Zeal & Ardor: il memento dell’orrore della schiavitù

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Zeal & Ardor è un progetto fondato nel 2016 dallo svizzero/americano Manuel Gagneux, che si è posto l’ambizioso compito di fondere il black metal scandinavo con la gloriosa epoca della musica della Motown Records: esperimento che, per ora, possiamo definire genialmente riuscito.

Tonnellate di carne umana caricate su navi di legno fradicio, senza cibo ne acqua, deportate incatenate. Catene che tintinnano al sobbalzare della nave nelle onde dell’Atlantico. Tu, solo, incatenato al tuo vicino, schiuma alla bocca, vomito, escrementi, di ciascuna di quelle unità umane e bestiali a confondersi. Un viaggio infinito, un tradimento orrendo da parte della tua gente a te, ultimo fra gli ultimi, innocente o colpevole, semplice merce di scambio.

Lo schiavismo – sebbene pratica dura ad essere eradicata e di cui abbiamo pregevoli esempi anche ora, nel nostro civilissimo paese italico – , almeno nell’accezione moderna del termine, è iniziato allorquando l’uomo bianco approdò nel Nuovo Mondo. Una terra enorme, diversificata, fatta di grandi pianure ed altissime montagne, foreste impenetrabili, acque di mari cristallini, coralli.

Soprattutto, umani pacifici. Che mai avevano subito un’influenza, un raffreddore, le tanto diffuse cicatrici del vaiolo, del morbillo, della varicella.

Furono gli Spagnoli ad iniziare la tratta degli schiavi, nel tardo 1500: poco meno di un secolo dopo che il primo uomo bianco – oltre ai vichingi – aveva posato il primo piede l’orrore della schiavitù era al suo apogeo.

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Cover di Devil is Fine di Zeal & Ardor

Gli uomini e le donne, provenienti dall’odierna Liberia, Ciad, Nigeria, Congo, avevano tutti un passato ed un substrato culturale differenziato: eppure, quasi tutti, volenti o nolenti, vennero costretti a convertirsi al Cristianesimo. Una religione, fatta teoricamente d’amore e di perdono, di rispetto e di dolcezza, in cui trovarono conforto per secoli.

Ma se, invece di abbracciare Cristo, quegli uomini e quelle donne avessero scelto di parteggiare per e con Satana?È da qui che nasce l’idea di Zeal & Ardor.

Inizialmente progetto solista di Manuel Gagneux, che, sin dal 2017, è un vero e proprio fenomeno all’interno della smorta scena metal (insieme ai pochi altri che abbiamo trattato e che tratteremo entro Singolarità Musicali).

Little one better fins your way now
Devil is kind
Little one better find your way out
Devil is kind
Little one better run for your life
Devil is kind
Little one where you going with that knife?
Devil is kind

La fusione fra spiritual/gospel e metal non è una novità. Già gli Oceans of Slumber, guidati dalla splendida voce della vocalist Cammie Gilbert, già ne avevano gettato le basi; Gagneux ha arricchito quel terreno, dissodandolo, concimandolo con l’infinita malinconia delle legioni di generazioni di schiavi.

È con catene scosse che si apre Devil is Fine, l’esordio ufficiale di Zeal & Ardor: un’innovazione, all’atto pratico, sconvolgente, in quanto le commistioni black metal vengono magicamente fuse agli spiritual con una grazia ed una fruibilità ineguagliata. Nelle urla di Gagneux, che ha registrato totalmente in solitaria il suo Devil is Fine c’è tutta la rabbia di migliaia di popoli diversi che si sono visti imposti prima una colonizzazione fisica, e, poi, mentale: nel più intimo hanno dovuto accettare la stravaganza del monoteismo, le assurde regole bibliche, la croce, la storia di Gesù Cristo, dei patriarchi prima di lui, della Genesi, di Adamo ed Eva e del Serpente. E Satana, tentatore, rettile, in Devil is Fine viene visto come araldo della vendetta verso la crudeltà dell’uomo bianco: il portatore dello stendardo degli uomini leopardo. Satana è padre per quei bambini disperati (che, nella congrega di Devil is Fine, ottengono i nomi dei Diavoli dell’antico testamento, enumerati in Children Summon), quella carne al macello, la cui violenza è emblematicamente espressa dalla doppia cassa ovunque presente nell’album; Satana è conforto nel momento della morte (Come on Down), è oggetto di inni – come nel trio di Sacrilegium – e di sacrifici, cui vengono elevati i numerosi linciaggi che hanno insozzato la storia degli africani in America (In Ashes). Cori infernali si levano in Blood in the River, in cui tornano anche le catene della title track.

La musica di Zeal & Ardor , in Devil is Fine, ha avuto il potere di essere sconvolgente e caratteristica fin da subito: un esordio felicissimo che ha lasciato ben presagire per il secondo album.

