Zeal&Ardor, recensione dell’album omonimo

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Zeal&Ardor è il terzo album del progetto omonimo di Manuel Gagneux, anticipato dai singoli Run e Golden Liar e in uscita l’11 febbraio 2022 per MKVA.

Era il 2017 quando incappai in un brano di Zeal&Ardor – di cui ho già scritto qui. Pochissime visualizzazioni, qualche decina di migliaia. Il brano era Devil is Fine. Un brano, musicalmente, geniale: su una base death metal, erano inseriti passaggi gospel – e, in generale, alla black music, l’intera melodia, una litania, si rifà – mentre il tempo viene scandito ora da una batteria, ora dal tintinnare di catene. Le catene degli schiavi. Zeal&Ardor è il progetto quasi-solista del musicista svizzero Manuel Gagneux, concepito, a suo dire (qui per leggere la nostra intervista) nella sua cameretta. Una sola, semplice, idea: e se gli schiavi neri d’America, e se tutti gli oppressi del mondo, invece di aggrapparsi al Dio cristiano, si fossero, invece, aggrappati, a Satana?

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He go by many names…

Devil is fine!

Sono passati molti anni da quel giorno, molte catene hanno continuato a tintinnare nei tanti mercati di schiavi del mondo, e le visualizzazioni sul videoclip di Devil is Fine si sono moltiplicate. Un’altra hit ha conquistato i fan di Gagneux, Gravedigger’s Chant, dal successivo album, Stranger Fruit. Già, il gioco di parole è proprio col famosissimo brano reso celebre da Billie Holiday. Il successivo lavoro targato Zeal&Ardor fu l’EP dell’infame 2020 Wake of a Nation, basato sui fatti della morte di George Floyd e il ritorno alla ribalta del Black Lives Matter. Gagneux, infatti, è afroamericano.

La fama del progetto negli anni ha continuato a crescere. È stato un nuovo inizio, dunque, in un certo senso, l’album omonimo, in uscita l’11 febbraio del 2022. La pandemia è alle sue battute finali, se si escludono eventuali colpi di coda finali, drago che si ribella alla sua fine, e la vita sulla Terra, forse, sta tornando alla normalità.

Un salmo, una maledizione, è il progetto Zeal&Ardor: minuscoli racconti di vite spezzate laddove la Bibbia cristiana narra di eroiche gesta di grandi uomini: non è forse più umano narrare dei piccoli, degli ultimi, degli umili? Di schiavi a testa bassa, pestati, di barche che affondano nel Mississippi, di uomini soffocati da un ginocchio spinto sulla gola? Di donne frustate, stuprate, uccise? Di strani frutti appesi ad alberi profumati?

La rabbia che contraddistingueva, acre, verde e viola come un cattivo dei fumetti, i primi lavori di Zeal&Ardor, è qui, al contrario, sublimata: essa si carbonizza su se stessa, come fiochi rintocchi di una campana lontana. La differenza, rispetto ai precedenti due album e all’EP, è che Zeal&Ardor è un album che non ha un vero e proprio concept, ma è un vero e proprio viaggio in un mondo infernale, distorto, fatto di suoni dissonanti e abissi profondissimi: lo si comprende subito dall’intro, che stabilisce già il mood che pervaderà l’intero lavoro. I cori e controcori di fattura black non mancano, ma sono maggiormente mescolati ad un cantato sofferente di Gagneux – che ha notevolmente migliorato la sua capacità vocale in questi anni.

Run, primo brano dell’album, è un disturbante tuffo in doppia cassa in un mondo fatto di frattali musicali – chitarre impazzite, bassi profondissimi e dubbing su dubbing – che si incastrano l’uno nell’altro: il perfettamente corredato videoclip è infatti ambientato in un ospedale psichiatrico, firmato da Garrick J. Lauterbach e Fabio Tozzo. E, si scopre nel refrain, esso non è altro che un girotondo satanico: su tale infantile motivetto è basata la melodia del brano, distorto e rallentato, come se fosse udito filtrato da un’enorme furia, da uno scudo di follia; i malati mentali, persi nel loro mondo – mondi su mondi incastrati l’uno sull’altro – danzano in tondo, in una disperata e scoordinata mockery della Danza di Matisse. Torniamo sui vecchi binari tracciati nei boschi del Sud con Death to The Holy, un brano in pieno stile Zeal&Ardor, fatto di intermezzi pianistici interrogativi e di orazioni sacrileghe, che ricorda le tracce di Stranger Fruit – spezza la tensione creata da Run e fornisce un ottimo appoggio per la successiva Emersion.

