All Mirrors, il ritorno di Angel Olsen

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C’era grande attesa per il quarto album di Angel Olsen, specie dopo il successo di My Woman del 2016. Vediamo allora come suona All Mirrors.

Va subito detto che l’attesa non è stata vana, All Mirrors è forse il miglior lavoro di Olsen. Sicuramente è quello che, per ora, può essere definito il suo disco della maturità.
Ricco di orchestrazioni, a tratti epico se non gotico, All Mirrors è un lavoro sontuoso. Il disco poi va idealmente ad affiancare le uscite di Weyes Blood e di Lana Del Rey, a completare un 2019 importante dal punto di vista del cantautorato femminile.

All Mirrors nasce come catarsi di un periodo altalenante per Angel Olsen.

Da una parte il grande successo e gli sfibranti tour, dall’altra alcune dolorose vicende personali e lo straniamento per la vita on the road. Il risultato è un disco estremamente adulto nei testi e dal suono vintage, sospeso tra sintetizzatori anni ’80 e un certo gusto retrò che scava nei decenni precedenti, fino ai fifties.

Un disco che Olsen stessa ha definito molto non rock’n’roll, alludendo non solo ai suoni ma anche alla crescita.

Quasi una presa di distanza da alcuni episodi quasi giovanilisti del passato. All Mirrors parte subito all’attacco con i due singoloni: i sette minuti di Lark e la bellissima title track. All Mirrors è una cavalcata che alterna carezze e pugni, un saliscendi emotivo tra picchi di sintetizzatore e orchestrazioni mai troppo invasive.

E se Too Easy echeggia le atmosfere più tipiche dei dischi precedenti, New Love Cassette sembra uscito dall’ultimo di Sharon Van Etten, altro pezzo da novanta di quest’anno. E se Spring, una bella ballata retrò, e What It Is sono pezzi tutto sommato che scivolano via senza troppi clamori, è con Impasse che si entra nella parte più intensa di All Mirrors.

Impasse è un lento maestoso che va in crescendo, lasciando quasi sensazioni cinematografiche.

E non è un caso che Angel Olsen si occupi personalmente della parte creativa dei propri video; comporre per immagini, questa la definizione della cantautrice rispetto al suo processo creativo. Tonight, costruita su una sequenza di accordi ripresa da Il Cielo In Una Stanza, è, nelle parole di Angel stessa, un omaggio a quel grande pezzo italiano. E uno dei picchi emotivi dell’LP.

E se Summer alleggerisce – di poco – il finale con un ritmo leggermente più mosso, il pathos torna a regnare con le conclusive, splendide Endgame e Chance.

È soprattutto quest’ultima, una ballata quasi anni cinquanta con la voce di Olsen incredibilmente duttile sugli scudi, a far quasi rimpiangere che il disco sia già finito.

Insomma, se conoscete Angel Olsen solo per Shut Up Kiss Me o, peggio, se non la conoscete affatto, siete in tempo per scoprire che c’è ancora qualcuno che fa musica col cuore in mano.
E con tanta, tanta tecnica, che non guasta.

Andrea La Rovere
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