IT – Capitolo Due : se questo è un horror… [Recensione]

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IT – Capitolo due, per la regia di Andrès Muschietti è uscito nelle sale italiane il 5 settembre 2019.

La seconda parte del classico del re del brivido, Stephen King, finalmente in una degna trasposizione cinematografica. Molti sono stati gli orrori – e non in senso letterario – tratti dai film del Re: prima fra tutte, la miniserie da It, in cui Tim Curry (l’adorabile protagonista di The Rocky Horror Picture Show), interpretava proprio il pagliaccio. La materia originale, un mattone da mille pagine ma, in assoluto, uno dei migliori romanzi di King, si prestava ad una trasposizione che non tralasciasse nulla e che ne seguisse la struttura a mosaico, composta di flashback e con trama sottesa al presente. 

Cast e Trama di IT – Capitolo due

I ruoli dei protagonisti sono affidati – da adulti – a Jessica Chastain nel ruolo della bella stilista Beverly Marsh, a James McAvoy (attore rivelatosi sopraffino nel recente Glass di Shyamalan) quello di Bill Denbrough, a Jay Ryan: Benjamin “Ben” Hanscom, Bill Hader: Richard “Richie” Tozier, Isaiah Mustafa: Michael “Mike” Hanlon, James Ransone: Edward “Eddie” Kaspbrak, Andy Bean: Stanley “Stan” Uris. I cattivi, il pagliaccio It e lo scagnozzo Henry Bowers sono interpretati rispettivamente da Bill Skarsgard (figlio di Stellan) e Teach Grant. 

it capitolo due recensione

La trama riprende ciò che mancava nel precedente capitolo, ossia il presente. La materia originale sobbalza da un piano all’altro, con frequenti digressioni storiografiche su Derry, omicidi, e il ciclo di 27 anni viene rivelato ben presto. Scopriamo nella prima metà del film come sono i finiti i Perdenti: il povero Mike, colpito dalla maledizione di Derry e auto-condannatisi a essere testimone degli orrori di It, vive una vita da umile bibliotecario; Beverly è, assieme al violento marito Tom Rogan, una famosa stilista; Ben, dimagrito ed affascinante, un architetto; Bill uno dei romanzieri più famosi degli Stati Uniti, Eddie un analista finanziario (nel romanzo,invece, possedeva un’azienda di noleggio con conducente di auto di lusso), Mike, Boccaccia, è invece un famoso comico. Il povero Stan si suicida appena Mike – uccellaccio del malaugurio – lo contatta per la famosa promessa che si vede alla fine del primo capitolo, ossia il tornare a Derry all’inizio del successivo ciclo: la psiche dell’uomo non regge e si suiciderà nella vasca da bagno.

Un lento, lentissimo, fluire nelle fogne

Nelle due ore e quaranta abbondanti di film, la narrazione procede graniticamente, fluida come magma oramai raffreddatosi: fra cene e ravioli cinesi che diventano occhi dotati di zampe, enormi palloncini, un’intera ora è dedicata alla missione che Mike affida agli altri perdenti, poco più che naufraghi e turisti nei loro ricordi. Devono trovare un oggetto che appartenga al passato dal quale si vogliono liberare. La caratterizzazione psicologica dei perdenti adulti, dunque, è affidata proprio a tali lunghe scene che descrivono personaggio per personaggio: Bev torna nella sua vecchia casa per trovarla abitata da un’anziana signora che si rivela essere poi un’illusione di It, per recuperare la cartolina con su scritto il famoso haiku:

Brace d’inverno i capelli tuoi,

dove il mio cuore brucia

Il paranoico e ipocondriaco Eddie, invece, si scontra con un lebbroso nei sotterannei della farmacia dove la sua adorata, grassa, e ispiratrice dei suoi gusti sessuali futuri madre, era solita acquistare il suo inalatore per la (finta) asma. Bill ingaggia una lotta con l’illusione del fratellino, che lo chiama dalla fogna nella quale sparì, e riesce a recuperare la barchetta di carta che diede il la a tutto. Boccaccia recupera, invece, un gettone della sala giochi nella quale Henry lo tormentava. Ben si sforza ben poco, e gli basta riprendere l’annuario del suo anno scolastico passato a Derry, firmato solo dall’amata Bev è sempre tenuto nel portafoglio. Mike recupera, infine, il sasso che diede inizio alla sassaiola contro i bulli di Henry. Henry, dal campo suo, è totalmente pazzo e rinchiuso in manicomio: lo zombie del suo scagnozzo malamente perito per mano di It lo aiuterà ad evadere e fungerà da suo autista. Per Stan, infine, fungerà da oggetto una cuffia per capelli usata nel ritrovo segreto sotterraneo del club dei perdenti.

