Il 30 agosto è uscito l’atteso quinto lavoro di Lana Del Rey, intitolato Norman Fucking Rockwell

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Il titolo, innanzitutto. Norman Rockwell fu un illustratore attivo negli Stati Uniti nel novecento; i suoi lavori, dalle atmosfere giocose e goliardiche, ma spesso anche commoventi, hanno raccontato per mezzo secolo il sogno americano. Si può quasi dire che, almeno esteticamente, ne abbiano anche tratteggiato le fattezze. Lana Del Rey chiarisce subito le intenzioni alla base di questo nuovo album nel titolo: raccontare la decadenza dell’american dream, in un paese ostaggio della deriva nazionalista di Trump, verso cui la musicista appare profondamente contraria.

Diciamo subito che Norman Fucking Rockwell è un album persino superiore alle aspettative, che nel caso della newyorchese sono sempre altissime, fin dal debutto di Born To Die del 2012. Il lavoro costituisce un deciso passo avanti rispetto alle ultime prove e propone un’artista ormai nel pieno della maturità e in pieno controllo delle sue tante doti. L’ascolto, vista la durata – più di un’ora – l’estrema compattezza e i temi affrontati, non è certo da approcciare con disimpegno; pur in una discografia che non mostra grandi cali di qualità, NFR va a collocarsi dalle parti di Ultraviolence, il secondo album prodotto da Dan Auerbach e finora vetta incontrastata della nostra. Forse questa volta Lana fa anche meglio.

L’apertura è affidata alla title track, un brano che si può quasi definire romantico, ma alla maniera quasi nichilista e cinica a cui la cantante ci ha abituati: Goddamn, man-child / You fucked me so good that I almost said ‘I love you’ sono dei versi che non lasciano indifferenti, così come il disincanto di fronte a quello stesso uomo che si rivela l’ennesima delusione: You’re just a man / It’s just what you do / Your head in your hands as you color me blue.

Le atmosfere musicali sono sempre più inclini al sadcore, pianoforte in primo piano e scarne suggestioni elettroniche disseminate qua e là. Venice Bitch, a partire da titolo suggestivo, è forse la vetta del canzoniere di Lana Del Rey: una lunghissima – oltre nove minuti – suite di psycho pop per cui musicisti più considerati farebbero carte false, e vengono in mente un Jonathan Wilson o un Ray LaMontagne, con una fenomenale coda strumentale. Mariners apartment complex cita esplicitamente Leonard Cohen e pesca a piene mani in atmosfere affini a Neil Young. Un altro nome che si affaccia prepotentemente e che Lana deve aver studiato per bene è quello della bravissima – e non sempre apprezzata a dovere – Weyes Blood, specie nella sontuosa The Greatest, pezzo da novanta coronato da un bell’assolo di chitarra, perfettamente organico al brano.

Splendidamente riuscita anche la cover di Doin’ Time dei Sublime, resa con un arrangiamento al limite del trip hop e infarcita di citazioni da Summertime. Risulta inutile stare qui ad analizzare il disco traccia per traccia, NFR è un lavoro che assaporato in tutta la sua lunghezza, più e più volte. Ci limitiamo a segnalare le melodie perfette di Love Song – che ricorda nella progressione di accordi Wonderwall – e Happiness is a butterfly.
Notevole ed emblematica la chiusura di Hope is a dangerous thing for a woman like me to have, delicata ballata che ricorda all’inizio Wicked Games e che cita Sylvia Plath: I’ve been tearing around in my fucking nightgown/24.7 Sylvia Plath/Writing in blood on my walls/’Cause the ink in my pen don’t work in my notepad/Don’t ask if I’m happy, you know that I’m not/But at best, I can say I’m not sad/’Cause hope is a dangerous thing for a woman like me to have/Hope is a dangerous thing for a woman like me to have.

Insomma, Lana Del Rey ha fatto di nuovo centro, anche se siamo sicuri che il lavoro finirà per dividere ancora di più tra chi la ama e chi la odia. È il destino di chi possiede, oltre alle innegabili doti artistiche ed estetiche, il carisma. E, di carisma, Lana ne possiede in quantità.

Andrea La Rovere

Un solenne Luca Marinelli nei panni di Martin Eden

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