Gagneux, nel 2018, decise che tutto quell’enorme lavoro di studio, commistione, registrazione, visto anche il notevole utilizzo di effetti e strumenti improvvisati presente nei suoi lavori, necessitava di presenze di altri musicisti. Stranger Fruit vide la luce nel giugno 2018. Al mixaggio il leggendario Kurt Ballou, che ha creduto fortemente nel progetto.

Il titolo, ai più colti, dovrebbe già smuovere qualcosa nella memoria: Strange Fruit, standard jazz che gode delle liriche di Abel Meeropol e portato al successo dalla voce ipnotica di Billie Holiday:

Here is a fruit for the crows to pluck
For the rain to gather, for the wind to suck
For the sun to rot, for the tree to drop
Here is a strange and bitter crop

Zeal & Ardor Stranger fruit recensione
Cover di Stranger Fruit di Zeal & Ardor

Uno strano frutto carnoso, grondante sangue, appeso ad un albero del sud. Profumo di magnolia, fresco e rinvigorente. Corvi che si affrettano a beccare quello strano frutto. Una scena da brividi, per noi: non così inusuale fino a metà ‘900 negli Stati Uniti. E d’orrore tratta Stranger Fruit, nella doppia accezione di strano e straniero: sin dall’introduzione, in cui un tipico gospel – accompagnato da un’accetta che spacca il legno – la sensazione di totale resa e disperazione è palpabile. Non c’è più la rabbia di Devil is Fine, ma la preparazione della vendetta, che sarà fredda, brutale, e tremenda.

Anche il diavolo sembra aver abbandonato quegli uomini e quelle donne: rimane solamente il becchino a scavare le fosse comuni. Già da Gravedigger’s Chant – che ha meritato un video come singolo – il blues della Lousiana viene arricchito di elementi black metal fortemente diluiti che assumono però più preponderanza in brani come Servants e Don’t you Dare, che ci regala pregevoli momenti fra scream e gospel. Come se non ci fossero abbastanza elementi all’equazione, Row Row aggiunge ritmi hip hop – l’effettiva evoluzione della musica del micromondo degli schiavi – a liriche terrificanti:

We are the last of the legion!
The last of the bastion!
We are the best of the bastards!
Enslaved to none!

La forza della propria origine e della propria individualità viene affermata con orgoglio e violenza, senza neppure appellarsi alla trascendenza – che, benefica o malevola, è tipica del diavolo. Che, però, è ancora presente durante il viaggio allucinante dalla terra d’origine alle pianure del sud degli Stati Uniti: Ship on Fire recupera il satanismo e il misticismo di Devil is Fine, elevandolo ad un nuovo livello sia tecnico che contenutistico. Creando un brano, sostanzialmente, da brividi lungo la schiena e sudore alla fronte. L’orrore di un anatema cantato da un coro impregnato di magia nera. L’attenzione per gli altri generi, sebbene a tutto sottenda un certo epòs black metal atmosferico, e l’eterogeneità – nonché la diversificazione del progetto, che lo rendono mai noioso e sempre avvincente, curiosità persistente su ciò che si cela dietro l’angolo – è notevole anche You Ain’t Coming Back che, potrebbe assomigliare, ad una cover black metal di un brano di Ben Harper dei tempi migliori, The Weeknd o di Bruno Mars.

Come ho già detto, la musica di Zeal & Ardor, sia in Devil is Fine che in Stranger Fruit è sostanzialmente terrificante. Studiata per essere terribile, per far torcere lo stomaco con i suoi continui ossimori musicali e lirici; per esprimere con più emozione possibile concetti viscerali, disperanti, frutto d’un’allucinazione di peyote; uomini di cenere, scuri come quella cenere (Built on Ashes), destinati a morire soli. Vissuti tutti assieme, in casette di legno gelide e sporche, in mezzo a sudore, sangue, ed escrementi trasportati dalle loro terre natìe; crudelmente flagellati, appesi a grondare ad alberi di magnolia.

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Screenshot dal videoclip di Gravedigger’s Chant. Fonte: Fabio Tozzi

Con Zeal & Ardor il metal – assieme a pochi altri nomi, come gli Unexpect e i Diablo Swing Orchestra, o i Dance Gavin Dance – ha guadagnato, negli ultimi anni, una duttilità e adattabilità che non si pensava assolutamente possibile in un mondo meno globalizzato.

Dove, però, c’è ancora bisogno di ricordare gli orrori perpetrati nel passato: e, se non di una memoria vivente, almeno della potenza dell’arte ad affermarlo.

Don’t darling die on me now (Don’t darling die on me now)
We’ll dig a grave close to your home (We’ll dig a grave close to your home)
Don’t you fix your eyes on me now (Don’t you fix your eyes on me now)
We never said you’d come back home (We never said you’d come back home)

We are bound to die alone

Giulia Della Pelle
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