Il rito di Chud, dunque, può iniziare. Ma deve essere fatto nelle vicinanze della dimora del corpo fisico del mostro, ossia nelle fogne, nel suo nido blasfemo ed ispido. Il viaggio allucinante li riporta al luogo in cui tutto ebbe inizio.  Il sestetto, dunque, dà lì inizio al rito. Il resto sarebbe un big spoiler: vi consiglio caldamente di recuperare il film quando uscirà in streaming e di saltare direttamente alla mezz’ora finale.

Con IT – capitolo due siamo di fronte ad un grandissimo flop?

Andiamo subito al sodo. IT – capitolo due è un bel film? No. Laddove il primo capitolo aveva brillato non tanto per la performance dei singoli attori, ma per la sinergia e amicizia che fluiva fra di loro, per le influenze di classici ben più godibili come l’altrettanto kinghiano Stand by Me, per una costruzione sostanzialmente lineare quanto ben fatta dello storytelling, e per alcune scene di jumpscare davvero ben riuscite, il secondo capitolo risulta un piatto polpettone (come quando la nonna si dimentica del sale e del pepe) fatto con macinato scadente. Consci del fatto che trasporre in cinema mainstream i risvolti lovecraftiani di It è impresa oltremodo ardua, rimane la sensazione che – comunque – si sarebbe potuto far di meglio.

Ciò perché gli attori, sebbene ottimi, non possono fare miracoli, e anche la bravissima Jessica Chastain non può risollevare la situazione quando per tutto il film è lasciata senza reggiseno per ragioni che francamente non sono riuscita a capire, e quando le scene di amore con Ben e Bill possiedono lo stesso anticlimax del finale del Trono di Spade. La totale mancanza di coralità – sebbene la sceneggiatura sembri puntare proprio a questo, proponendo scene su scene anche col defunto Stan – si riflette nella resa finale del personaggio, che ha del manierista; Boccaccia che ride continuamente o fa sarcasmo, Eddie che risulta come lo scemo della situazione più o meno sempre. Va detto che i momenti più adulti del romanzo originario di King sono stati totalmente e brutalmente tagliati, edulcorando il materiale e rendendo anche il cattivo It poco più di un mostriciattolo venuto dallo spazio: il lato mistico, e allo stesso tempo sessuale, della lotta contro l’entità, il dualismo fra bene e male, fra ordine e caos, viene a malapena accennato in maniera molto disneyana e – passatemi il termine poco letterario – brutta. Ogni tanto qualche statuetta di Tartaruga buttata qua e là, qualche visione dei Pozzi Neri, asteroidi che cadono, eoni che passano; in particolar modo, l’essenza naturalmente caotica della figura di It, creatrice di entità simili a se stessa e distruttrice di mondi, piaga cosmica, viene affidata alla triste figura di Mike, che con poca convinzione sviscera le credenze degli indiani Chud. 

It dovrebbe essere un ossimoro artistico: la tranquillità di una cittadina del Maine contrapposta alla brutalità degli omicidi, la gioia che un clown dovrebbe portare, che è invece fonte di morte, e così via. Tutto ciò non è trasmesso da IT – capitolo due, che con melensa graniticità si trascina per quasi tre ore, non aggiungendo nulla a quanto già detto dal primo capitolo – che possiamo affermare, ormai, sia stato una semplice botta di culo da parte di Andres Muschietti. Ciò che sarebbe potuto essre un viaggio psichedelico negli abissi della mente umana – la scoperta del passato da parte dei protagonisti – sfuma in una vacua ostentazione di effetti speciali, il cui impatto emotivo è così scarso che si rimpiange il buon vecchio eccesso di sangue della serie di Hellraiser

Eppure non tutto è da buttare: la resa grafica del lavoro è oggettivamente strepitosa, la fotografia di Checco Varese, un collaboratore di Del Toro, mentre le scenografie sono curate e mai scarne o poco credibili. Lo stesso non si può dire del sonoro: in un horror la tensione deve essere costruita anche stuzzicando l’udito, e It non lo fa. Lo sciabordio dell’acqua di fogna ispira solo disgusto ai germofobici. L’utilizzo, invece, di un campione esordiente delle colonne sonore quale Benjamin Wallfisch, uno che ha all’attivo Blade Runner 2049, Il Diritto di Contare e ovviamente il primo capitolo di IT, non stupisce e non concorre a creare alcun pathòs.

In conclusione, per quanto la materia di Stephen King sia oggettivamente difficoltosa da trattare, forse, con IT – Capitolo due si sarebbe potuto fare di meglio per costruire colline nella tremenda piattezza del film. Non ce ne ricorderemo. 

Giulia Della Pelle
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