Oltre la percezione con i “Sistemi” di Dimitri Milleri

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Da pochi giorni è uscito per Interno Poesia “Sistemi” di Dimitri Milleri (Bibbiena, 1995), per la felicità di tutti gli amanti della poesia. In mezzo a tante cartacce, tanto lirismo, diarismo e poetese, il libro di Milleri spicca ed emerge con la forza di un pugno per la sua maturità stilistica, contenutistica e tecnica.

Sistemi di Dimitri Milleri è un atto di comprensione del mondo attraverso la poesia. Un atto coraggioso, titanico, ma necessario, perciò richiedente serietà e metodo. Per questo la comprensione deve procedere per scomposizioni fino al superamento della percezione (che spesso inganna, «approssima», Corrispondenze? Certo, come ieri) per arrivare alla realtà pura. E percezione/realtà è solo una delle tante dicotomie che si scontrano nell’opera: malattia/salute, interno/esterno, solido/ liquido, suono/silenzio, buio/luce, osservante/osservato.

Alla scomposizione non è immune neanche la raccolta, divisa in tre sezioni: Detentivi, Complessi, Chiusi

La prima sezione, la più corposa, introduce temi che, come collante o colonna sonora (la musica, molto importante per Dimitri Milleri, sembra essere una delle chiavi di lettura dell’opera), si ripropongono e risuonano nella altre due sezioni, fino a raggiungere una risoluzione finale.

Dimitri Milleri


Quella di Milleri è una poesia sonora e visiva e queste due caratteristiche a volte convivono, altre volte l’una sostituisce l’altra. Tutto ciò che non è suono di strumento assume una connotazione negativa («il pianto dei parenti», Quando si abita il panico, lo sgomento), è vittima di incomprensione e incomunicabilità («Ti ho chiesto dei vaccini, mi hai risposto / lo spazzolino elettrico, nel cellophane», Sono tornato e abbiamo urlato, come sempre) o finisce con l’essere vinto dal silenzio se tanto si parla soltanto per dire di no («avrebbe detto allora / dieci anni dopo di trovarsi ancora / a spergiurare che la morte no!», Chi si aspettava che la sala prove; «uno che ha detto no duemila volte», E ora che fa?).

Meglio, sì, fare silenzio; d’altronde anche le domande sono di cortesia, non hanno reale voglia di risposta («E quando ti chiedono […] che cosa hai mai, lo sai: / sai che non vogliono davvero, / che un crimine sarebbe dire», Quando si abita il panico, lo sgomento).

La soluzione, per Dimitri Milleri, è una stanza insonorizzata e «senza dire niente […] suonare insieme»

Ecco che quasi sempre queste dicotomie non trovano un equilibrio, anzi, succede che si avvicinino così tanto da fondersi in qualcosa di fastidioso («Quando non ci fu più distanza / fra esterno e interno / tutto si fece angusto, angusto e scomodo», La sala d’aspetto), oppure che una parte sovrasti l’altra («sul buio adesso viene il buio», Si attarda a ripulire il clarinetto) fino a rendere tutto oltremodo sbilanciato («Se il vento muore […] L’estate / cade dal cielo come un’overdose», Se il vento muore la retta del mare).

Quel dividere per comprendere finisce per fallire, o non serve a nulla: mentre si vive risulta difficile una costante analisi in itinere («intanto, le sezioni / di mente che ha scordato / gli annunciano lo stato nello stato», Si attarda a ripulire il clarinetto).

L’occhio che aveva azzardato l’analisi iniziale rimane perciò in silenzio («osservando solamente», Avvertenze). È l’occhio del poeta, questo, che guarda senza far entrare sé stesso nell’oggetto dell’osservazione togliendo il filtro dell’osservante dall’osservato. Un’impresa che Milleri porta a compimento con maestria anche utilizzando la terza persona. D’altronde, per arrivare al reale, al vero, il poeta in primis deve sospettare di sé stesso, allontanarsi da sé e osservarsi con distacco.

