Ritorno al Futuro – Il remake di cui non abbiamo bisogno

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Sono passati ben trentacinque anni dall’arrivo nei cinema statunitensi del primo episodio di Ritorno al Futuro. La saga di Robert Zemeckis con Michael J. Fox e Christopher Lloyd ha saputo raccogliere generazioni di appassionati, facendo da vero apripista per una fantascienza meno votata al dramma e più dedicata alla commedia avventurosa. Un vero e proprio fenomeno di culto, generando citazioni in tantissime opere contemporanee, come nel caso di Avengers Endgame, dove avviene un simpatico scambio di battute proprio sui viaggi nel tempo resi noti dalla già citata trilogia.

Eppure, in un’epoca di remake, reboot, sequel, prequel, e chi più ne ha più ne metta, Ritorno al Futuro resta ancora intoccato, anche per quella che sembra essere la volontà dello stesso Zemeckis. E come dargli torto! Cerchiamo di capire perché Ritorno al Futuro non ha bisogno di nulla di tutto ciò.

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Ritorno al Futuro – Fiaba senza tempo

In primis Ritorno al Futuro continua a funzionare anche fuori dal contesto culturale in cui è nato. Basti pensare alla differenza con Rambo, figlio di un’epoca in cui i conflitti venivano portati sullo schermo in maniera differente, con uno spirito difficile da cogliere oggi. Diverso è invece il caso, rimanendo nel pantheon dei personaggi di Sylvester Stallone, di Rocky: la storia del pugile è ancora oggi un cult, e con i dovuti adattamenti si è potuto costruire un filone spin-off con Creed. In fondo le basi erano già disponibile all’interno della stessa saga, per cui si è trasposto il personaggio in un altro tempo e in un altro ruolo, da pugile a mentore.

Ritorno al Futuro, come detto all’inizio di questo paragrafo, non ha bisogno di un nuovo contesto, o di una nuova attualizzazione: cerchiamo di capire perché, attraverso le epoche attraversate dalla trilogia.

  • Il presente di Ritorno al Futuro, cioè il 1985, non ci risulta troppo distante, perché è in realtà poco presente all’interno della narrazione stessa. Se è vero che si tratta comunque di un’epoca abbastanza vicina (e in generale molto nota in questi anni, utilizzata come contesto anche per serie di successo come Stranger Things), finisce per avere soprattutto il ruolo di snodo tra un’epoca e l’altra. Anche l’ampio minutaggio al 1985 alternativo, in Ritorno al Futuro II, ci dà come una visione distorta e distopica, come appunto di una epoca differente.
  • Il passato prossimo, il 1955, mantiene inalterato il suo fascino. L’epoca d’oro post Seconda Guerra Mondiale riesce infatti a convincere, con quel tocco vintage che non stanca.
  • Il futuro prossimo, diventato per noi il passato, cioè il 2015, non ha perso la sua ragion d’essere. In primis, molta tecnologia ancora non esiste, restituendoci comunque una visione fantascientifica, e in secondo luogo anche quel tocco a tratti parodistico sa come conquistare lo spettatore. In un remake cosa potremmo trovare? Gli effetti speciali dell’epoca rendono questo panorama futuristico anche simpatico, leggero, mentre oggi troveremmo un futuro probabilmente meno esotico, in luce a un’epoca che ci ha donato computer tascabili e tante altre invenzioni che avremmo trovato impossibili trent’anni fa.
  • Il passato remoto, il 1885 del Far West. Bhé, che altro dire: il Far West è il Far West!
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Ritorno al Futuro – Il cuore del racconto

Eppure c’è qualcosa di più. Abbiamo finora parlato di contesto, di epoche, di panorama, eppure non basterebbe a giustificare perché Ritorno al Futuro è davvero senza tempo, perché non ha bisogno di essere raccontato in maniera differente. E questo è probabilmente grazie al cuore del racconto.

Durante i tre episodi ci viene raccontata una storia la cui morale, i cui valori, non hanno davvero età, e sono attuali oggi come trentacinque anni fa. Una buona storia non ha bisogno di essere riscritta, ed è il caso non solo del cinema, ma anche della letteratura: abbiamo bisogno che qualcuno scriva nuovamente Il Ritratto di Dorian Gray? Che qualcuno scriva nuovamente I Malavoglia?

Così Ritorno al Futuro racconta la propria epopea, la propria Odissea temporale, la fantasia di Zemeckis che si è manifestata in una trilogia diventata cult e ancora vista dopo trentacinque anni. Chiedere oggi un remake di Ritorno al Futuro significa, probabilmente, non amarlo.

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