La giovane onda dei “musicisti social”? Tanto “net” e poca sostanza

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Chi l’avrebbe mai detto già solo una decina di anni fa che per divenire dei “musicisti noti” sarebbe stato, un giorno, molto più importante avere una buona telecamera e delle buone doti di editing più che delle buone idee musicali o, ancora, un progetto solido. Chi l’avrebbe mai detto che, un giorno, le nuove leve sarebbero venute in gran parte dal mondo del net, definendo quella nuova ondata che possiamo tranquillamente definire quella dei “musicisti social”.

Non me ne vogliano i più young (miei coetanei, tra l’altro) che potrebbero sentirsi toccati da questo discorso. E’ però ineluttabile (sicuramente più del caro e vecchio Thanos) che ormai le nuove generazioni di giovani leve musicali siano spesso tanto (se non troppo) “social” e davvero poco “musica”.  Tutto fumo e niente arrosto? Non esattamente, ma il concetto è molto simile.

Sono sempre di più i ragazzi, spesso e volentieri tecnicamente estremamente dotati e talentuosi, che scelgono di farsi strada nel mondo della musica tramite la creazione di contenuti social più che di contenuti artistici veri e propri

Tra i più anziani dell’ambito mi vengono in mente l’inizialmente simpatico e poi insopportabile e autoreferenziale Stevie – T piuttosto che quel polistrumentista Jared Dines che in niente eccelle ma (a quanto pare) tanto spinge o il suo fedele partner di sketch Rob Scallon (chitarrista con due testicoli di ferro). Ah, e non dimentichiamoci dell’italianissimo (e simpaticissimo) Davie 504, bassista dalla tecnica eccezionale e personaggio in grado di creare contenuti non solo di intrattenimento ma, spesso, anche stimolanti e utili per altre personalità professionali.

Di lui vorrei sottolineare, tra l’altro, il recente mastodontico giveaway di strumenti da lui organizzato (totalmente a sue spese) per supportare i più appassionati di musica che, spesso, non hanno la possibilità di permettersi un simile prodotto offerto sul mercato a prezzi piuttosto alti.

I sopra citati, come altri, sono tutti ragazzi più o meno giovani (forse tutti intorno alla trentina e qualche spiccio di più) che hanno avviato, nel corso degli ultimi dieci anni, quella nuova wave di personaggi musicali votati all’intrattenimento e alla creazione di contenuti tramite youtube. Playthrough, sketch ironici sulla vita e le tendenze del musicista medio, meme sui generi musicali più disparati (Does it Djent? Ndr.) eccetera eccetera rientrano tra gli asset che hanno permesso a questi spesso simpatici figurini di farsi spazio nel mondo musicale, guadagnandosi l’attenzione di un pubblico piuttosto vasto assieme a grandi quantità di soldi portati (con merito) da visualizzazioni e sponsor e, spesso, endorsement con esose liuterie e manifatture musicali varie.

E’ un impero, ormai, quello dei “musicisti social”

Un impero sempre più vasto e ricolmo di offerta dove sono sempre di più i giovani che tentano di entrarvi e sempre meno quelli che riescono a scalare la montagna. Quali sono i requisiti per farlo? Beh, non sono elementi alla portata di tutti. Quantità inusuali di tempo libero, ottimi strumenti di ripresa/produzione e, dulci sin fundo, doti tecnico/esecutive decisamente al di sopra della media che possano stupire il pubblico, ispirarlo, forse anche instillargli quel briciolo di stima/invidia competitiva utile a spronare e spronarsi.

Tutto ciò non è poi così male visto da questo punto di vista e, oggettivamente, non è nemmeno un grande dramma. Va da sé però che ogni cosa ha i suoi lati oscuri e, in questo caso, a subirli è paradossalmente proprio la musica stessa nel suo senso più puro di espressione artistica e comunicativa.

Il “musicista social” non vede al centro del suo prodotto la musica ma, anzi, la utilizza come mezzo per dare vita a quello che è il vero scopo della sua offerta: l’intrattenimento.

Spesso la tecnica mostrata, esasperata e ultra dopata, non è altro che un mezzo di esibizionismo quasi circense, utile a lasciare a bocca aperta un pubblico che ha bisogno di vedersi incantato, stupito, meravigliato (di cui spesso nel tempo libero anche io faccio parte).

Così si avvera la magia del giovane prodigio asiatico Ichika Nito o del chitarrista dal look post-emo/pop Tim Henson, membro principale di quei repellenti Polyphia noti (e amati dai molti) per il loro “pop-prog” strumentale dozzinale e dall’ampio tasso di banalità e noia (il tutto ben mascherato da ottime doti tecniche). Ragazzi giovani quelli fino ad ora citati, musicalmente dotati in modo squisito ma, nel grosso dei casi, incapaci di dare vita ad una produzione musicale di tutto rispetto, in grado di rompere quella barriera del suono che divide gli artisti mediocri da quelli che davvero possono aggiungere un tassello importante al mondo della musica in un mondo, quello dell’arte, che ha sempre bisogno di nuove idee per proliferare.

Vi sono anche eccezioni, ovviamente, come quella portata dal funambolico Manuel Gardner Fernandes che, con una tecnica chitarristica così invidiabile dal doversi beccare anche le accuse di “fake” da un probabilmente invidioso e già citato Jared Dines, è riuscito anche a dare vita ad un progetto musicale giovane, fresco, promettente e sicuramente destinato ad un futuro radioso come gli Unprocessed.

