Michele Nigro: “Pomeriggi perduti”, non del tutto.

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Dal caos al cosmo, che inevitabilmente torna, appena ci distraiamo un attimo, nuovamente caos da riordinare. È un lavoro continuo, e sfiancante, quello dell’uomo (e serve poi? Vedremo) che tenta di dividere, etichettare, scegliere cosa è giusto trattenere e cosa invece è opportuno lasciare andare. Pensare questa attività a fine luglio fa già venire voglia di sedersi all’ombra e lasciare che le cose scorrano senza le nostre mani ordinatrici all’opera. Ma non si può: siamo anche i nostri ricordi, le nostre ferite, il nostro passato e tutto questo va gestito, sporzionato, archiviato in appositi cassetti (mentali e non).

Ecco, in Pomeriggi perduti (Edizioni Kolibris, 2019) Nigro ci mostra il suo modo di mettere ordine tra le cose della vita ma tiene a precisare, di poesia in poesia, più o meno esplicitamente, che ogni persona ha il proprio modo e che spesso questa attività di rassettatore di realtà procede per tentativi, e può succedere che non funzioni. Ma certo, la disposizione che decidiamo può non reggere, oppure può rivelarsi spiacevole, inadatta a ritrovare ciò di cui abbiamo bisogno. In quel caso, si procederà verso un nuovo cosmo, che lo si voglia o no.

Ordinare la vita, dicevamo. Una vita che affascina il poeta a tal punto da volerla osservare da diversi piani, non solo dall’hic et nunc più scontato. Nigro viaggia nel tempo (e porta con sé il lettore): torna nel passato, ricorda giornate vissute ma mantenute vive; oppure si sposta nel futuro, ma anche lì per guardarsi indietro, per ricordarsi, con la stessa nostalgia. Poeta della lontananza (elogiata tra l’altro nella poesia a pagina 49: Pomeriggi perduti (elogio della lontananza)), il suo è quindi un procedere per poli: passato/futuro, inverno/estate, autunno/primavera, lontano/vicino. L’oggi, ciò che succede al momento, è vissuto, certo, ma non afferrato. Non stupisce: “l’infinito di oggi” (Opere sparse nel tempo, pag. 52) come può essere ordinato? Deve prima sedimentare, ora sfuggirebbe dalle mani. Serve distanza e distacco, per poter sistemare con lucidità e raziocinio: “Un giorno / quando il distacco / allenato del tempo / lo permetterà […] Ma non oggi, / non è ancora l’ora” (Un giorno, pag. 86). E ancora, tornando ai poli e alle distanze tra loro:

[…]
Ogni cosa mi istruisce
sulle distanze
tra la piccola storia
e l’infinito.

(Notturno breve, pag. 91). Poeta della lontananza, abbiamo detto, ma anche del perduto e, perché no, del ritorno (a un pensiero, un volto, un giorno, una città, le origini…). Paradigmatica la poesia già citata, Pomeriggi perduti, che dà il titolo alla raccolta: “ritornare vergini alle origini / bambini non ancora istruiti / da civili menzogne”. Tornare a quando la tabula è rasa ancora (parlo di eventi e vissuto, chiaramente, non di moduli mentali) e i ricordi non pesano, semplicemente perché non ci sono. Tornare alle origini significa mettere in atto una “lontana dimenticanza”.

“Spegnete tutto”, dice Nigro, tutti quei “confortanti aggeggi” che poco hanno a che fare con la verità. Solamente così sono possibili “ritorni d’umanità”.

Il verbo ritornare percorre l’intera raccolta: è verbo cardine, che ci segnala un tema strettamente legato a quello del tempo: la ciclicità della vita. La vita è un ciclo in cui tutto passa e ritorna. Non esattamente uguale a prima ma seguendo il modello logico della sintassi: muta la superficie ma lo schema profondo resta immutato. Torneranno le stagioni (non quella precisa estate, non quel preciso temporale…): “Prima di partire / in avide dispense / metto da parte / le cose belle di sempre, / per gli inverni / che non tarderanno” (Le cose belle di sempre (La dispensa), pagg. 25-26); “Alla vita ormai persa / che scorre nel mare calmo / della morte che accoglie, / sperando di ritornare / giovane umidità / e nuvole / e di nuovo pioggia / tra i vivi di domani” (Acqua di ritorno, pag. 30).

