Antonio Ligabue: l’arte come cura di tutti i mali

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Oggi ricorre il compleanno di Antonio Ligabue: uno degli artisti più originali e creativi della storia dell’arte italiana, capace di emozionare per una pennellata di colore e di trasportare ognuno di noi nel suo percorso costellato di ostacoli ma anche di gioia espressiva.

Vomitare fuori tutto quello che si ha dentro, esprimersi con un tripudio di colori e di forme bizzarre e affascinanti. Esplorare volti, luoghi, animali filtrati da un occhio puro che sa cogliere l’essenza e la bellezza delle cose. Tutto questo è Antonio Ligabue, un artista sui generis con un mondo immenso da raccontare e un linguaggio personalissimo per farlo. Non conoscevo benissimo la sua storia ma qualche anno fa mi è capitato per caso di vedere uno spettacolo, era “Un Bés” di e con Mario Perrotta produzione Teatro dell’Argine. Spettacolo che vinse anche un Premio Ubu al miglior attore. Sono rimasta folgorata. Grazie all’indiscutibile bravura di Perrotta sono stata catapultata in una realtà fatto di sensibilità, sofferenza e di un’irresistibile e disperata ricerca di amore. Sì perché Antonio Ligabue non voleva altro che questo: affetto, una carezza,  un bacio, “un bès”, qualcosa che lo facesse sentire un essere umano, qualcosa che lo facesse sentire facente parte di una comunità, un semplice gesto che per lui avrebbe significato tutto. E invece la sua vita non è stata piena di amore, anzi, le difficoltà che ha dovuto superare e la sua anima semplice lo hanno reso uno degli artisti più interessanti dell’arte contemporanea.

ANTONIO LIGABUE: BIOGRAFIA

Antonio Ligabue nasce  a Zurigo nel 1899 da Maria Elisabetta Costa e viene registrato all’anagrafe con il nome di Antonio Costa. Sua madre è poverissima e non riesce a mantenere il piccolo Antonio così decide di affidarlo ad una famiglia svizzera a cui il piccolo si legò moltissimo creando con la madre adottiva Elise un rapporto strettissimo seppur travagliato fatto di amore e odio. Anche la sua famiglia adottiva non naviga nell’oro ed è costretta a spostarsi in vari paesi della Svizzera, il piccolo Antonio non verrà nutrito abbastanza e questo gli causerà dei problemi fisici che lo accompagneranno per tutta la vita. Nel frattempo sua madre biologica si risposò con Bonfiglio Laccabue che riconobbe il piccolo divenuto Antonio Laccabue. Da adulto Antonio trasformò il suo cognome in Ligabue forse per l’avversione che nutriva per il padre. La sua infanzia e adolescenza sono costellate da varie difficoltà: il piccolo Antonio, infatti, è nato con delle gravi malformazioni e con un carattere istintivo e violento che lo porta ad essere espulso da vari istituti scolastici riuscendo ad ottenere solo la Terza Elementare. Il disegno è la materia in cui si rifugia più spesso, quella che gli dà conforto e nella quale mostra una particolare propensione. A 17 anni viene internato per la prima volta in un ospedale psichiatrico e a 20, dopo una violenta aggressione, la madre adottiva lo denuncia e Antonio viene espulso dalla Svizzera.

IL NOMADISMO E L’AMBIENTE OSTILE ITALIANO

Nell’agosto dello stesso anno giunge nel paesino emiliano di Gualtieri, luogo d’origine del padre Bonfiglio. Senza conoscere una parola di italiano Antonio si sente perso e tenta la fuga per ritornare in Svizzera, fuga che non va a buon fine. A Gualtieri, Antonio si trova catapultato in una realtà rurale e arretrata in cui non si riconosce e dove si sente fortemente e perennemente sotto giudizio. Inizia a girovagare per i boschi circostanti, si rende sempre più conto che preferisce vivere in mezzo alla natura con gli animali che con esseri umani cattivi e ignoranti. Il desiderio di tornare in Svizzera è fortissimo la lontananza dalla famiglia adottiva generano in Antonio una profonda nostalgia che sfocia in crisi depressive. Il sentirsi diverso e l’incapacità di comunicare lo isolano dalla comunità di Gualtieri che lo definisce eccentrico e bizzarro. Trascorre una vita nomade lavorando come manovale sul Po e dipingendo manifesti per compagnie circensi. Un’importante svolta nella sua vita avviene nel 1927 quando incontra lo scultore e pittore Renato Marino Mazzacurati che intuì il suo talento e cercò di insegnargli le tecniche della pittura, soprattutto di quella ad olio: è la svolta. Antonio decide di vivere di arte.