In questo album la componente elettronica, precedentemente relegata agli intermezzi Sacrilegium I/II/III, è svolta da Emersion, brano di soli strumenti e scream di Gagneux, di altissima intensità e dal forte sentore epico: viene da immaginare un corpo nudo che, in una selva oscura, cerca di trovare le stelle nella trapunta nera del cielo. La dimensione intima dipinta da Emersion è base per un altro singolo già estratto, Golden Liar: una ballad malinconica folk bluegrass, con cori femminili e fischi a là Morricone in sottofondo, ed una chitarra riverberata che la fa suonare come un racconto oscuro fatto da quel vicino di casa inquietante, sotto un decadente portico di legno. Una dolorosa confessione che aumenta d’intensità con l’andare avanti e si brucia nel suo apice.

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La bellissima Erase riprende di nuovo il death metal che Gagneux tanto ama, mescolandolo con arpeggi intimamente legati che scorrono liquidi ma si impennano in distorti picchi. Bow, altro breve intermezzo, è l’intro vaudeville della seconda parte di Zeal&Ardor, nonché manifesto intero del progetto.

Don’t cry for the weak and neglected

Go blind in the cage we erected

Stand tall with the rage of a storm now

Kill hope for the age ‘cause we know how

Cower in shame!

Come on now

Who gonna weep for the dead?

Bow down to the American way

Suonando, a tutti gli effetti, come un salmo maledetto. Un’ode al diavolo, e non a Dio. Anche la successiva Feed the Machine suona come un brano dei precedenti lavori, ma, al contrario dei precedenti, la componente prog è più forte – con tante piccole accortezze in fase compositiva, nella dinamica, nei tempi, negli accordi scelti – e fa sì che quella rabbia cantata con tanto ardore arrivi più sofisticata all’uditore. Nomi di demoni vengono enumerati sottovoce in un Sabba elegante che lascia il posto a I Caught You, altro violento brano che contribuisce a definire lo stile di Zeal&Ardor: gli elementi gospel divengono satanici, e i delicati intermezzi della musica ecclesiastica esplodono, invece, in chitarre impazzite e filtri vocali.

Fra i brani migliori di Zeal&Ardor c’è sicuramente la splendida Church Burns, che segue lo stile, che brucia lento, si carbonizza, di Golden Liar: il fervore cristiano diviene peccaminoso, l’eccesso di fede porta all’oscurità acida di un criminale che si crede invincibile, degno di tutto e al di sopra della moralità. Al di là del bene e del male. Lui è il martire definitivo, colui che ha consacrato la propria esistenza a quella sezione della parabola evangelica che è sola discesa, e di cui non esiste il fondo.

God will frown upon me

Ardor and the only

Martyr that is lonely

Starter of the boneless

Il primo brano in tedesco, lingua madre di Gagneux, è Götterdämmerung, brano dalle ispirazioni nu metal – potentissimo il sentore di Hypnotize/Mezmerize dei System of a Down: tale parola definisce l’armageddon nella mitologia norrena, un quasi-sinonimo di ragnarok.  

L’ultimo brano ufficiale di Zeal&Ardor è Hold your Head Low un classico epic folk, nella poetica già ben prefigurata e oramai sacralizzata del progetto: fra sferzate heavy metal e deviazioni blues, conclude egregiamente un album già notevole.

Manuel Gagneux è riuscito nell’intento di creare un genere, dal lontano 2017: un’intera poetica, sicuramente divisiva, ma indubbiamente originale. Zeal&Ardor è un album quasi senza difetti, sebbene leggermente ripetitivo a tratti e forse troppo lungo. Tracce pregevolissime sono proprio l’ending Hold your Head Low, Church Burns e la geniale Run: hit già annunciate – nonostante la nicchia di musicofili in cui Gagneux insiste – che produrranno un notevole ardore attorno all’album.
Giulia Della Pelle
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