Imperial Triumphant – Alphaville [Recensione]

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A distanza di 2 anni da Vile Luxury (2018), i Newyorkesi Imperial Triumphant danno vita alla loro nuova creatura suburbana chiamata Alphaville; in uscita il 31 luglio su supporto fisico e sui principali siti di streaming via Century Media.

Essendo una band emersa da poco dalla nicchia, gli Imperial Triumphant si distinguono da molti altri progetti per la loro sonorità “Suburbana”; un black metal molto articolato, d’elevata complessità, dalle frequenze granitiche, da sintetizzatori tetri e opprimenti e dai ritmi devastanti; il tutto, fuso con le sonorità Jazz del mondo di New York.

Imperial Triumphant

Molti di voi, profani, staranno storcendo il naso a sentire dell’esistenza di un tale connubio di generi: nella testa dell’ascoltatore medio si annidano domande di ogni genere su come ciò possa essere possibile; domande a cui gli Imperial Triumphant danno presto risposta.

Alphaville venne presentato con due singoli: City Swine e Rotted Future.
Sin dai primi momenti delle canzoni si possono palpare l’opprimente ambientazione distopica e decadentista, cosa sempre presente nelle loro composizioni e nei testi.
La vera sorpresa avviene nel primo singolo degli Imperial Triumphant, attorno ai 2 minuti di ascolto, dove il connubio sopracitato prende vita come un moderno Frankenstein lasciando l’ascoltatore estasiato, quasi incapace di processare.

Da qui inizia il nostro viaggio nella distopica terra di Alphaville: un itinerario lugubre, accompagnato da toni molto scuri e sulfurei che provengono dagli strumenti, coronati dalle grida strazianti che rendono il tutto più “ritualistico”, in pieno stile Imperial Triumphant.

Dopo i singoli, Excelsior ci apre i cancelli alla volta dell’album: ci accolgono sintetizzatori distorti, le classiche ritmiche assedianti del black e una frequenza di basso davvero incisiva e delineante, cosa davvero peculiare per il genere trattato. Altra nota positiva, che giunge all’orecchio dell’ascoltatore, è la notevole qualità audio della registrazione: davvero non male se la mettiamo a confronto con molti “colleghi”.

In questo punto, l’album inizia a prendere una piega molto strana e assurda: i pezzi iniziano a essere sempre più impastati e deliranti man mano che gli Imperial Triumphant danno sfoggio delle loro frequenze più estreme.

Atomic Age, l’inizio in stile anni ’50 è un puro tocco di genio della band: forse poteva essere prolungata un po’ di più al posto di lasciarla così a sé stante, ma si collega bene al pezzo e fa la sua porca figura.
Mentre Transmission to Mercury ha, nella sua struttura, una delle intro più belle che abbia mai ascoltato: un perfetto jazz anni 60’/70’ eseguito magistralmente.

Siamo ormai giunti a fine album: c’è da dire che, per la pesantezza, le orecchie si assuefanno alle frequenze degli Imperial Triumphant, rendendo l’ascolto molto più difficile e una perdita del “segno” delle canzoni.

Alphaville e The Greater Good sono, senza ombre di dubbio, le tracce più deliranti e distorte di tutto l’album: le frequenze si uniscono in un unico grande muro monolitico di suono, niente di esorbitante da riportare, nulla fuori dai canoni della band.
Chiudono l’album Experiment (Voivod) e Happy Home (The Residents), due ottime cover che, oltre all’esecuzione magistrale, rispecchiano in pieno lo stile distopico dell’album.

Imperial Triumphant

Scrolliamoci l’atmosfera cupa di dosso, il nostro viaggio nella megalopoli di Alphaville è giunto definitivamente al termine.
Come appare il lavoro degli Imperial Triumphant? Il loro messaggio arriva chiaro e, soprattutto, può essere recepito?

Siamo onesti: l’album non è assolutamente brutto o eseguito male, ma si capisce che non è un sound accessibile a molti; i suoni sono molto ricercati e le tematiche stesse non sono un argomento semplice da esporre in un discorso di tutti i giorni.
Tuttavia lo reputo davvero un ottimo lavoro, anche se mi sento di consigliarlo (per la maggiore) a chi è familiare del genere.

Jacopo Simonelli
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