Tommaso De Santis per Sottocoperta: lavoratore teatrale a tuttotondo

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Tommaso De Santis è un interprete teatrale e cinematografico, autore di monologhi, e, infine, si occupa dell’organizzazione degli eventi teatrali di Anton ArtHouse di Vinicio Marchioni. Formatosi a Madrid, al prestigioso Estudio Corazza. Una personalità che vive per il teatro, innamorato della sua professione, che prova a fornire risposte e a porsi utili domande.

Benvenuto, Tommaso De Santis, a Sottocoperta, la nostra rubrica che si occupa di snesibilizzare e presentare le problematiche che ci sono attualmente nel mondo di arte e spettacolo successivamente a ciò che è successo nel 2020. Tommaso sei un attore, interprete, scrittore, e fai dunque parte del sistema economico e culturale “teatro” in Italia. Dunque, Tommaso sei un professionista in questo campo: ma senti che, nel nostro paese, la tua professione è vista come produttiva nel sistema economico?

Ciao Giulia! Un conto sono i dati di fatto l’inditto dello spettacolo – il cinema, il ristorante, i mezzi pubblici, i taxi; questo settore involve molti altri settori. La percezione della professione è un concetto interessante;noi abbiamo una grande mancanza sia a livello percettivo che a livello normativo del riconoscimento della figura dell’interprete. Siamo un paese che non ha un CCNL per l’audiovisivo, c’è solo per la prosa – ed è datato! Non risponde alla saltuarietà, una cosa che è un valore aggiunto del nostro lavoro, non una caratteristica da denigrare. In una delle conferenze stampa del governo, siamo stati definiti i “nostri attori che ci fanno tanto divertire”…

Divertire?

Eh già. Ma questo non vuol dire che non sia una professione. Eppure esistiamo. Siamo tanti, professionisti, tendenzialmente liberi professionisti. E questa è una professione che, assieme a tutti glia ltri del comparto artistico, musica, danza, altri ambiti, serve a misurare il grado di evoluzione, crescita, civiltà di un popolo di una nazione. Federico Garcia Lorca diceva che un popolo che non ha a cuore il suo teatro è o morto, o moribondo. Dunque, questo paese è morto o moribondo?

Un mix di entrambe. Dato che comunque hai studiato per lungo tempo a Madrid, noti differenti gestioni per quanto riguarda questa problematica fra la Spagna e l’Italia? In meglio, in peggio? La figura dell’interprete è maggiormente tutelata?

Io in Spagna ho apputno solo studiato, ed ho lavorato principalmente nel cinema, solo una volta a teatro.  Non ho molte informazioni, dunque. Un caso interessante è però la Francia. A Dicembre 2019 sono stato ad una conferenze del Teatre du Soleil di Parigi, in cui dicevano che, essendo una compagnia da 70 componenti, tutti assunti a tempo indeterminato, con uno scarto di poche centinaio di euro di salario fra i senior e i junior, un sistema democratico è possibile. Su un piano internazionale, il mondo è variegato: io credo però che in buona parte dei paesi europei ci sia una maggiore attenzione al valore della Cultura e del Teatro. Famosa la frase di Churchill durante la WWII, quando gli fu detto che era necessario tagliare i fondi per la cultura al fine di finanziare lo sforzo bellico: lui rispose “Se tagliamo la cultura, per cosa stiamo combattendo?”
In cosa consiste l’identità di un paese? L’Italia è Dante, Boccaccio, Petrarca, Dante, Pavarotti, Bolle, Sorrentino: e ciò è solamente cultura. Forse noi abbiamo al fortuna di avere un patrimonio così sterminato da non farci più attenzione, mentre altri paesi devono faticare per riconoscere le proprie punte di diamante.

Riflessione ad hoc, direi. Inoltre, voi interpreti vi siete uniti nell’Unione Interpreti Teatro Audiovisivo (UNITA). Che tipo di attività questa associazione sta portando avanti?

Non tutti gli interpreti si sono uniti, ovviamente, essendo decine di migliaia. Siamo attorno al migliaio. Ci occupiamo di rivendicare il nostro ruolo come lavoratori e professionisti, come, per citare un presidente di regione, qualcuno che “contribuisce allo sforzo produttivo del paese”, e mira a far riconoscere dei diritti alla categoria. Dai grandi nomi, agli sconosciuti come me. Il lavoro di questa associazione è prettamente di dialogo e di studio, in cui si comprendono le reali e complesse problematiche di teatro ed audiovisivo, e di ciò che è connesso a ciò. Il pubblico si forma a scuola, prima di tutto, ed un occhio a quel mondo è doveroso.