Nel 1937, nel 1940 e nel 1941 viene internato in ospedali psichiatrici con accuse di autolesionismo. Sembra che si colpisse il viso con delle pietre per riuscire a raddrizzare il naso che trovava imperfetto. Nei suoi molteplici “autoritratti” il volto di Antonio porta con sé lo sguardo di un’anima tormentata e sensibile. Nel 1961, finalmente, viene organizzata una personale su di lui a Roma alla Galleria “La Barcaccia” che lo rese noto al pubblico internazionale. Purtroppo nel 1965 Antonio muore ma non smette mai di dipingere. I suoi quadri vengono regalati ai compaesani che non ne capiscono il valore che si fortificherà solo dopo la sua scomparsa. Antonio se ne va pensando di non aver lasciato un segno nella storia cosa che invece avviene. Ligabue, qualche anno più tardi la sua morte viene rivalutato da molteplici critici d’arte fino ad essere definito come uno dei principali esponenti dello stile Naїf italiano.

LO STILE

Lo stile di Antonio va dal primitivismo all’esplosione violenta del colore, la sua incapacità di esprimersi come uomo lo porta ad avere una forte esigenza espressiva come artista. Gli animali divengono uno dei suoi soggetti preferiti, creature in cui l’artista si immedesima completamente mentre dipinge, rappresentati poco prima di compiere un’azione o in movimento catturandone gli istinti più animaleschi. L’animale è Ligabue stesso, è la sua anima feroce che tenta di inserirsi in un ambiente ostile, poco consono alla sopravvivenza. Il suo modo di dipingere è grezzo, materico, rappresenta la forza e l’evasione dell’artista quasi come un novello Van Gogh italiano.

Oltre alla pittura Ligabue accosta anche l’arte della scultura: il materiale utilizzato era la creta del Po lavorata ancora una volta artigianalmente con una lunga masticazione. La febbrile produzione artistica lo ha salvato, tutta la sua energia interiore repressa viene riversata sul foglio facendo in modo che Antonio non la sfoghi in altri modi più nocivi al prossimo.

LIGABUE NELLA MUSICA E IN TV

C’è stata una lunga produzione artistica di film e documentari su di lui, la sua singolare figura ha affascinato registi e attori. Dopo alcuni piccoli documentari degli anni ’60, nel 1977 il regista Salvatore Nocita dedica uno sceneggiato di tre puntate intitolato “Ligabue” per la Rai, il pittore è interpretato da un bravissimo Flavio Bucci. Ed è proprio Bucci che riapparirà ancora una volta, in veste di narratore nel documentario del 2009 sempre di Nocita: “Ligabue tra fiction e realtà”. Documentario realizzato attraverso le testimonianze di chi ha conosciuto l’artista. Stessa tecnica per il documentario del 2015 di Ezio Aldoni: “Antonio Ligabue: l’uomo”. La Palomar ha da poco annunciato un lungometraggio sulla vita dell’artista che avrà come protagonista Elio Germano. Molteplici anche le produzioni musicali legate alla figura dell’artista, una su tutte la canzone “Dammi un bacio” di Augusto Daolio dei Nomadi contenuta nell’album “Gente come noi” del 1991:

Piatta pianura, umida calura,

pioppi carraie, mosche zanzare,

il sole, scheggia di vetro, taglia le mani, taglia le pietre.

Piatta pianura, con terra dura,

ci vive la serpe, il riccio la volpe,

fugge il matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo.

Ligabue, naso d’aquila,

urla al cielo la sua pena,

Cesarina, per favore, voglio un bacio, dam un bes.

Sì, è nuda la sua umanità,

la sua verità è diversità,

fugge il matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo.

Piatta pianura, solitudine amara,

il bisogno d’amore, spezza il cuore,

fugge ilo matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo.

Ligabue, gridò la gente,

fa paura è un demente,

è braccato come un cane,

da orme umane.

Laggiù dove cade il sole,

un sogno un giglio,

forse un figlio,

lui Ligabue è la che va,

nessuno lo rivedrà.>>

Nel testo è narrata in maniera poetica la realtà che viveva ogni giorno “Toni el matt” come lo chiamavano i suoi compaesani. Un artista unico che in seguito alla sua morte non ha avuto eredi. Tutti coloro che hanno tentato di imitarlo non avevano quella vena di follia e quella passione ed esigenza di dire qualcosa che aveva lui. Sulla sua lapide a Gualtieri, oltre alla maschera funebre in bronzo disegnata da Mozzali si legge:

«Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore» Un epitaffio azzeccatissimo per un artista che mendicava amore chiedendo un bacio a tutte le donne che incontrava e donando in cambio un po’ del suo cuore nelle opere che realizzava. Antonio Ligabue è stato il simbolo di come l’arte, in qualsiasi forma venga espressa, può salvare e consolare chi dalla vita non ha avuto che bastonate. Allora riscopriamo questo artista, tuffiamoci nel suo mondo fatto di colori e impulsività, di amore negato e desiderio di affermazione e cerchiamo di capire che, in fondo, siamo tutti un po’ soli, riuscendo ad avvicinarlo e a provare un po’ dei sentimenti che lo hanno accompagnato per tutta la vita,

Elena Fioretti
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