Fireworker, Gazpacho: recensione

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Fireworker (Kscope) è l’undicesimo album della band norvegese dei Gazpacho, capitanata da Thomas Andersen.

Dimenticate tutto ciò che credete di sapere sull’art rock e ciò che credete vi piaccia della musica. Se credete di essere intenditori, se vi guardate allo specchio – anzi, alla playlist Spotify – con malcelato orgoglio per le scelte artistiche, e se credete di aver conosciuto ogni armonia/disarmonia, fate tabula rasa delle vostre effimere certezze, perché Fireworker è un’esplosione melodrammatica e teatrale, brechtiana, immaginifica: un Bergman unminimal.


L’orgoglio dell’essere i Gazpacho, ormai ventennali artisti ed architetti di sonorità, viene sommato in quanto è di per sé un mini album a sé, l’iniziale Space Cowboy: venti minuti di viaggio astrale e reminiscenze – strutturate, però, come una ballad al piano, una ricorrenza proustiana; ricordi di ricordi materni, grembi vissuti come lume intestinale per i parassiti (leggi Parasite, la nostra recensione) – e, all’improvviso, esplosioni corali quasi Carl Orff; un frammento della nostra coscienza che diviene davvero se stessa, emancipandosi dal Fireworker.

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Chi è il Fireworker di cui si parla per tutta la discografia dei Gazpacho? Potrebbe essere lo Schopenhaueriano genio della specie: una creatura, senziente o meno, che perpetua la sua stessa esistenza sfruttando i recessi del nostro io, nutrendosi dei nostri ricordi e pensieri, e, in ultima istanza, dirigendo, in realtà, in una ben precisa quanto incognita direzione l’intera razza umana.

Il Fireworker è la risposta all’annosa domanda: dove siamo diretti?

Eppure, quella risposta, siamo in grado di descriverla semplicemente con la metafisica, con l’arte, con l’astrazione, con ciò che scaturisce dalle pieghe che l’infrasottile apre verso la realtà tangibile: ecco il senso dell’esperimento di Space Cowboy – tradurre in musica, fisica, ottimamente mixata ed esplosiva, che accoglie come una mano ruvida i lavori dei Therion e dei primi Anathema, per classe, emozione, innata ispirazione; Space Cowboy, nel suo svolgersi, però, va anche molto oltre, incorporando momenti neoclassici, fatti di silenzi, ei pause, rallentamenti e linee vocali sussurrate ma incredibilmente complesse, intervallate a campanelle tanto care ai notturni dei compositori barocchi inseriti da Bergman come in Persona (1966). Lo struggimento si fa strada man mano che il brano procede, chitarre che si intrecciano e si annichiliscono – chitarre che non sembrano chitarre, o che non lo sono, come in Allow Yourself, dei nostrani Nosound (che, ne sono certa, Andersen avrà ascoltato).
Il parassita che vive alle nostre spese eppure ci permette di vivere è il protagonista: quell’istinto che ci fa togliere la mano dalla fiamma viva, che ci fa frenare con le mani quando scivoliamo sul ghiaccio.


Sebbene composto di sole cinque tracce, Fireworker è in grado di stupire ancora, semplificando e rendendo più fruibile Space Cowboy, tramite Hourglass: un brano che fa enorme uso di accordi maggiori, dal tono epico, di moog classici, di Hammond, in una crescita solenne che ci ricorda dei momenti più felici di Queen e Muse e, marziale, organistica, batte il tempo per la rappresentazione metamusicale del Fireworker – cori femminili ecclesiastici.
Brano centrale e più fruibile è però il singolo omonimo, Fireworker, che, fra ispirazioni latineggianti su cui si muove una linea vocale dinamica e fluida, descrive con eccessivo ottimismo e positivismo la presenza dell’entità parassita dell’Homo sapiens:

Your idea of life
You’re the pilot of a dream
A fire workers fire regime
To illuminate
The sky’s a billion burning eyes
a final sulphurous goodbye
In The Shining
Apocalyptic overlook
Where Wendy wants to read his book

Di nuovo, ritorna l’ispirazione cinematografica: siamo qui all’Overlook hotel, c’è la dolce Wendy (quella del romanzo di King) che è sdraiata sul letto, ignara della follia galoppante del compagno e dei fantasmi del passato che ancora animano, in una perpetua festa, che sa di alcol, di sesso, e sa di zolfo infernale, le grigie pareti dell’hotel; il Fireworker si muove fra passato e presente, fra sogni vigili e sonno silenzioso, occupa il nostro subconscio e lo fa ballando nei nostri neuroni al ritmo di raggaeton.

Quarto atto, low fi ed antico nel gusto, è, per l’appunto, Antique che si muove, armonicamente, su dinamiche simili a Space Cowboy, di cui rappresenta corollario: il Fireworker è ora l’Antico, fra drum machine e synth delicati e distanti, perfettamente mixati, con la lentezza tipica però dei drammi spaziali di Soyuz One; dolcissima, in contrappunti complessi e improvvise accelerazioni, Antique si schiude nella tragedia Beckettiana dell’attesa che è propria dell’uomo routiniero del Terzo Millennio – almeno, fin tanto che, fra chitarre esplosive post rock e giri di basso portentosi, non giunge l’Antico a reclamare il suo diritto di vita. Smorzando la noia con gli archi, in un mieloso, molle, e placido pensionamento.

In tutti i loro lavori, però, i Gazpacho hanno sempre e comunque trattato d’umanità: perché la specie umana, capace di bassezze e lirismo inimmaginabile, in grado di atterrare sulla Luna ma di compiere genocidi silenziosi tuttora, è il più affascinante oggetto d’indagine. Miliardi di connessioni neuronali, tutte diverse, chimiche o elettriche, animano i nostri tessuti; la complessità degli atomi, delle molecole, e della rete elettriche sopra di loro supera ogni telecomunicazione mai inventata: interi multiversi racchiusi in un cervello. Sapiens, ultimo brano di Fireworker, sì muove su binari angosciosi: su accordi diminuiti, sonorità ripetitive e disperanti, manselliane, è il soliloquio, imperante, ineluttabile, dignitoso, del Fireworker. Ed contraltare della quasi tutto sommato felice Space Cowboy: perché, in essa, egli era anche fonte di vita, non solo parassita – c’era mutualismo.
E così Fireworker si chiude con la più lapidaria delle frasi:

“You never had a name
forgiven slave
Animal”

Perché noi, che crediamo di essere liberi di scorrazzare per l’universo a tutto distruggere, di spezzare il buio della notte con la luce elettrica, col fuoco più antico, non siamo mai stati altro che suoi schiavi e sempre lo saremo.

Fireworker è dunque un album seminale, qualcosa che auspichiamo fortemente divenga una chiave di volta dell’art rock: un ascolto dovuto, con attenzione, con dedizione e totale devozione – e capacità d’introiettamento nella filosofia che lo muove, che è sia musicale che cinematografica che letteraria, e che è indubbiamente uno dei più alti picchi raggiunti artisticamente parlando nel 2020.

Giulia Della Pelle
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