Teresa d’Avila e le sue estasi: come la santa divenne capolavoro di Bernini tra il 1645 e il 1652.

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Sebbene Bernini non conobbe mai Teresa d’Avila, sicuramente ne conosceva la vita e l’importanza per la storia della Chiesa cattolica, in particolare per l’Ordine dei carmelitani scalzi.

Questo era un ordine mendicante e traeva origine dalla riforma introdotta dalla Santa nel 1562 nel monastero femminile di San Giuseppe d’Ávila, in pieno periodo riformista post Concilio di Trento. Il gruppo di suore guidato da Teresa d’Avila si ritirò in un monastero di tipo eremitico, dando inizio a una serie di attività volte al restauro con un certo rigore della regola primitiva.

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Rubens, Teresa d’Avila (1615).

Teresa d’Avila ha lasciato una sua dettagliatissima autobiografia, motivo per il quale oggi si conosce gran parte degli avvenimenti della sua vita e delle sue esperienze divine. Proprio in questo libro si trova uno dei passi più dibattuti tra studiosi di vario genere e psichiatri: la descrizione delle sue estasi.

«Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avere un po’ di fuoco. […] Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento.»


Santa Teresa d’Avila, Autobiografia, XXIX, 13.

Il dibattito ancora non risolto si scontra sul fatto che per alcuni, questi fenomeni erano da intendere come delle fervide fantasie che portavano la giovane a confondere una fantasia sessuale per un incontro con il divino, mentre altri sostengono che queste parole testimoniano un episodio di transverberazione, ovvero, nella mistica cattolica, la trafittura del cuore con un oggetto affilato, da parte di una creatura divina.

La raffigurazione di Santa Teresa d’Avila: Bernini

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Gian Lorenzo Bernini, particolare della Cappella Cornaro, 1647-1652, Teresa d’Avila.

Sebbene quest’opera sia continuamente chiamata “estasi di Santa Teresa”, quella rappresentata è una scena di transverberazione: è evidente, infatti, come un angelo stia per trafiggere o abbia da poco trafitto la santa con il dardo che regge nella mano destra.

Questo ci può essere estremamente di aiuto nell’interpretazione del passo scritto da Teresa d’Avila, poiché testimonia come meno di cento anni dopo (nel momento in cui si commissiona l’opera a Bernini) si scelga di rappresentare l’evento come un accaduto mistico, legato alla presenza di un essere divino, e quindi farci capire con quale spirito tali avvenimenti fossero recepiti dalla Chiesa e dall’Ordine legato alla storia della santa.

L’opera è infatti contenuta nella splendida Chiesa di Santa Maria della Vittoria, costruita in piena età barocca tra il 1608 e il 1620 proprio per l’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Al suo interno viene commissionata a Bernini l’orchestrazione di una cappella sorprendentemente barocca: la Cappella Cornaro, voluta dal Cardinale Cornaro e costruita tra il 1645 e il 1652.

La Transverberazione di Santa Teresa d’Avila non è solo un gruppo statuario

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Gian Lorenzo Bernini, Cappella Cornaro, 1645-1652, Chiesa Santa Maria della Vittoria (Roma).

Molto spesso, della Cappella Cornaro ci si concentra esclusivamente sul gruppo scultoreo contenuto al suo interno, ma, se è vero che questo costituisce il punto di maggiore pathos rappresentativo, non lo si può estraniare da tutto quel complesso assetto architettonico, pittorico e decorativo in cui è collocato.

Quello che Bernini ci propone è una sorta di “spettacolo” inscenato attraverso l’utilizzo e l’unione di tutte le “arti maggiori“: pittura, scultura e architettura. Questo luogo doveva essere la raffigurazione di un piccolo teatro, in cui sul palcoscenico è posto l’evento di Santa Teresa d’Avila, mentre ai lati della cappella si aprono dei balconcini (proprio a ricordare quelli dei teatri), da cui si affacciano i principali personaggi della famiglia Cornaro. Questi sono resi a rilievo quasi come fossero sculture a tutto tondo, ma inseriti in un complesso architettonico prospetticamente perfetto e finemente lavorato, che sembra ricordare lo stiacciato donatelliano.

I membri della famiglia Cornaro assistono alla scena e si rendono testimoni del sacro avvenimento, dichiarando così la propria celebrazione attraverso un’opera d’arte manifesto dello stile barocco di Bernini.

«Perfino il trattamento del drappeggio è, in Bernini, interamente nuovo. Invece di farlo ricadere con le pieghe dignitose della maniera classica, egli le fa contorte e vorticose per accentuare l’effetto drammatico e dinamico dell’insieme. Ben presto tutta l’Europa lo imitò.»

Ernst H. Gombrich, La storia dell’arte, Milano, Leonardo Arte, 1997, pp. 438–40.

La funzione funeraria di questa cappella è ricordata da un piccolo particolare sul pavimento della cappella: sbucano, infatti, da due clipei due scheletri in intarsi marmorei, che in gesti di preghiera possono assistere al miracolo di Teresa d’Avila.

La volta della cappella è interamente affrescata con l’aggiunta di stucchi per simulare la tridimensionalità delle nuvole.

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Bernini, dettaglio soffitto Cappella Cornaro.

Per mettere in scena il miracolo, però, Bernini escogita un elemento architettonico innovativo, in grado di conferire un risultato di grande spettacolarità e di lasciare lo spettatore a bocca aperta. Inserisce sopra la nicchia contenente un gruppo scultoreo una finestrella che permetta alla luce del sole di entrare direttamente nella nicchia, illuminando il fondale di bronzo dorato posto dietro la statua, il quale genera un effetto luministico divino sul dolce volto della santa.

Adesso avete capito perché non si può parlare semplicemente di “Estasi di Santa Teresa”? Questo capolavoro è molto di più!

A presto cari Lettori.

Eleonora Turli

Guarda anche: il modellino 3D della Cappella Cornaro

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