Ihsahn, Telemark/Pharos: recensione

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Telemark e Pharos sono due EP di Ihsahn, al secolo Vegard Sverre Tveitan, rilasciati nel 2020 per Candlelight records.

Curiosa è sempre stata la carriera di Vegard Sverre Tveitan, più noto come Ihsahn. Classe ’75, iniziò la sua carriera – come ogni norvegese che si rispetti – in una band black metal, gli Emperor (che ottenne un curioso immediato successo, per via del contratto con la famosa Candlelight). Stufatosi però del satanismo, dei pentacoli e della scarsa possibilità espressiva del black metal, che, nel caso degli Emperor, come degli Ulver loro pari, stava spaziando sempre più verso il prog, un bel giorno, il buon Vegard decise di mandare quel paese Samoth e Mortiis per “divergenze” artistiche. Iniziò così la fruttuosa carriera solista di Ihsahn, giunta, ora, al doppio ep Telemark/Pharos, il primo pubblicato in quarantena, il secondo in settembre 2020.

Che Vegard non sia nuovo all’atto del mescolare generi come se fossero note è fatto già noto: tale sperimentazione raggiunge però livelli altissimi in Telemark/Pharos.

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Partiamo dal primo episodio, cui, diciamolo, il secondo è nettamente superiore: Telemark è un lavoro sì black metal, ma che lascia spiragli sia AOR che jazz. Il concept è, però, tipicamente black metal, sia per la copertina proposta – classici abeti innevati – che per la intro, Stridig. Di cui però si nota, fra le accelerazioni tipiche della musica di Ihsahn, un’estrema cura compositiva, ed un certo utilizzo di orchestrazioni insolite – si odono frequenti ottoni, nascosti fra le chitarre distorte e i riff incattiviti, in una citazione agli Imperial Triumphant (leggi qui la recensione di Alphaville). Il che crea una certa tensione compositiva al jazz, ma si ritorna immediatamente nel rango del black metal (sinfonico) con Nord, brano d’ispirazione epica, che, ancora, fa ampio uso di ottoni, che, però, stavolta, contribuiscono a creare una sensazione di vaudeville oscuro in boschi ombrosi. La title track, Telemark, è una lunghissima suite che recupera il sentimento jazz di Stridig, mescolandolo, però, con reference ai lavori folk melodici di Gary Moore o dei Blackmore’s Night – sostanzialmente un sentore rinascimentale con chitarre impazzite che vanno a suonare come violini di zingari (non scomodiamo però Django Reinhardt): l’evoluzione musicale del brano si mantiene sulla ripetizione estrema ed ipnotica della frase musicale iniziale composta da una manciata di note (le ho contate: sono 9), in un’esplosione finale, in cui è apprezzabilissimo come vi sia una chitarra in contrappunto all’altra. Il meraviglioso sax di Jorgen Munkeby degli Shining è l’elemento che rende adatto il brano a praticamente ogni orecchio, allenato o meno.

Il resto dell’EP si mantiene su livelli apprezzabili: Rock n’ Roll is Dead, cover di Lenny Kravitz, è un brano AOR con voci scream e coretti a là ZZ Top, mentre WrathChild è una cover – poco originale – del classico degli Iron Maiden, di cui semplifica gli intrecci di chitarre e aggiunge sassofoni.

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Come ho preannunciato, il secondo EP del 2020 di Ihsahn è nettamente superiore al primo, che, in sostanza, si presta ad un ascolto attento per un amante sincero della musica ed amante dei tecnicisimi: Pharos, d’altro canto, rappresenta una piccola gemma del genere black metal, piegandone le atmosfere a semplicemente ciò che Vegard vuole che il brano trasmetta. Così la intro Losing Altitude deve molto ad Ayreon e al prog metal moderno tutto – synth delicati come la voce di Ihsahn per quattro minuti di qualità elevatissima.

Nessuno avrebbe mai potuto dire che Ihsahn, in realtà, nel suo cuore, ama ed ammira il produttore di Adele, Greg Kurstin, tanto amante di atmosfere retrò da Il Grande Gatsby: il chorus, di ciò che è una tipica ballad pop-rock, è trascinante, e la voce del vocalist, che è protagonista, è carezzevole e morbidissima. Romanticismo black. La title track Pharos si mantiene su un buon livello di power ballad che sfiora il lounge/atmosferico opethiano, e sfiora la magnificenza nell’ispiratissimo refrain di cori femminili, irresistibile grazie ai dinamismi climatici inscritti nel brano.

È con due cover che si conclude Pharos, secondo EP di Ihsahn del 2020: una di Roads, dei Portishead, band trip hop anni ’90 che, con soli tre album (due, se si esclude Third del 2008), ha fatto parzialmente la storia della musica. L’ipnotica voce di Beth Gibbons viene sostituita da quella di Vegard, che propone un falsetto non stucchevole e compone un ottimo giro di chitarra, pur mantenendo l’animo elettronico del brano.

Infine, se gli ABBA sono i Pooh svedesi, gli a-ah sono la versione norvegese: come non includere Manhattan Skyline in un ep in cui un Dio del black metal cerca di cimentarsi in altri generi? Alla voce c’è Einar Solberg, mio marito (ma non diteglielo, che si vergogna), vocalist dei Leprous (qui la recensione di Pitfalls), che non può far altro che dare il meglio di sé.

L’accoppiata Telemark/Pharos è, dunque, un caleidoscopio di generi, dalle curatissime orchestrazioni, sia nelle cover – trattate come brani originali – che nei brani inediti, che vantano un songwriting ispiratissimo: è incredibile come a distanza di tanti anni dall’inizio della propria carriera, Ihsahn abbia ancora così tanto da dire, e da dare, alla musica e nella musica. Non possiamo che auspicare che tale gioioso percorso si concretizzi in un intero LP.

Giulia Della Pelle
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