Parli del mondo dell’istruzione, le basi della cultura, per riportare l’accento su di esso.

Beh, le basi della cultura in Italia sono sterminate, noi non abbiamo un problema di carenza di riferimenti, forse ne abbiamo troppi; credo e penso molti concoridno con me, che un occhio all’insegnamento e alla scuola sia necessario. Il Covid ha riportato la scuola al centro del dibattito, sebbene su temi inadatti – i banchi a rotelle, la DAD – ma l’ha comunque riportata al centro. Vedremo come si evolverà la situazione. Da artista, rifletto su come le nuvoe generazioni recepiranno il messaggio artistico. Si va verso il digitale, meno verso l’esperienza diretta. Non vorrei mai divenisse un surrogato, che confondessimo esso per il reale. Ci abitueremo fin tanto da non riconoscere la differenza? Sembra Black Mirror, ma siamo così distanti?

tommaso de santis intervista sottocoperta
Gentile concessione da https://tommasodesantis.wordpress.com/

Ecco, hai toccato un punto interessante. Da interprete, sul problema del contatto, sulla mancanza della vibrazione reale, sulla mancanza dell’emozione, del pubblico. Come l’hai vissuta? Ti ha portato a delle riflessioni? O speri semplicemente finisca il prima possibile?

Ah! Come direbbe Guzzanti, la seconda che hai detto! Diciamo che non sono Buddista, ma la sofferenza esiste. Questa è una situazione difficile per tutti, fa accettare meglio le rinunce che dobbiamo tutti fare. si può sempre trarre qualcosa di buono, creativo da ogni situazione. Ora è un periodo in cui il teatro in streaming ha abbastanza successo, le arti performative sono spostate online. Dal punto di vista del linguaggio, può portare a cose interessanti: anche prima del Covid, Elio Germano aveva portato in scena uno spettacolo fatto con i VR, la realtà aumentata. Ci erano stati dei tentativi per indagare nuovi linguaggi digitali. Io però sono convinto che il teatro si componga di tre elementi: il pubblico, gli attori, il luogo. Il virtuale sottrae qualcosa. Il teatro in video è difficile da godere più che di persona. Ci sono tentativi di cinematografizzare il teatro – Ieri, Oggi, Domani con Toni Servillo di Sorrentino. È teatro in video. L’affermazione “io vado a teatro” sottintende l’esperienza sensibile, il movimento. Questo non ha avuto molto risalto in questa fase, forse la carenza di partecipazione fisica alla vita non si sente così tanto. In eterno, però, a mio parere, non potremo prescindere in eterno da olfatto, tatto, gusto, affidandoci soltanto ad udito e vista. Quelle vibrazioni che lo schermo non sa registrare e ritrasmettere. A mio avviso, infin,e c’è un bisogno fisico, biologico, che porterà questa realtà a non essere sufficiente. Ci stuferemo. Vedremo come.

Tu prima hai accennato ad un dialogo che Unita sta portando avanti con le istituzioni. A livello pratico, su cosa si sta imperniando?


Io non faccio parte del direttivo, però ci sono delle iniziative. È di ieri -13 dicembre – la notizia che è arrivato in Italia il primo aereo Covid free, tutti i passeggeri erano stati sottoposti a tampone prima della partenza, ed arrivati a Fiumicino, nuovamente. La provocazione è dunque perchè non poter fare la stessa cosa al teatro e al cinema? Si potrebbero rendere luoghi covid free, con i tamponi rapidi – entrano in gioco altri fattori, ovviamente economici, ma è un discorso da esplorare. Com’è possibile che per ammassarsi nei centri commerciali non servono i tamponi e in 200 a teatro è impossibile? Non è per essere populisti o propagandistico, è un discorso pratico. Penso si potrebbe affrontare con le istituzioni, magari solo una parte dei teatri potrebbero affrontarlo. C’è poi il discorso politico: AGIS ha diffuso a fine ottobre i dati sui contagi avvenuti in teatro nel 2020: su migliaia di spettatori, beh, uno solo. Le statistiche dimostrano che teatri e cinema sono luoghi sicuri. L’efficientissima Germania, però, è tornata in lockdown duro fino al 10 gennaio – ogni cosa va percepita in modo corretto, nel luogo dove le conseguenze avvengono. È un discorso enorme, di istituzioni, professionisti, sensazione di safety del pubblico…

Dimmi Tommaso, a te, come artista, come produzione artistica, come ti ha toccato il primo lockdown duro?

