“Obsidian”: il ritorno dei Paradise Lost [Recensione]

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Passano gli anni, ma non la classe per i Paradise Lost.

Una delle band più interessanti del panorama Metal degli ultimi trent’anni. Tra gli inventori del Doom, la band inglese ha sperimentato una serie di rivoluzioni di genere nell’arco della propria carriera, offrendo sempre risultati di grandissimo livello. E la loro ultima opera, Obsidian, rientra senza dubbio in questa categoria.

Partiti con sonorità estremamente aggressive e cupe, i Paradise Lost si sono spostati verso l’universo Gothic, raggiungedo il picco della loro carriera con Draconian Times. Il percorso della band l’ha portata a sfruttare anche sonorità più morbide ed elettroniche, molto vicine ai Depeche Mode, con l’album Host. Dopodiché col Nuovo Millennio, il quintetto ha percorso a ritroso la propria evoluzione tornando a sonorità volta per volta più aggressive.

Obsidian è quindi, data la premessa, un album dalle sonorità cupe, profonde e anche molto lente.

La particolarità (e la micidiale bellezza) del Doom è la sua lentezza, il suo dramma. Probabilmente è la versione più profonda, intima e depressa del Metal, quella che riesce a descrivere meglio i demoni interiori della psiche umana. In questo modo già i titoli di Obsidian ci confermano il mood generale dell’album: Darker Thoughts, Fall From Grace, Ghosts, The Devil Embraced, Forsaken, Serenity, Ending Days, Hope Dies Young, Ravenghast.

Obsidian

Citando un villain di un vecchio cinecomic: “Miseria, dolore e morte: ecco qual è stata la tua scelta”.  E i Paradise Lost ci rendono partecipi di questo percorso in maniera subito sublime. Darker Thoughts parte con un arpeggio delicato di chitarra acustica, su cui poco alla volta si appoggiano la poliedrica voce di Nick Holmes (probabilmente uno dei cantanti Metal più espressivi in circolazione) e archi. Quando poi entra tutto il gruppo, con la sua rabbia e la sua disperazione, la danza di morte e depressione può finalmente iniziare. Bisogna subito complimentarsi, oltre che col già citato singer, con il batterista Waltteri Vayrynen, che riesce a riempire con classe e potenza lo spazio della ritmica.

Le chitarre lente e lugubri dirigono i secondi che sciorinano di Fall From Grace, della quale è stato girato anche un videoclip dalla regia e dalla trama quanto mai azzeccate. La caduta dalla Grazia, tematica biblica che la band si porta dietro come un macigno anche nel suo stesso nome, ci appare in tutta la sua violenza, la sua crudeltà. Ancora meglio: in tutta la sua ineluttabilità. Il percorso di Obsidian non potrebbe procedere meglio, trascinandoci sempre più nell’Abisso.

Ghosts conclude alla perfezione il primo terzetto di canzoni, il migliore dell’album. Le componenti del sound della band sono pienamente distinguibili in questo brano. Il ritmo viene scandito dal basso (Stephen Edmonson) e dalla chitarra ritmica (Aaron Aedy), impreziosito dalla batteria di Vayrynen, mentre Gregor Mackintosh delinea melodie strazianti. Punta di diamante, la voce di Nick Holmes, che scandisce i vari momenti del dramma alternando parti clean sia acute che profonde e parti growl decisamente cupe. Un’ultima fatale ninnananna prima del sonno eterno, prima di diventare fantasmi.

Benché le qualità della band non si discutano, il terzetto composto da The Devil Embraced, Forsaken e Serenity fatica a tenere il passo del precedente. Le atmosfere restano sempre estremamente coinvolgenti, il dramma è tangibile. Le tastiere sono tra l’altro un’aggiunta non da poco, sfruttando funebri organi e lugubri pianoforti dalle frequenze glaciali. Manca tuttavia quella forza trascinante che le precedenti canzoni avevano esercitato sul nostro corpo e la nostra mente. Detto questo, The Devil Embraced resta un pezzo molto apprezzabile, forse un po’ lungo e poco convinto nel suo sviluppo, così come Forsaken e Serenity mancano di una presa solida sull’ascoltatore.

Ci si avvicina alla fine e con Ending Days abbiamo di nuovo modo di sperimentare il potere degli arpeggi malinconici. La voce di Holmes ricama intorno al tappeto della chitarra, sostenuto da batteria e archi, prima che il dolore divori tutto e acuisca il pathos e la potenza di suono. Con Hope Dies Young si raggiungono ulteriori picchi drammatici, in cui l’intero amalgama musicale ci trascina inesorabilmente a un devastante punto di non ritorno.

Deve essere questa la vera forza dei Paradise Lost: muovere con passo leggero verso l’abisso più profondo. La pesantezza del sound e dei temi viene comunque mantenuto leggero dall’esecuzione, rendendo l’ascolto piacevole, coinvolgente, ma anche pregno di significato e di esperienza con cui ripercorrere il nostro passato, i nostri drammi, i nostri errori, i nostri demoni e riuscire a compiere una catarsi.

Poche band offrono qualcosa di simile. I Paradise Lost sono come una pietra grezza, ma dal valore inestimabile. Ascoltare un loro album è un tuffo in un’altra dimensione oscura, da cui si viene rigettati al termine dell’ultima nota, rinnovati. Obsidian ottiene un risultato eccezionale in questo senso e pur nelle sue imperfezioni risulta un album di assoluto prestigio. Ascoltatelo fino in fondo, fino all’ultimo arpeggio di Ravenghast, lasciate che le atmosfere creepy vi facciano rabbrividire, prima di uscire dal loro mondo e rientrare, un po’ storditi, nel vostro…

Daniele Carlo

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