Love di Gaspar Noe:e se fosse una critica ai Murphy-like, ritraendoli per ciò che sono?

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Love è un film del 2015 di Gaspar Noe, presentato in concorso al Festival di Cannes nella stesso anno. Il protagonista di Love, Murphy, è un cinefilo, ama le dieci giornate di Sodoma e altri film erotici; parla malamente fra sé e sé, e l’unica cosa che lo sembra tenere unito alla sua bellissima compagna (Omi, la debuttante Klara Kristin) è il sesso, da cui un bambino è nato – Gaspar, come il regista Gaspar Noè.

Murphy non ama Omi. La trova stupida, sgraziata, acida, poco interessante. Murphy è un uomo basilare, misogino, che sta in coppia per necessità pratiche in quanto non in grado di vivere da solo; Murphy ama le donne, ma solo perché possiedono una vagina, il classico uomo dalla cui cronologia di Google ti aspetti di trovare una ricerca come “annunci escort a Milano“. Egli ama, in un modo perverso, malato, e notevolmente balordo, Elektra, un’ex fidanzata rimasta aleggiante come un fantasma nella sua esistenza grigia, minimal, da corredo Ikea.

Murphy, che si chiama come l’arcifamosa legge. Elektra è intelligente, orgogliosa, audace. Sfida il balordo morboso che alberga in Murphy e si nutre, in un uomo che odia le donne come tanti – o meglio, non ha idea che siano persone come lui -, si nutre di sofferenza autoimposta, e lo vince.

Love è un film dalle velleità liriche, parzialmente sperimentale nei suoi tagli registici rari, piani sequenza in cui i personaggi si muovono come burattini sul palco – lo sfondo che cambia continuamente: da un appartamento spoglio se non per locandine filmiche, al letto di Ikea di Murphy.

Il tempo, nei flashback, è trattato come uno sfondo stesso: Elektra si alterna a Omi, come pezzi d’arredamento, uno biondo, uno moro. Personalità abbastanza poco definite, casuali oserei dire, e droghe pesanti e leggere si alternano, assieme alle passioni relativamente pastello dei protagonisti, che vivono in un mondo artefatto di bassifondi sia emotivi che sociali.

Love di Gaspar Noè in una frase: Sesso, sesso, sesso, sesso non esclusivo

Sesso, sesso, sesso, in Love di Gaspar Noè: sesso non esclusivo, sesso scambista cui viene dedicata un’intera sezione del film – di sottofondo, District 13 di John Carpenter – sesso fedifrago, sesso nei bagni, sesso di gruppo, sesso come evento sociale, sesso e droga, sesso motore dell’esistenza, sesso che è il passo finale sul precipizio della vita.

Sesso che è l’unica spezia, l’unico colore: la fotografia di Benoit Debie è intensa durante le estenuanti scene di sesso, la musica di Pascal Mayer, classicheggiante e barocca, anima solo amplessi e mai altro.

Perfino i dialoghi di Love sono intrisi di sesso: offese e turpiloquio a sfondo sessuale, mescolato a violenza da bulletto di provincia. La pessima recitazione di Karl Gusman è ben mascherata dalla regia di Noè, che non lo riprende quasi mai di volto; Murphy è ripreso spalle, Murphy nasconde il volto nel cappuccio, Murphy che ha un orgasmo, Murphy che dorme, Murphy che non lavora mai, che vive la sua vita in un grigiore cui si fa fatica a credere. Murphy che è in balia del proprio pene e, tutto sommato, gli va bene così.

Elektra non è migliore di Murphy, nell’etica generale di Love, è ingenua e superficiale, scambia il sesso per amore, smercia droghe per momenti intensi e sparisce nel nulla.

Il volontario irrealismo di Love può essere sia un interessante escamotage artistico per parlare di una categoria maschile che rappresenta, in realtà, la maggioranza: un uomo che è dominato dal proprio membro, in cui il testosterone, troppo abbondante, fuoriesce dalle orecchie e cavità nasali.

Manca della dolcezza profonda, umana, e reale, nonché dello scopo, forse, quasi edificante, di Berlin Calling; Love rimane sospeso nell’etere intoccabile compreso fa capolavori come Shame di Steve McQueen e robaccia incommentabile italiana erotica anni ’70, la serie di Emmanuelle su tutte le altre ispirazioni.

E se, invece, Gaspar Noè avesse voluto criticare i Murphy-like, ritraendoli per ciò che sono? Se fosse, invece, una velata critica che strizza l’occhio al femminismo del terzo millennio? Se fosse, invece, un potente ritratto di ciò che si auspica che le relazioni amorose non siano più? Nessuno deve mai appartenere a qualcun altro, non completamente; nessuno ha il diritto di decidere per qualcun altro.

“Noi saremo la migliore coppia mai esistita”, dice Murphy ad Elettra. Eppure la reclama, non rispetta il suo addio, non sopporta che lei non sia più sua. Non esiste possesso in amore, non esistono marchi a fuoco sulle natiche di qualcun altro: forse è ciò che Love, con i suoi prolissi 120 minuti composti, per metà, da scene di sesso non simulato, vuole dire. Chissà. Del resto, riguardo Noè, ancora siamo qui a domandarci il senso di quei quindici minuti di stupro di Monica Bellucci in Irreversible; e anche in quel caso, dopo tanti anni, non siamo giunti ad alcuna conclusione.

Giulia Della Pelle
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