The Pretty Things, “Bare as Bone, Bright as Blood”: recensione

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Bare as Bone, Bright as Blood è l’ultimo album della leggendaria band The Pretty Things, uscito il 25 settembre 2020 per Madfish.

Il rock ha ormai una certa età. Ogni generazione ha – per fortuna – i “suoi” fan del rock, appassionati e curiosi che si lanciano alla scoperta di artisti, album e canzoni del periodo classico. Il rock non sarà morto, come periodicamente qualcuno sostiene, ma certamente non è più, strettamente parlando, la musica dei giovani. La veneranda età del genere ha prodotto un fenomeno triste ma inevitabile. Molti dei protagonisti di quella stagione ormai leggendaria della storia della musica stanno lentamente passando a miglior vita. Nel 2020 abbiamo salutato Neil Peart (qui la nostra recensione di un classico dei Rush, “2112”), Andy Gill, Little Richard, Florian Schneider (qui la nostra recensione di “Radio-Activity” dei Kraftwerk), Peter Green, personaggi completamente diversi l’uno dall’altro che hanno scritto, cantato o suonato musica che oggi merita di essere ricordata e riascoltata.

In questo elenco di nominativi, un nome che forse non ha suscitato il compianto che meritava è Phil May, leader dei britannici Pretty Things, scomparso a Norfolk lo scorso 15 maggio per complicazioni post-operatorie a seguito di uno sfortunato incidente ciclistico.

Pochi tra quei giovani che oggi si interessano al rock hanno avuto l’opportunità di approfondire chi erano i Pretty Things, attivi fin dal 1964. Sia detto senza biasimo. È più che legittimo che libri e articoli di giornale ricordino Beatles, Rolling Stones, Who, Led Zeppelin, Pink Floyd – per limitarci a gruppi britannici che circolavano negli stessi anni – e tengano in disparte artisti oggi tenuti in minore considerazione. Eppure quella stagione ormai mitologica della storia della musica popolare ha contemplato una lunga serie di gruppi oggi ritenuti “minori” che hanno contribuito in modo talvolta non banale a creare una tradizione, una passione, un sound. Nel corso degli anni ‘60 i Pretty Things si cimentarono nella maggior parte degli stili conosciuti e praticati in quell’incredibile stagione di sperimentazione e pazzia, dal blues-rock (il chitarrista Dick Taylor studiò con Keith Richards e nel 1962 suonò persino il basso per gli Stones) alla psichedelia, passando per il pop “barocco” à la Pet Sounds. Registrarono uno dei capolavori dell’epoca, S.F. Sorrow (1968), una rock opera oggi considerata tra i primi concept album della storia, e da allora hanno continuato a incidere album con una certa regolarità, persistendo in un rock leggero ma emotivamente carico che possiamo ancora udire nell’ormai penultimo album The Sweet Pretty Things (Are in Bed Now, of Course…).

The Pretty Things, Bare as Bone, Bright as Blood: recensione

Lo scorso 25 settembre è uscito per Madfish, a circa quattro mesi dalla morte di May, Bare as Bone, Bright as Blood, l’album che resterà verosimilmente il testamento dei Pretty Things e il commiato di Phil May. Bare as Bone, Bright as Blood, completato prima della tragica scomparsa, è il primo album interamente acustico dei Pretty Things e vede soltanto Phil May alla voce e Dick Taylor alla chitarra. È insomma un lavoro, ha sottolineato il Manager dei Pretty Things, Mark St John, che “non ha quasi niente in comune con i lavori del passato” e che “riflette le fragilità e insicurezze dell’età che avanza, la cattiva salute, i dolorosi fallimenti e i memorabili successi” dei due protagonisti, idealmente riuniti per un’ultima e commossa performance, per la prima volta senza il supporto del resto della band.

“È questo il lavoro” si legge nel comunicato stampa di St John,  “di due uomini anziani che, forse per la prima volta, si comportano come qualcuno della loro età. Se la salute e l’energia si sono esaurite, l’abilità, l’intuizione e l’esperienza sono rimaste intatte”.

Psychedelic Jukebox: [1968] The Pretty Things - Bracelets Of Fingers
I Pretty Things nel 1968. Fonte

I dodici brani che compongono Bare as Bone, Bright as Blood – perlopiù cover o riarrangiamenti di brani tradizionali – si muovono tra un blues acustico che fa spesso uso della tecnica dello slide guitar e un country-folk dai toni soffusi e crepuscolari. Una ricchezza di stili solo apparentemente appiattita dall’uso della stessa chitarra acustica, in cui la voce di May emerge puntualmente con grande intensità. Appartengono alla parte blues dell’album “Can’t Be Satisfied” – già eseguita dal vivo dai Pretty Things – “Come into My Kitchen”, “Ain’t No Grave”, “Faultline”, il quartetto con cui si apre il lavoro. Ma ne fanno parte anche due pezzi blues di gran classe come “Love in Vain”, targato Robert Johnson (alla cui notorietà ha contribuito la versione dei Rolling Stones), e “I’m Ready” di Willie Dixon, che costituisce la bonus track dell’album, forse perché l’unica in cui si può udire un accenno di overdrive. Sull’altro versante troviamo invece “To Build A Wall” di Phil Varley, “Another World” di Pete Harlen, e infine un quartetto di pezzi che costituisce il cuore più riuscito di questo vero e proprio testamento musicale: “Redemption Day” di Sheryl Crow – ma suonata da Taylor è tutta un’altra cosa – “The Devil Had a Hold on Me” della cantautrice country Gillian Welch, “Bright as  Blood”, scritta dal bassista dei Pretty Things George Woosey, e il traditional “Black Girl”, con l’eccellente arrangiamento degli stessi May e Taylor.

È molto difficile giudicare Bare as Bone analizzandone in modo clinico i meriti strettamente musicali, che pure ci sono, mettendo da parte il significato che l’album assume nella storia dei Pretty Things e l’opportunità di apprezzare un eroe dimenticato della storia del rock. L’album racchiude una musica estremamente curata, ma segnata nei toni – vocali, soprattutto – da un senso di ineluttabilità che in diversi passaggi si trasforma in commozione.

Bare as Bone, Bright as Blood è, senza alcun dubbio, un bell’ascolto. Ma il valore dell’album non sta, o non sta principalmente, nelle canzoni, nelle scelte stilistiche, negli arrangiamenti.

Sta nel suo offrire la testimonianza, il racconto, il ricordo di una delle prime e più rilevanti voci di quella che fu tra le più importanti rivoluzioni culturali del secolo scorso. Sta nel presentarci, per la prima volta insieme, un duo di musicisti di gran talento che hanno costruito una carriera tra le più longeve della loro generazione. Non ce la dimentichiamo.

Federico Morganti
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