Sanremo 2020, le pagelle dopo il secondo ascolto

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Dopo aver riascoltato due volte i brani del Festival di Sanremo 2020, abbiamo stilato le pagelle dei Big in gara (meno Morgan e Bugo)

Achille Lauro, Me ne frego – 8
Lauro è sorprendente, anticonvenzionale, irriverente, provocatorio. E’ tutto quello che fa paura a chi vede Sanremo come il festival democristiano per antonomasia. La canzone non si discosta da 1969, ma la sua performance postmoderna, il suo trasformismo e la sua capacità di prendersi la scena lo rendono unico nel suo genere.

Alberto Urso, Il sole ad Est – 5

Una bella voce, per carità. Ma è anacronistico e riciclato, e la canzone è davvero brutta.

Anastasio, Rosso di rabbia – 7

Anastasio ha una penna incisiva. Rosso di rabbia è uno sfogo, è l’urlo liberatorio di chi cresce in determinati contesti e vuole sputarli fuori.

Diodato, Fai rumore – 9

Antonio Diodato è sensibile, delicato, autorale. La sua penna è una lama necessaria. Lui è un artista con un talento immenso, prezioso. “Ma fai rumore si, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale”.

Elettra Lamborghini, Musica (e il resto scompare) – 5

Non sa cantare ed è stonata, ma la sua empaticità, il suo personaggio costruito perfettamente e la sua simpatia portano freschezza e modernità all’Ariston.

Elodie, Andromeda – 7,5

Mahmood consegna ad Elodie la canzone più moderna del Festival di Sanremo e lei la interpreta perfettamente con un timbro riconoscibile e non banale.

Enrico Nigiotti, Baciami adesso – 6

Enrico non stupisce, ma preferisce rimanere relegato nella sua confort zone. Baciami adesso è il compitino.

Francesco Gabbani, Viceversa – 8,5

Gabbani correva il rischio di essere diventato mainstream dopo il successo di Magellano, e invece è tornato in un’altra veste, senza temere di scontentare il pubblico che in lui riconosce un giullare. In un tempo in cui i sentimenti sono la vittoria del precariato, Gabbani ha il coraggio di dire quattro parole magiche, da ripetere come terapie farmacologica: “ti amo e basta”.

Giordana Angi, Come mia madre – 5,5

Giordana canta il rapporto che molti figlio hanno con la propria madre. Nonostante il testo sia valido, l’arrangiamento lento e classicheggiante lo indebolisce.

Irene Grandi, Finalmente io – 7

Irene Grandi fa Irene Grandi: rock, dinamica e grintosa più che mai. Il marchio di Vasco e soprattutto di Curreri si sente, eccome. Il suo ritorno al Festival è un regalo per se stessa e alla sua voglia di fare musica “quando canto sto da Dio”.

Junior Cally, No Grazie – 7

E’ tra i testi più interessanti dell’intero Festival. Cally punta il dito contro una determinata classe politica. Convince.

Le Vibrazioni, Dov’è – 7

Una bella canzone che non si discosta dal genere di Sarcina e company.

Levante, Tikibombom – 7,5

Levante ha una penna divina e un timbro ben definito. E’ tra le migliori cantautrici del panorama artistico italiano, peccato che la sua interpretazione frenetica (sarà agitazione?) non renda giustizia ad un brano forte e d’impatto.

Marco Masini, Il Confronto – 6

Masini si presenta sull’Ariston con stile maturo e consapevole di avere ancora qualcosa da dire al pubblico. Dovrebbe però farcele capire queste cose. Non arriva.

Michele Zarrillo, Nell’estasi o nel fango – 7

Zarrillo ha voglia di stare al passo coi tempi, e ci riesce. Nell’estasi o nel fango ha un bel testo e una bella produzione.

Paolo Jannacci, Voglio parlarti adesso – 6

Un brano carino ma che non ti lascia niente. Jannacci junior molto meglio come musicista che come interprete.

Piero Pelù, Gigante – 7

Pelù arriva per la prima volta all’Ariston con un brano rockeggiante e incisivo, con un ritornello che ti entra in testa fin dal primo ascolto. Il suo stile è intatto e il suo (consueto) show immancabile.

Pinguini Tattici Nucleari, Ringo Star – 8

“Tu eri Robin poi hai trovato me, pensavi che fossi il tuo Batman ma ero solo il tuo Ted” sembra una naturale prosecuzione di Nessun vuole essere Robin di Cesare Cremonini. I nuovi eroi oggi sono le persone normali, quelle che sanno stare “un passo indietro” senza sgomitare per forza per primeggiare. Quelle che rispettano l’altro, il diverso.

Rancore, Eden – 8,5

Ha un’idea, una storia, un vissuto che racconta in maniera impeccabile. Il talento di Rancore cresce serata dopo serata, il suo rap merita di avere successo anche (e soprattutto) fuori dal Teatro Ariston.

Raphale Gualazzi, Carioca – 7,5

E’ l’unico vero musicista del Festival e la sua canzone trasuda energia dalla prima all’ultima nota. Promosso.

Riki, Lo sappiamo entrambi – 3

Banale. Banale. Banale.

Rita Pavone, Niente (resilienza 74) – 5,5

La canzone è moderna: bel testo e bell’arrangiamento, ma la sua interpretazione non enfatizza la qualità del brano. Se al suo posto ci fosse stata un’altra interprete (Loredana Berté), Niente (resilienza 74) avrebbe avuto tutto un altro percorso.

Tosca, Ho amato tutto – 8

Elegante, fine, comunicativa. Tosca è una che sa stare sul palco in maniera efficace e senza mai esagerare. Le basta poco: uno sguardo, un gesto, un accenno e il suo messaggio arriva potentissimo. E poi ha una voce incredibile, che fa bene al Festival.

Isabella Insolia
Fabiana Criscuolo
Giulia Della Pelle

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