Insomma, per Dimitri Milleri è veramente difficile fermare la vita per indagarla

Tutto è liquido («Nulla giungeva allo stato solido», La sala d’aspetto), sempre in movimento, oppure frammentato («Era un silenzio privo di telefoni, / composto di frammenti», La sala d’aspetto). E, soprattutto, non si può vedere tutto («Dopo un lungo silenzio / senza fermare l’auto hai detto: “ecco / ora che hai visto tutto” ma un cinghiale / già ti smentiva a lato della sera», IX). Il rischio per chi si ostina nell’indagine è l’abisso: l’astronauta che ci è dentro «pianta la bandiera, spegne tutto» (E ora che fa?).

Questa poesia, la penultima della sezione Detentivi, dà fine, appunto, alla detenzione. Qualcosa si è raggiunto, conquistato ma, riportando il primo verso: «E ora che fa?». Ecco, tanta fatica per raggiungere un obiettivo e quando si è lì, con un’eco buzzatiana, tutto svanisce, si spegne.

Una soluzione a ogni cosa (che sarebbe poi la vita) per Dimitri Milleri sembra raggiungersi nella terza e ultima sezione, Chiusi, dove la protagonista è la materia, la sola, a quanto pare, a poter essere gestita e compresa («Adesso il magma è freddo e fino in fondo / si fa toccare», Con quanta indifferenza gli proseguono). Per il resto, invece, rimane il buio («in questo nero davvero non so / se tu sappia o meno, / né so cosa sperare», Tavole nere, un’araldica). L’ultima poesia, finalmente, chiude e chiarisce.

Dicotomie? Antinomie? Asimmetrie? Dimitri Milleri le chiama «corrispondenze». Sono coincidenze, contemporaneità dei contrapposti («dall’aula quattro si sentiva esatta / l’intonazione in limonaia del fagotto / con l’eco di una sega circolare»). La vita è così, si regola, si compensa da sé. Suona la sua musica e non si fa prendere, capire più di tanto: è un miracolo tutto suo le cui dinamiche ci sono precluse.

Ma ora, dopo tante parole, tre testi tratti dalla raccolta:

La sala d’aspetto
era un luogo di mimesi involontaria.
Era un silenzio privo di telefoni,
composto di frammenti: gesti usuali
in miniatura, archetipi di sedie
gerani immobili.
Nulla giungeva allo stato solido, violenta
era la forza di gravità in ogni volto,
irrefrenabile
la volontà di divinarla.

Quando non ci fu più distanza
fra esterno e interno
tutto si fece angusto, angusto e scomodo:
leggings a pois, riviste e prescrizioni
volevano restare corpi estranei.

Qualcuno poi spaccò la confluenza
con mosse improvvisate, gentilezze
dovute.

             Bisognava essere buoni.

***

E ora che fa?

                        Si vede un mezzo busto
fisso nel centro esatto della scala.

Pensa il dolore come un’astronauta
uno che ha detto no duemila volte, ha ipotecato
l’estate dei diciotto, dei ventuno, donne amate

                          come casine del monòpoli.

Adesso è dentro, vibra come un sitar

                          mentre oltrepassa strati di materia

sempre più rarefatta.
Supera il talamo, l’amigdala il vecchio
cervello rettile che si contorce.

                      Pianta la sua bandiera, spegne tutto.

non si ricorda più come si scende?

***

Corrispondenze? Certo, come ieri:
dall’aula quattro si sentiva esatta
l’intonazione in limonaia del fagotto
con l’eco di una sega circolare.
Però la nostra è una vita che approssima
nel più dei giorni
come i rastrellamenti.
E quando accade, quando
l’aspettativa prende posto nel reale,
è sempre un terzo, vedi, a rivelarlo,
restando escluso dal miracolo non meno
di chi lo vive senza nominarlo.

Federica Gallotta
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