Stesso discorso vale per altre personalità come quella del funambolico polistrumentista e cantante Jacob Collier (ogni buongustaio della nota dovrebbe buttare un orecchio alle sue opere) o per il producer Andrew Huang, esponente di rilievo del mondo della musica elettronica in grado non solo di proporre buona musica ma anche di spiegare in modo semplice, diretto ed estremamente educativo come appropriarsi dell’arte del producing, della creazione del suono e anche della teoria musicale.

Gli esempi da me portati vengono tutti da una medesima scena, quella rock e metal, ma ciò non significa, ovviamente, siano i soli

Cantanti, chitarristi, bassisti, batteristi di ogni genere e provenienza si “sfidano” sui social mettendo in mostra muscoli e idee per farsi spazio nel net cercando di stupire un pubblico sempre più ingordo, vorace e selettivo.

Questa nuova tendenza, però, oltre a non portare alcuna linfa vitale al mondo musicale in sé (se non in rari casi), ne va anche a modificare in modo a dir poco malsano gli strumenti di accesso. Negli ultimi anni più che mai un giovane artista deve competere con i nuovi volti della musica social, deve armarsi per stupire, creare contenuti, intrattenere senza potersi preoccupare più unicamente della creazione musicale, andando così a mischiarsi in un meccanismo che ha poco di artistico e fin troppo di circense.

E’ così che questa nuova onda di “musicisti social” non aiuta affatto il progresso artistico, settando l’asticella sull’onda dell’esibizionismo e costringendo anche chi non interessato alla “mera” creazione di contenuti di intrattenimento al doversi mischiare in un vortice che risucchia ancora più tempo e soldi. Il tutto, ovviamente, nella speranza di riuscire a salire su di un buon palco portando le proprie idee musicali e non l’ennesimo video “Every guitarist with…” o “Every different type of musician” piuttosto che una pacchiana battaglia chitarristica tra strumenti a 20 corde o lick sempre più intricati.

E pensare che di band attualmente “giovani” (o meglio, in circolazione da poco più di una decina di anni) ve ne sono. Prodotti ancora “freschi” come Haken, Architect, Northlane, Leprous, Caligula’s Horse, Periphery, Plini

Solo alcuni esempi, questi, di musicisti che con sudore e tanta gavetta nel giro di una decina di anni hanno portato linfa vitale e prodotti interessantissimi al mondo del metal contemporaneo, senza dover necessariamente sproloquiare nel mondo dei social esibendo qualcosa di diverso dalla propria e originale musica (anche se, in parte, l’australiano Plini è qui una leggera eccezione).

Insomma, di musicisti “giovani”, interessanti e talentuosi ve ne sono ma davvero pochi di essi hanno iniziato a puntare sulla propria immagine musicale tramite “l’intrattenimento net” dimostrando, forse, come il “musicista social” sia probabilmente antitetico con la produzione artistica di qualità. Nonostante ciò, però, le label discografiche sembrano sempre più fare riferimento ai numeri tiranneggianti di Youtube o Instagram nella selezione dei nuovi progetti, mettendo in campo un discorso che tanto per il bene artistico quanto per il guadagno economico dell’ambito, prima o poi, non potrà far altro che mostrare i suoi netti limiti.

Questi musicisti social sono allora tutto fumo e niente arrosto?

Non in senso stretto, ma in parte sicuramente si. Dotati di un grande talento e di abilità invidiabili, dimostrano contemporaneamente come un’ottima tecnica e delle buone idee per intrattenere non bastino a definire qualcuno un musicista solido e completo e, purtroppo, il fumo negli occhi del mondo dei network colpisce sempre più giovani leve, ormai tutte prese a battagliare sulle più variegate piattaforme per mostrare le proprie abilità senza, però, dare vita a nulla che possa davvero portare “del nuovo” al mondo dell’arte.

Il mondo della creazione dei contenuti, dell’intrattenimento e i suoi restrittivi parametri a noi, tutto sommato, stanno anche bene. E’ bello vi siano personalità talentuose in grado di far conoscere il mondo artistico intrattenendo, spesso in modo brillante e nuovo. Non è però accettabile che quei medesimi parametri che garantiscono il successo nel mondo del semplice intrattenimento social vengano brutalmente applicati anche in quello della produzione artistica, andando senza ombra di dubbio a lederla. Deve permanere la differenza tra ottimo intrattenitore e creativo/musicista e, gli esempi sopra citati, in modo inequivocabile ne sono la conferma.

Insomma, non tutti gli ottimi youtuber o ottimi strumentisti/intrattenitori possono essere degli ottimi musicisti e creativi. Ciò penso sia ora più che mai chiaro e i giovani aspiranti devono scegliere attentamente da quale parte voler stare (in fondo si sa, l’otium creativo tanto amato dai latini poco si confà con l’approccio impegnativo di un lavoro a tempo pieno come quello del contenent creator).

Potrebbe essere arrivato il momento, per noi artisti, di ritrattare il nostro approccio con il mondo dell’internet, per il nostro bene e, ovviamente, quello della musica.

Lorenzo Natali
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