Sergio Corazzini, “Io non sono un poeta” a cura di Alessandro Melia

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La collana Interno Novecento della casa editrice Interno Poesia continua a crescere e dal 25 febbraio si è arricchita di un’antologia di poesie di uno dei massimi rappresentanti del Crepuscolarismo: Sergio Corazzini. E c’è da dire grazie a Interno, poiché ancora una volta dimostra l’attenzione e l’amore verso quelle voci poetiche che, sebbene importantissime, vengono lette e studiate all’università se si è fortunati e generalmente sono trascurate dal mondo scolastico, nel quale si dà spazio alle maggiori solite voci.

Così, a torto, questi autori (parlo al plurale perché insieme a Corazzini nella collana troviamo anche Antonia Pozzi e Guido Gozzano) acquistano con il tempo l’etichetta di poeti marginali, secondari, minori, laterali, finché qualche casa editrice, con il suo prezioso lavoro di recupero, non li riporta alla luce e nelle librerie.

Ed è emozionante quando si rimettono in circolo voci in silenzio da anni (delle poesie di Corazzini, per esempio, l’edizione curata da Idolina Landolfi è del 1992) oppure non si è più costretti a reperire edizioni ormai introvabili o cercare nelle antologie (penso a una fondamentale: Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, non proprio accessibile a tutti nell’edizione dei Meridiani e non certo comoda da leggere fuori casa neanche l’edizione economica, con le sue 1128 pagine).

Sergio Corazzini, "Io non sono un poeta" a cura di Alessandro Melia 1
Sergio Corazzini, Io non sono un poeta. A cura di Alessandro Melia.

Con Io sono un poeta, Corazzini torna a farsi leggere, anche grazie alla curatela dell’appassionato Alessandro Melia, giornalista romano che nell’introduzione ha ripercorso le tappe della vita del poeta soffermandosi sui luoghi di quella Roma che entrambi amano e che li lega anche oggi.

L’antologia, oltre a contenere le raccolte che vanno dal 1904 al 1907, si apre con la sezione Prime poesie, che contiene tre testi: Vinto, La chiesa, Il cimitero. La presenza di questi tre componimenti preliminari, spiega Melia, serve per far notare ancora di più il percorso poetico che porterà Corazzini, in pochissimi anni, a una notevole maturità stilistica (pensiamo alla rottura con la metrica tradizionale e alla scelta del verso libero dell’ultima produzione). In questi tre testi iniziali l’autore sta sì ancora cercando la sua voce poetica ma sono già presenti molti dei temi futuri, che lo accompagneranno fino alla fine.

Mamma questa è la vita?! Allor la santa
felicità infantile non perdura?
Il riso che irradiava la mia pura
fronte, non verrà più?! Ah mi si schianta

l’anima, mamma mia, ed ho paura!
Io mi sento morire. Quanta, quanta
dolce felicità di bimbo, ha infranta
con l’andar della vita, la sventura!

Oh non credere mamma ch’io sia vile!
No! Te lo giuro. Ho avuto sempre fede
in questo Dio che mi fa spasimare!

Io sono come un albero sottile;
cui cadono le foglie e che le vede
cadere senza poterle richiamare.

Vinto, pag. 21

Vinto, la prima poesia dell’antologia, inizia già con una fine, quella delle illusioni, e ricorda i famosi versi di Leopardi per la presenza di domande che rimangono senza risposta: “perché non rendi poi / quel che prometti allor?” (A Silvia, vv. 37-38).
In Toblack (pag. 69), poi, il perduto si fa enumerazione che strugge:

[…]
Le speranze perdute, le preghiere
vane, l’audacie folli, i sogni infranti,
le inutili parole degli amanti
illusi, le impossibili chimere,

e tutte le defunte primavere,
gli ideali mortali, i grandi pianti
de gli ignoti, le anime sognanti
che hanno sete, ma non sanno bere,
[…]

Toblack, pag. 69

Anche in questo caso, “le defunte primavere” ricordano “le morte stagioni” di Leopardi (L’infinito, v. 12).

Se perciò il libro si apre già con una sconfitta, non è un caso che l’ultima poesia dell’antologia di Corazzini sia proprio La morte di Tantalo, scritta sul letto di morte e pubblicata postuma: sogno, abbandono fantastico, morte prima della morte, fine di un viaggio – quello terreno, e l’inizio di un altro –, vagheggiamento della vita eterna.

