e poi scappa. Gli stessi vertici dell’organizzazione si rendono conto che le cose gli sono sfuggite di mano, così uccidono il direttore e chiudono per sempre il progetto. Jason è così libero di trascorrere la sua vita con Marie.

Dopo due anni di calma apparente, in The Bourne Supremacy, non essendo a conoscenza dello smantellamento di Treadstone, Jason vive in India con Marie. Ma un sicario agli ordini dell’ex vicedirettore, li raggiunge. Nello scontro Marie muore. Jason è così costretto a riprendere le sue vecchie abitudini da spia addestrata per capire chi ancora lo insegue.

Viene poi accusato dell’omicidio di due agenti CIA in missione. Così deve cercare di fuggire e di dimostrare la sua innocenza allo stesso tempo.

Il vero responsabile si scoprirà essere l’ex vicedirettore, che per coprire le sue tracce da talpa ha tentato di far apparire Bourne, l’unico agente rimasto, colpevole. La stessa responsabile dei servizi segreti, una volta appurata la sua estraneità ai fatti di Berlino, gli rivelerà la sua vera identità: il vero nome di Jason è in realtà David Webb ed è nato il 15 aprile del 1971 in Missouri.

In The Bourne Ultimatum Bourne è ancora alla ricerca della persona che era prima che diventasse un assassino. La sua angoscia è sempre alimentata dal bisogno di sapere chi e perché lo ha trasformato in una macchina per uccidere cancellandone l’identità. A questo si aggiunge il desiderio di vendicare la morte della sua compagna. La scoperta di essersi offerto volontario per il programma lo sconvolgerà e per di più riaffioreranno alcuni ricordi sui lavaggi del cervello e il duro addestramento a cui è stato sottoposto. Tutto questo mentre la responsabile dei servizi segreti ha denunciato l’agenzia alla stampa stabilendo il primo tassello sulla scala della giustizia.

In The Bourne Legacy l’ago della bilancia si sposta su un altro agente Aaron Cross, interpretato da Jeremy Renner, appartenente ad un altro programma parallelo, Outcome. Sopravvissuto alla chiusura del programma, ovvero all’eliminazione fisica di tutti i suoi componenti, Aaron deve disintossicarsi dai medicinali che era costretto ad assumere per migliorare le sue prestazioni fisiche.

Pur essendo considerato come il quarto capitolo della saga, in realtà, è un vero e proprio spin-off, con gli eventi che avvengono successivamente rispetto alla linea del tempo di Bourne.

Nell’ultimo capitolo, che ha il suo stesso nome, Jason Bourne è ormai un agente dormiente da 10 anni. A convincerlo a tornare in azione saranno i sinistri obiettivi di un’organizzazione criminale che intende servirsi della tecnologia e del terrore per ottenere il potere.

Gran parte della serie di film è disponibile su Prime Video.

Le Mans ’66 – La grande sfida, 2019

Matt Damon
Matt Damon e Christian Bale in una scena del film.

James Mangold firma un vero e proprio capolavoro, vincitore di due premi Oscar, quello per il miglior montaggio e per il miglior montaggio sonoro.

“C’è un momento, quando sei a 7000 giri, in cui tutto svanisce. La macchina diventa priva di peso, scompare. E tutto quello che rimane è un corpo che si muove attraverso lo spazio e il tempo. 7000 giri al minuto, è lì che lo incontri. Lo senti arrivare, si avvicina al tuo orecchio e ti fa una domanda, l’unica domanda che conta: “Chi sei?”

Questa citazione racchiude in sé e per sé l’essenza del film. L’essenza sta anche, anzi soprattutto, nella presenza di grandi protagonisti con il volto di Matt Damon e Christian Bale. Un duetto di cui non sapevamo di aver bisogno, almeno fino ad ora.

Carroll Shelby e Ken Miles avranno anche due caratteri molto diversi, priorità della vita diverse, ma hanno un’unica cosa in comune, quella che conta davvero: la passione per le automobili e le corse.

Siamo nel 1966: l’americana Ford è in crisi quando un giovane manager propone di scendere dal piedistallo e di atterrare in pista per vincere la prestigiosa 24 Ore di Le Mans, e sfidare il diretto avversario, la Ferrari.

L’impresa impossibile viene affidata a Carroll Shelby, che ha già corso per Ford ed è stato l’unico americano a vincere Le Mans. Per di più, la sua azienda fabbrica auto sportive quindi ha la competenza necessaria. Sceglierà comunque di farsi aiutare da Ken Miles, anche lui pilota e meccanico. La loro collaborazione non piace particolarmente al vicepresidente della Ford che si farà nominare anche responsabile del reparto corse per ostacolarli.

Intanto che la Ford GT40 inizia a prendere vita, Shelby elabora un piano rischioso per convincere lo stesso presidente a fidarsi di Miles. Dopo un’iniziale intoppo e la conferma che Miles è il pilota giusto, arriva il fatidico giorno.

Nonostante qualche problema iniziale, Miles si libera della concorrenza rappresentata dalla Ferrari stracciando ogni record. Quando ormai la vittoria è certa, Shelby gli comunica che la Ford vuole che le tre auto in gara taglino insieme il traguardo. La scena è meravigliosa, se non fosse che Miles è stato ingannato. Avendo percorso più chilometri infatti, il trofeo viene assegnato a Bruce McLaren. Il tradimento brucia soprattutto a Shelby mentre Miles si accontenta di aver comunque gareggiato a Le Mans dimostrando la sua grande umiltà.

Poco dopo, i due sono nuovamente al lavoro per migliorare la macchina quando durante i test di strada avviene un incidente in cui Miles non riesce a salvarsi, sotto gli occhi allibiti di Shelby e di suo figlio.

6 mesi più tardi, Shelby fa visita al figlio dell’amico regalandogli una chiave inglese con cui Miles lo aveva colpito.

Nei titoli di coda, si legge che Ken Miles fu inserito postumo nella Motorsports Hall of Fame of America, mentre la Ford continuerà il suo duello con la Ferrari vincendo le edizioni 1967, 1968 e 1969.

Per una come me che non ne sa niente di motori, di macchine e di gare è stato illuminante.

Sembrava di ascoltare la voce di un nonno che racconta delle sue esperienze più profonde, di come ha costruito centinaia di oggetti in legno. O dei racconti della nonna, di come cura l’orto con amore, dell’opere d’arte che realizza con le sue mani. O delle parole di un pittore, di un cantautore, di un artista, di un veterano di guerra.

Il loro linguaggio, la loro conoscenza, non ti appartiene ma ne rimani comunque estasiata. E in quel momento vorresti soltanto poter avere un casco a portata di mano e sedere accanto ad uno di loro mentre ti sembra di volare.

Tamara Santoro
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