Sunset Sons, Blood Rush Déjà Vu: recensione

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In uscita il 1° novembre Blood Rush Déjà Vu, il secondo album dei Sunset Sons per Bad Influence.

L’indole della band è innanzitutto indiscutibilmente cosmopolita: i tre componenti – Rory Williams, Jed Laidlaw e Pete Harper – si dividono le origini tra Gran Bretagna e Australia; ma non basta, la loro sede operativa è a Hossegor, nella regione francese delle Landes, conosciuta come capitale europea del surf. E come suggerito dal loro sport d’elezione, il sound è tipicamente americano.

Un bel guazzabuglio a cui cercheremo di dare ordine.

Il loro primo lavoro, Very Rarely Say Die, gli è valsa una nomination come miglior band live agli AIM Awards del 2016. Nonostante ciò, al di là di una confezione scintillante e una produzione fatta apposta per piacere, la band ha lasciato una sensazione di personalità non troppo sviluppata.

Sunset Sons - live

Le influenze sono tante, tutte in quell’indie rock da stadio, da grandi festival rock.

E allora dentro un po’ di Imagine Dragons – per i quali hanno anche aperto qualche live – e di Kings Of Leon, senza voler scomodare realtà più strutturate come Arctic Monkeys e Arcade Fire.

Questo nuovo lavoro dei Sunset Sons si presenta come l’ideale prosecuzione dell’esordio. Siamo dunque davanti a un prodotto che suona benissimo, prodotto secondo i canoni del genere e con pezzi molto diversi tra loro. Cosa questa apprezzabile ma che non giova nel rendere al meglio la personalità della band; sembra di volta in volta di sentire un gruppo diverso.

Ed ecco allora la partenza a tamburo battente con Superman. Il cantato di Rory Williams evoca subito il fantasma più ingombrante, ovvero la voce di Caleb Followill, a cui l’ugola del nostro sembra ispirarsi fin troppo.

Say Hi, dalle atmosfere più leggere, impatta dalle parti degli Imagine Dragons, mentre Favourite Mistake è il momento per prendere fiato. Una chitarra elettrica appena accennata fa da sottofondo agli struggimenti di Williams. Ma l’arrangiamento è talmente scarno da far sembrare il pezzo una demo.

Problems è un momento più leggero, con atmosfere speziate di Caraibi, che fa venire in mente qualcosa dei Kooks più disimpegnati. Heroes è un passaggio – niente male – dalle parti di un certo new wave revival in voga una decina di anni fa. Ricordate gli Interpol o gli Editors? Siamo da quelle parti, anche se forse i White Lies sono l’influenza più salda in questo brano, assieme ai mai assenti Kings Of Leon.

L’album, apprezzabilmente breve, va avanti sullo stesso canovaccio per chiudersi con Alien, probabilmente il pezzo più debole del lavoro.

Tutte le canzoni dei Sunset Sons sembrano costruite apposta per compiacere un certo, distratto pubblico dei festival estivi. Strofe che mettono in risalto la voce troppo indie per essere vera di Williams, per poi aprirsi in ritornelli da cantare tutti insieme a squarciagola. Per poi postare il tutto su Instagram con gli hashtag giusti.

Insomma, i Sunset Sons ne hanno ancora di strada da fare. Per ora hanno scelto forse la più facile, di sicuro la più affollata, fallendo nell’intento di essere sé stessi. Vedremo se il tempo gli darà ragione, perché le qualità ci sarebbero pure.

Andrea La Rovere
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