Il poeta immagina poeticamente la sua morte prima che questa arrivi: il suo diventa un viaggio, un cammino verso la morte ineluttabile (e non solo lui è in movimento: “Vita che piange, Morte che cammina” scrive in Toblack, pag. 69), e quindi una preparazione, che vede la paura trasformarsi con il tempo in rassegnazione e consapevolezza. Il poeta “ebro di morte” (Sera della domenica, pag. 134) sa che come si deve imparare a vivere, si deve imparare anche a morire: “Apprendi, ora, a morire” (Ode all’ignoto viandante, pag. 113).

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Alessandro Melia, curatore dell’antologia Io non sono un poeta.

Il lettore nuovo, oppure di vecchia data ma che non incontra Corazzini da tanto, noterà che il vocabolario del poeta gira sempre sulle stesse parole, come una nenia, un lamento: anima, cuore, pianto, dolore,  stanco, triste, dolce… Un linguaggio semplice, ma solo apparentemente, in realtà profondamente simbolico, eredità dei poeti francesi letti con avidità e poi nascosti sotto le scartoffie del lavoro.

Un’antologia da leggere e rileggere per cogliere tutte le sfumature di una poesia visiva (attraversata da coppie dicotomiche come luce/ombra, sole/luna, alba/tramonto) e meravigliosamente sonora: “suono di campane” (pag. 65), “un lento / angoscioso rintocco di campana / a morto” (pag. 69), “le orazioni / de la sera” recitate dai frati (pag. 72), “Poveri ritornelli […] Ariette d’ospedale” (pag. 120).

Un’antologia, infine, per conoscere, o riscoprire, “il poeta fanciullo” buono e malinconico e la sua vita, certo brevissima e povera di avvenimenti per via della tubercolosi, che lo uccide a ventun’anni nel 1907, ma piena di amore per la vita, di sogni, di desideri, poi chiaramente svaniti (“e cadder come foglie / le speranze distrutte”, pag. 46) e trasformati, in poesia, in un “colloquio costante con la morte” (dall’introduzione L’angelo di esilio, di Alessandro Melia), che è tema così ricorrente che le poesie diventano “variazioni di morte” (ivi).

Una poesia autobiografica e confessionale dove è l’uomo il protagonista, insieme alle sue fragilità, alla sua anima, al suo cuore pieno di dolore. Da Spleen (pag. 84):

[…]
Sai che è primavera?
Io non me n’ero accorto;
non ho rosai,
non ne ho avuto mai
nel mio triste orto.
[…]

Spleen, pag, 84

Un viaggio, si diceva sopra, fatto attraverso la poesia; e lo sarà anche per il lettore, un viaggio commovente, nel mondo di un poeta che desiderava ardentemente vivere, un mondo fatto di case che dormono, di stanze silenziose in cui non entra più nessuno e piene di oggetti di uso comune, di vecchi specchi impolverati e malinconici (pagg. 107 e 141). E ancora, piccole chiese, conventi, monasteri, ospedali di provincia, cimiteri, “qualche piccola fontana / che piange” (Toblack, pag. 69), “piccoli giardini addormentati / in un sonno di pace e di dolcezze” (Giardini, pag. 52).

Insieme ai luoghi, poi, i personaggi: frati, preti, sagrestani pazzi, beghine, suore, cortei funebri, e la sua anima (sognante, triste, impotente, stanca, che non spera più, che si schianta), e il suo cuore (giovane e scarlatto, umile, triste, sofferente, che lacrima sangue, che trema, trafitto, morto):

Madonna, se il cuore v’offersi,
il cuore giovine e scarlatto,
e se voi, con un magnifico atto,
lo accettaste insieme a’ miei versi

di fanciullo poeta, e se voi
con l’olio del vostro amore
teneste vivo il suo splendore
e lo appagaste de’ suoi

capricci assiduamente,
perché ieri lo faceste
sanguinare, lo faceste
lagrimare dolorosamente?

Tutte le sue gocce rosse
caddero a terra, mute,
e poi che furono cadute
il cuore più non si mosse

e come per incantamento
in ognuna fiorì un asfodelo,
il triste giglio del cielo
da l’eterno ammonimento.

Asfodeli, pag. 56

Trovi il libro qui.
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Federica Gallotta
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