L’esistenzialismo di Sartre

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L’esistenzialismo è un umanismo”. Così Jean Paul Sartre diceva nel 1945 in una conferenza (che sarebbe diventata un piccolo libro) per delineare i grandi nodi di questo movimento nascente (ma con alle spalle grandi predecessori come Nietzsche e Dostoevskij) e per rispondere a certe critiche derivanti un po’ dall’ala cattolica un po’ da quella marxista circa delle idiosincrasie essenziali seppur in due dottrine/movimenti così distanti.

Ma cosa si criticava a Sartre e agli esistenzialisti?

C’è da dire che l’idea filosofica dell’esistenzialismo sartriano nasce nel 1938 attraverso lo strumento del romanzo, con il libro “La nausée” (La nausea) e che, cinque anni più tardi, trova corpo nel campo filosofico, con l’imponente analisi ontologica de “L’Etre et le Néant” (L’essere e il Nulla).
L’idea sartriana, ma non solo (si pensi ad Heidegger), era quella che l’esistenza precedesse l’essenza, ovvero che si sarebbe diventati ciò che si è, solo con l’esperienza e la responsabilità. Quest’assunto, com’è palese, non solo smentisce alle radici capisaldi della filosofia, come Cartesio e Kant, ma va a intaccare le certezze blindatissime del mondo religioso. Se l’uomo non è essenza fin quando non decide di progettare (concetto fondamentale in Sartre) sé stesso, allora viene meno l’idea di un Dio che a priori garantisce all’uomo quei valori etici, morali e spirituali come fondamento della sua essenza.

L'esistenzialismo di Sartre 1

Dunque l’esistenzialismo sartriano è un esistenzialismo ateo, a differenza di un altro grande pioniere dell’esistenzialismo come Soren Kierkegaard, e tale assunto condiziona l’uomo a vivere l’atroce e angosciosa possibilità di essere libero. Cosa salva, secondo Sartre, l’uomo dall’abisso della solitudine e della libertà? Ciò che lo salva è la sua responsabilità.
Come Sartre dirà nella conferenza di cui abbiamo parlato:”L’Uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa.”

Ed è proprio nell’occasione di tale conferenza e in seguito, dell’uscita del libro “L’esistenzialismo è un umanismo”, che Sartre ribadisce i concetti presenti ne L’essere e il nulla, ma con un linguaggio più semplice e pluridirezionale, al fine di fare chiarezza rispetto alle tortuose peripezie di pensiero e di stile che rendono L’essere e il nulla un libro molto complesso.
Infatti se la storia ci dirà che Sartre sarà parte attiva e fomentante alle proteste giovanili del maggio 68, è altrettanto vero che egli dovrà prima di ciò, grazie alla conferenza-saggio “L’esistenzialismo è un umanismo”, rispondere alle accuse dell’intellighenzia di sinistra, circa il considerare l’esistenzialismo nascente, come un movimento abulico e dalle intenzioni paralizzanti, nonché raffigurante la vicenda umana non più come un collettivo, ma come un insieme di soggettivazioni senza speranza.

Sono questi i principii, le controversie, le prese di posizione della più importante figura dell’esistenzialismo del 900.

Ma dirsi esistenzialisti ha anche assunto (a partire probabilmente dagli anni 40) sempre più copiosamente- nelle pose, nel vestiario, nell’idea pop di appartenenza più modaiola che contenutistica- un paradigma di superficiale attivismo, che, in qualche modo, tradiva la complessità dei grandi pensatori del movimento, e ne svalutava il peso.

Così l’ideale giovanilistico nella Parigi dell “esistenzialismo pop” pullulava di mode e abitudini: dagli abiti neri, ai maglioni a collo alto, alle mitiche caves, autentiche icone nell’ideale romantico dell’age d’or di Parigi.
Questa era la controparte, che in primis Sartre, nella conferenza che abbiamo già citato, ha cercato di esulare dal vero intento esistenzialistico, ribadendo la forza di una filosofia decisiva, risolutiva, tutt’altro che modaiola e destinata a scuotere e durare.

Esistenzialismo Sartre

Ma quale, in realtà, può considerarsi l’opera cardine dell’intera produzione, sia filosofica che letteraria del filosofo parigino?

A parer mio e non ho dubbi nel dirlo, La nausea, è stata (ed è) l’opera-manifesto dell’intero movimento esistenzialistico. Oltre ad essere stata pubblicata cronologicamente per prima, essa raccoglie al suo interno la complessità del romanzo (per l’esattezza “diario filosofico”) con una nuova espressività e uno stile sporco che lascia percepire tutto l’orrore che Roquentin proverà prendendo coscienza della futilità del tutto.

Il protagonista de La nausea non è un eroe e non è un antieroe; egli osserva partecipe allo svelamento della degradazione del mondo a lui antistante; persino gli oggetti raccontano l’orrore, persino i ricordi si disgregano; per Roquentin non c’è passato né futuro: egli è intrappolato nell’opacità del presente, e come una barca debole nel grande oceano della libertà egli è destinato ad affogare in questo non-senso attivo. Ma Sartre lascia uno spiraglio, non chiude: l’uomo può e deve domare le onde del non-senso con la presa di coscienza e la scelta, libera, nel solco della responsabilità; l’uomo è libero di vivere l’angoscia della sua libertà e di colmarla solo con la consapevolezza, diventando un essenza.

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