Beh, ti risponderò con una frase di Shakespeare: “Amore, moderati, nell’estasi ti perdi!” Bisogna fare attenzione a trarre conclusioni da esperienze meramente emotive, perché un trauma ha bisogno di un tempo di assestamento. Se e quando subiamo un incidente d’auto, nel momento esatto non ci si rende conto dei dolori che verranno; biologicamente, ogni esperienza ha bisogno di tempo per essere maturata e capirne il significato, anche artistico. E dunque attraverso il tempo può trovare una precisa visione. Ci sono state esperienze para/artistiche collegate al Covid: il tormentone di Alessandra Amoroso, Karaoke, “voglio tornare a far tardi la sera”… Ho avuto la fortuna di vedre in streaming uno spettacolo dal Festival de Otono di Madrid, dove i teatri sono contingentati enon chiusi; con una visione molto interessante, viene preso ad esempio la reazione dei bambini, ossia: come gli si spiega che per due mesi non si può uscire di casa? Trovarono la descrizione di quando liberarono i tori a Pamplona: ecco, il virus è un toro invisibile. Titolo: Es Toro que non vejiamos. Già abbiamo un’espressione artistica. Io a livello personale ho spinto affinchè l’associazione di cui sono presidente, Teatro per la Coscienza, producesse un piccolo format, Decameron 2.0 in cui si leggeva una fiaba al giorno per 30 giorni – una piccola esperienza marginale che ci ha aiutato ad uscire migliori dal primo, non so davvero se dal secondo. Per me, il primo lockdown è stata un’occasione per fare progetti, dal momento che mi occupo anche di organizzazione teatrale per Anton ArtHouse di Vinicio Marchioni – abbiamo portato Caligola al Napoli Teatro Festival. Per la produzione, invece, ci vogliono spazi diversi. Bisogna prima uscire dal tunnel, vedere cosa c’è alla fine, ed infine elaborarlo. Come è successo per l’11 settembre: si tentò di fare film, documentari poco dopo, ma furono flop. Era troppo presto. Il ricordo era vivo, il trauma era ancora lì. E’ presto dunque per farsi domande concrete sulla pandemia. Leggere La Peste di Camus aiuterebbe…

O Cecità di Saramago. Quindi, per il 2021, cosa hai in programma?

Per l’anno prossimo, con Anton ArtHouse siamo in carreggiata – per ora non posso dichiarare nulla! – mentre con Teatro per la Coscienza abbiamo in programma un festival a Pistoia di cui, anche ora, non posso dire nulla – dobbiamo capirne la fattibilità.  Ho sottomano degli spettacoli che vorrei fare, anche con Alessandro Terranova, nostro vicepresidente, stiamo immaginando… e non è facile quando non si vede una prospettiva. Questo vaccino forse avvicinerà l’orizzonte. Di progetti ce ne sono moltissimi. Il 30 novembre in onore al 120esimo anniversario di Oscar Wilde ho trasmesso sui canali di Teatro per la Coscienza e sul mio personale, un reading che avevo fatto del De Profundis nel 2017 – un testo meraviglioso. Si trova sempre il modo per onorare l’arte. Vedremo questo nuovo anno che occasioni ci darà.

La mia ultima domanda è un classico di questa rubrica. Tu credi che questa totale assenza di arte, spettacolo, cultura, possa essersi fata sentire nei fruitori e ne renderà di nuovi, avvicinando ancor di più i già appassionati? Sei speranzoso, in una parola?

Non è una domanda facile (ride). Dobbiamo sempre pensare Da Dove Arriviamo: il mondo post lockdown. Per due anni, niente teatri, musei, cinema: la ripartenza sarà graduale, ci si dovrà riabituare, si dovrà ristabilire la fiducia nel pubblico. Il teatro, dice Lorca, è la scuola del popolo. La scuola non può sottostare a leggi commerciali. Non possiamo invogliare il pubblico a venire con prodotti commercialmente validi, serve un aiuto delle istituzioni perché il teatro continui a sopravvivere come espressione artistica. L’abbiamo visto al Napoli Teatro Festival, i cui biglietti sono esauriti in una giornata. Ciò esprime desiderio di vivere, con tutto il corpo, e con tutta l’anima, l’arte e lo spettacolo – la vita culturale. Insomma, sono fiducioso.

Spero veramente anche io con tutti voi che questi auspici si realizzino. Ti ringrazio Tommaso per la gentilezza e la disponibilità.

A te!

Giulia Della Pelle
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