Teatri chiusi, un anno dopo: vivere di niente e di tutto

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Ieri, 23 febbraio le lavoratrici e i lavoratori dello Spettacolo sono scesi in 21 piazze italiane per manifestare ad un anno dalla chiusura dei teatri e dei luoghi di cultura. Piazze attente in cui si è rispettato il distanziamento e in cui la protesta ha mantenuto dei toni pacati ma incisivi. Toccanti le commemorazioni dei colleghi che, recentemente, hanno ceduto alla disperazione togliendosi la vita. I commenti dei soliti leoni da tastiera non hanno tardato ad arrivare: “mantenuti, andate a lavorare” ma davvero oggi, nel 2021, bisogna ancora spiegare che “fare arte” è un “mestiere”?

23 febbraio 2020. Un anno fa ero in prova a Rovigo. Avremmo dovuto debuttare a giugno con un lavoro a me molto caro e importante. Ricordo che ero seduta sul letto prima di dormire e scorrevo il cellulare distrattamente. Mi era appena arrivato un pezzo di copione di un altro testo con cui avrei dovuto debuttare ad aprile. È stato così che ho letto la notizia. L’ho dovuta rileggere due volte perché non credevo ai miei occhi: teatri chiusi, non si sa fino a quando.

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L’inizio della fine. I primi a chiudere e ancora non sappiamo quando riapriremo. No, non contate l’apertura estiva dove pochissimi sono riusciti a lavorare. La situazione attuale, seppure necessaria, visto il protrarsi della pandemia, è disperata e lo testimoniano anche i gesti estremi commessi da chi aveva perso le speranze. Non perché i teatri sono chiusi da un anno ma perché nessuno si interessa di dire quando riapriranno o perlomeno spiegare come e in che modo. I teatri non possono riaprire da un giorno all’altro così come sono stato chiusi, il teatro esige tempo, programmazione, cura, ripresa delle prove, dell’allenamento. Non è un lavoro come tutti gli altri eppure è un “lavoro”. E sinceramente sono stanca di doverlo ripetere ogni volta, di doverlo scrivere a caratteri cubitali.

Gli artisti, i tecnici, le maestranze, a volte, arrivano a lavorare moltissime ore al giorno, fisicamente e mentalmente, spesso senza tutele semplicemente per regalare una o due ore di puro godimento a chi fruisce di un concerto, di uno spettacolo, di una performance. Sono coloro i quali ci regalano un sogno, il benessere, gli stessi che hanno creato quei “prodotti” che ci hanno tenuto compagnia durante il lock-down (serie tv, libri, musica). Gli stessi che ogni giorno con il sudore e la fatica creano un “artigianato” di qualità che nutre l’anima. Persone che, in questo momento, sono forzatamente costrette a restare a casa perché è stato deciso che alcune attività potevano ripartire e altre no.

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Perché la dignità delle famiglie delle lavoratrici e dei lavoratori dello Spettacolo vale meno di altre. Perché noi viviamo d’aria e la nostra unica colpa è di aver scelto un mestiere difficile, che non paga quando potevamo comodamente farci assumere in un ufficio o accontentarci di vivere una vita con un lavoro frustrante pur di poter arrivare a fine mese. È questo che vogliamo insegnare ai nostri figli? Ad accontentarsi? Ad accettare di non poter sognare? Di non poter essere quello che li rende felici? Retorica direte voi.

Allora ragioniamo in un altro modo, parliamo in termini più pratici: lo spettacolo è un “servizio” che viene offerto da un professionista ad un “utente”, il pubblico. Se posso andare a comprare la frutta al supermercato voglio e pretendo di poter assistere ad uno spettacolo, se posso andare a pranzo fuori voglio poter anche vedere un film al cinema, se posso pregare in un luogo sacro voglio poter ascoltare un concerto dal vivo. Rovesciando il discorso dal punto di vista dello spettatore, del fruitore, l’arte, la cultura e lo spettacolo non diventano un’eccezione ma un’esigenza, un servizio necessario così come andare dal medico.

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La pandemia ci ha provato emotivamente e ha lasciato degli strascichi psicologici da cui ci riprenderemo solo fra molto molto tempo, perché non provare a curare questo malessere con l’arte? È scientificamente provato che in uno spettacolo dal vivo i cuori del pubblico e degli attori battano all’unisono. Un vero miracolo della natura in cui si riesce a creare un legame fortissimo, chimico tra più individui. Senza bisogno di toccarsi ma semplicemente vivendo, nel qui e ora, la stessa esperienza. Cosa c’è di più potente al mondo?

In Grecia lo avevano capito e il Teatro veniva considerato sacro. L’edificio teatro era al centro della città (Polis) come parte integrante della comunità. Oggi gli edifici sono sì ancora al centro delle città e dei paesi ma restano pur sempre edifici vuoti se non investiti dell’energia creativa di chi li attiva.

Lunedì sera in tutta Italia si è diffusa, in maniera capillare e con una pubblicità accattivante, l’iniziativa di accendere le luci dei teatri. Parecchi teatroni, gonfi di aiuti elargiti senza obbligo di rendicontazione, si sono vantati e hanno acceso tutto. Altri teatri, più piccoli, non hanno potuto accendere perché avevano staccato le utenze che non si potevano più permettere di pagare.

A molte persone l’iniziativa è sembrata piacevole e significativa. Io, personalmente, ho provato molta tristezza, davanti a me si è stagliata un’immagine fatta di lumini accesi come in un cimitero dove le bare, però, sono state spostate. Abbiamo celebrato il funerale del teatro senza che chi lo porta avanti sia morto.

La spiritualità e le differenti religioni ci insegnano che l’edificio acquista sacralità grazie alla comunità che lo occupa, che lo vive. E così il teatro, senza i suoi “sacerdoti” che lo curano e lo puliscono e senza i fedeli che vengono ad assistere resta un edificio vuoto, abbandonato, un involucro. Questo perché penso che sia il pubblico a dover reclamare a gran voce la riapertura dei teatri e non solo chi ci lavora dentro. Forse così si concretizzerebbe quella realtà fatta per far nascere una comunità teatrale forte e compatta.

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I giganti della montagna è il testamento di Luigi Pirandello, un testo complesso ma di una bellezza disarmante. Non starò a raccontarvi la trama (dovete leggerlo) né a farvi un’esegesi di un testo incompiuto ma lascerò parlare il personaggio di Cotrone, il mago:

«tutte quelle verità che la coscienza rifiuta le faccio venir fuori dal segreto dei sensi. M’ingegno di sfumare sotto diffusi chiarori anche la realtà di fuori, versando l’anima, dentro la notte che sogna. La gente sciocca ne ha paura e si tiene lontana; e così noi restiamo qua padroni. Padroni di niente e di tutto.

–E di che vivete?

– Così di niente e di tutto

–Non si può avere tutto se non quando non si ha più niente».

In questo momento non abbiamo più niente ma ci resta il nostro “tutto” la consapevolezza di essere depositari di un mestiere importante, che va tramandato, che non va perso. Aiutateci a riempirvi ancora una volta del nostro tutto e così, seppur ora non abbiamo niente, potremo continuare a sognare.

Elena Fioretti
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