Sanremo 2024: ha vinto il cantautorato o la performance?

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foto di copertina: Angelina Mango. Fonte Raiplay

Trenta cantanti in gara a Sanremo 2024, ma un numero di compositori e produttori che è forse un terzo. Quanto si è perso di artigianato cantautoriale musicale, e quanto spazio c’è perchè esso trovi espressione?

Davide Petrella è un nome non noto ai più. Anzi, piuttosto sconosciuto. Eppure, gli si deve una buona fetta del pop italiano contemporaneo. A volte accredita se stesso come Tropico, a volte col suo nome di battesimo. Dalla sua penna sono nati brani come Logico di Cesare Cremonini, Come te Nessuno Mai di Elisa, o Barrio di Mahmood. Il suo ultimo album firmato come Tropico, Chiamami quando la Magia Finisce, è una gemma che scintilla fra il rock inglese e il cantautorato sud-europeo tradizionale, con tanto di collaborazioni importantissime: da Cremonini stesso a Joan Thiele (in Fiore, forse uno dei brani più belli composti in Italia negli ultimi quindici anni). Nel complesso, pop raffinato che quasi non sembra poter essere stato composto nello stesso paese della trap e dell’ondata indie di qualche anno fa.

Nel complesso, un talento che è così brillante ed esplosivo da accecare.

Ed è ancora Davide Petrella fra i compositori di maggior successo di Sanremo 2024: sue sono state già Due vite di Mengoni del 2023, e quest’anno ha firmato Apnea di Emma, Un ragazzo una ragazza dei The Kolors, Click Boom! di Rose Villain e Casa mia di Ghali. Poco da meno è Jacopo Ettorre, co-autore di Tuta Gold di Mahmood, Fino a Qui di Alessandra Amoroso, Il Cielo Non ci Vuole di Fred De Palma e infine Governo Punk dei BNKR 44. La vincitrice, di Angelina Mango, al contrario – La Noia – è firmata dal pluripremiato Dardust (all’anagrafe Dario Faini), già autore di Eden di Rancore (Sanremo 2021) e mettendo il suo zampino in Soldi di Mahmood (Sanremo 2019) e di hit come Riccione dei TheGiornalisti. Infime, Jacopo Matteo Luca D’Amico, Gianluigi Fazio, Stefano Marletta e Edwyn Clark Roberts firmano Onda Alta interpretata da Dargen D’Amico; allo stesso tempo, Roberts (Fai Rumore, di Diodato!) e Marletta hanno dato il proprio contributo anche a Capolavoro (Il Volo) e Ma non tutta la vita, dei Ricchi e Poveri.

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Mahmood. Foto di Angelo Orefice

Fra i compositori dei brani in top 5 di Sanremo 2024, oltre al già citato Dardust, troviamo Davide Simonetta con Geolier. Simonetta è un’altra eminenza grigia del pop italiano: spesso si firma come d.whale, ed è uno dei produttori dietro il successo di Annalisa, firmando gran parte die brani di Se Avessi un Cuore, del 2016. A lui si deve anche Fatti Bella per Te, co-scritta con Paola Turci per Sanremo 2017, ma soprattutto la meravigliosa Come Neve, interpretata da Mengoni e Giorgia durante lo stesso anno. Più recentemente, è stato fra i produttori, arrangiatori e compositori di Nei Sogni Nessun è Monogamo, di Dargen D’amico, che include il singolo sanremese Dove si Balla. E anche quest’anno, Sinceramente di Annalisa vede la sua firma. Irama, stavolta, con la sua Tu No, si è avvalso quasi esclusivamente delle proprie capacità compositive – fatto più unico che raro. Stendo un velo pietoso sul povero Alfa, che ha piantato chiodi nella bara della propria carriera affidandosi a loschi produttori d’oltreoceano, il cui contributo è stato quello di rimescolare le note di Run degli One Republic.

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Antonio Diodato. Foto di Angelo Orefice

In ogni caso, che sia un fatto negativo o meno, la componente cantautoriale, durante il Festival di Sanremo, non è mai stata primaria.

Il Festival è sempre stato più un fenomeno di costume e ode all’industria musicale, intesa come fisica macchina d’intrattenimento e stampa-soldi: unici brani di questa edizione che vede un unico autore sono Ti Muovi, firmata esclusivamente da Antonio Diodato, e l’atteso ritorno dei Negramaro con Ricominciamo Tutti, proprio del frontman Giuliano Sangiorgi. Brani che, sebbene non eccelsi, hanno il chiaro gusto di serialità, di inclusione in una storia più grande, più personale, più artigianale. Eppure, le apparenze di autorialità sono ottimamente rispettate. In particolare, i brani maggiormente ingannatori sono stati Tuta Gold di Mahmood, Tutto qui di Gazzelle e Click!Boom di Rose Villain – talentuosi compositori loro stessi e con uno stile ben riconoscibile.

Ora, al di là della marmaglia proveniente dalla tv e da TikTok aggiunta, evidentemente, da Amadeus, in Sanremo 2024, per raggiungere i ben trenta cantanti in lizza, i musicisti di carriera in gara erano piuttosto pochi: dunque, dove sta finendo la cultura musicale? Dov’è, ormai, la scrittura di un percorso, l’aggiunta di una pietra d’inciampo ad un acciottolato già ben calcato? Sia chiaro, la musica italiana massimalista raramente è stata una musica fatta d’autori, spartito in mano, pentagramma e biro (o, più recentemente, tablature virtuali) ma in quest’edizione di Sanremo, come non mai, è stato evidente l’appiattimento della varietà e la quasi totale mancanza di tocco personale. La presenza invadente d’eminenze grigie, sebbene in varie permutazioni e combinazioni, non può e non potrà mai – nonostante l’indubbio talento delle suddette – premiare le differenze e portare a sviluppo di linguaggi musicali che siano, quantomeno, una sgraziata e sciacquata versione di ciò che il mercato underground – anche italiano – propone. Lo spazio per l’innovazione è sempre meno, e le note, le orchestrazioni, la scelta di strumenti ed accordi (nonché le linee vocali), sono riassumibili in poche linee quasi sempre sovrapposte, raramente parallele. Non basta il folkeggiante di Mariposa, interpretata dall’impeccabile Fiorella Mannoia e scritta da Mattia Cerri (aka Cino), a smuovere le acque torbide fatte di synth pop dell’edizione 2024 del Festival di Sanremo. E, come già successo, Diodato brilla come una stella oscura in un mare di lustrini; i cambi di ritmo e accordo improvvisi proposti da Villain e Mahmood forse troppo appiattiti.

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Foto di Massimiliano di Stefano.

Si può e si deve sacrificare la diversità in nome del successo commerciale? Esso, in ultima analisi, non è guidato dall’innovazione? Che conseguenze avrà questa politica, forse miope, degli ultimissimi anni di gestione del Festival di Sanremo sul mercato musicale italiano, già asfittico e inchiodato ad una croce fatta di melanconica, melensa esaltazione di amori mai successi?

Dal lato di critica musicale, il nostro unico e, forse, troppo difficile, lavoro, è quello di non rimpiangere troppo il passato e guardare al futuro. Perché si torni ad uno sporco, d’inchiostro e di note stonate, artigianato. E non solo di presenza scenica, perché abbiamo già avuto Mina e Gianni Morandi, Laura Pausini e Marco Mengoni. E, francamente, bastano.

Giulia Della Pelle
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