Torneranno gli amori (non quel volto, non quel nome…): “Attendevo da anni / di riscoprire quel rito giovanile / dell’acqua bevuta in città deserte / tornando dai goliardici viavai / che precedono l’alba / di rinnovate speranze” (Caffà Albania, pag. 28).Torna la vita: “il vecchio e il suo cane / in cerca degli anni perduti / sotterrati chissà dove / come ossa di storie sbiadite / le zolle marroni di terra arata / che presto accoglieranno / sementi di futuro” (Le cose belle di sempre (La dispensa), pagg. 25-26); “dimora dei ricordi ritmati / su strade percorse / a memoria eppure nuove / all’andare che ritorna!” (Passo di sera, pag. 42). Torna – ahinoi – anche il dolore, che poi va via, ritorna, poi va via di nuovo, si ripresenta:

[…]
Calice di vino non bevuto
tra veli strappati di poesia e carne,
intravedo il tuo volto
graffiato dal verso
nel tramonto
di un altro dolore.

(Frontiera, pag. 55).

Michele Nigro: “Pomeriggi perduti”, non del tutto. 1

Ci sono le cose passate, e altre cose che si attendono con speranza. Certo, il domani a volte è incerto (lo abbiamo visto, non si lascia indagare facilmente), altre volte è pieno di “coraggiose promesse” (Partenza, sera, notte, pag. 65),che assomigliano tanto alle illusioni che conosciamo bene. Il dolore vissuto – ci dice il poeta – non però deve precluderci un nuovo inizio: tutto passa, tutto torna. Nigro ne ha consapevolezza e perciò, invece di accartocciarsi su sé stesso, fa affidamento sulla capacità di dimenticare. Alle perse, finge: “E ogni volta / fingeremo / di non ricordare / le speranze appassite, / l’effimera gioia / di una trascorsa pelle” (Cave canem, pag. 98). Quelle “gioie passeggere sul corso / al tramonto del senso” (Non può essere tutto qui!, pag. 89) rendono il poeta, e l’uomo, disilluso, disincantato, ma ugualmente bisognoso di speranza:

[…]
Avrò ancora bisogno di speranza
sul finire dell’anno,
sopravvivenza agli errori.

(Partenza, sera, notte, pag. 65). Così, fino alla fine (non della vita, ma di una vita), quando i nostri “cicli effimeri / e testardi” si fermeranno e tutti i “messaggi speranzosi” finiranno in “mari indifferenti” (Finirà, pag. 93). Sì, perché la parola scritta è come l’amore: un unguento, un balsamo, un placebo, un antidoto, un’illusione:

[…]
che l’oscurità del verso
circondi la spietata ragione,
nell’illusione di
lontani sconforti
non in viaggio
verso me.

(Antidoto, pag. 96). Il poeta non si dispera, anzi: si lascia ingannare con consapevolezza. La disillusione, il disincanto non diventano mai un ostacolo alla vita, ne rivelano solamente le dinamiche e i meccanismi, fino all’inceppo finale, ineluttabile. Scoperta la macchina del tempo e disvelate le sue lancette, contare i minuti con la speranza di gestirli significa monitorare costantemente l’avvicinamento verso la fine. E non va, certe cose vanno lasciate incontrollate. “Lasciate le cose come stanno” recita il titolo della poesia che chiude la raccolta (l’aveva detto Nigro che mettere ordine aveva dei limiti):

Coaguli di frasi raminghe
che chiami poesie
si salvano dal feroce controllo
su esistenze scassate
dal suo mettere ordine
con logiche di madre.

La poesia, che è lo strumento che Nigro, in quanto poeta, utilizza per dare una sorta di ordine ai giorni e alla realtà e per fissare (nobilitare, dargli una dignità?) il vissuto, è la stessa che non si piega all’ordine. Strumento ma non oggetto: paradossale? No, comprensibile. E forse sta proprio qui la sua utilità, la nostra salvezza.

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