Per quelli della mia generazione Kobe Bryant è stato molto di più

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Per quella generazione nata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 Kobe Bryant non era solo un semplice cestista. Era una sorta di gigante indistruttibile. Un eroe. Una leggenda. Un sogno che si realizzava. Era il regalo per Noi che non siamo nati in tempo per vedere Michael Jordan.

La notizia della sua morte è arrivata pungente come una lama, gelata e devastante come un iceberg. “Non può essere morto Kobe Bryant: lui è immortale”, mi sono detta. Eppure era tutto vero. Ero scioccata, incredula, eviscerata. E con me un’intera generazione. Quell’elicottero non aveva spezzato la vita solo ad uno dei più grandi campioni di basket di tutti i tempi, ma si era portato via anche un pezzo della mia infanzia. Insieme a lui se n’è andata quella bambina di 9 anni che correva su un campo di pallacanestro con una palla difficile da gestire e con quel mito con la maglia numero 24 che sentiva vicino e lo vedeva da lontano. Perché la mia simpatia per i Los Angeles Lakers è dovuta a lui, a “Black Mamba”, come gli piaceva definirsi per omaggiare il film Kill Bill di Quentin Tarantino.

Ma Kobe Bryant non era solo il volto del basket. Era l’incarnazione perfetta dello sport, quello leale e riconoscente. Kobe era così carismatico, accattivante, dominante da trasformare in oro tutto ciò che toccava, come quel piccolo capolavoro di Dear Basketball, il corto d’animazione musicato da John Williams e disegnato da Glen Keane che ripercorre il suo sogno di atleta, da campione. Una lettera d’amore al basket, a quello sport che ha contribuito a rendere immortale e che l’Academy ha deciso di premiare con un Oscar nel 2018. Quella notte con lui c’ero anche io sul palco degli Awards. C’era un’intera generazione plasmata dal suo essere così perfetto che gioiva ed esultava ancora una volta per e insieme a Kobe.

Caro Basket,
sin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio papà
e a immaginare canestri decisivi per la vittoria al Great Western Forum,
mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato di te.
Un amore così grande che ti ho dato tutto me stesso.
Come un bimbo di sei anni, innamorato, non ho mai visto la luce in fondo al tunnel.
Mi vedevo soltanto correre, e così ho corso. Su e giù per ogni campo, rincorrendo ogni pallone per te. Mi hai chiesto il massimo sforzo, così ti ho dato il mio cuore.
Ho giocato quando ero stanco e affaticato, non perché fossero state le sfide a chiamarmi, ma perché TU mi hai chiamato. Ho fatto qualsiasi cosa per te, perché così fanno le persone quando qualcuno le fa sentire vive (come hai fatto tu con me).
Hai dato a un bimbo di sei anni il sogno di essere un giocatore dei Lakers e ti amerò sempre per questo. Ma non posso amarti in modo ossessivo per molto tempo ancora. Questa stagione è tutto quel che mi rimane da darti.
Il mio cuore può reggere il peso, anche la mia mente, ma il mio corpo sa che è giunto il momento di salutarci. Ma va bene così.
Sono pronto a lasciarti andare. Volevo che tu lo sapessi,
così potremo assaporare meglio ogni momento che ci rimarrà da gustare insieme.
Le cose belle e quelle brutte. Ci siamo dati l’un l’altro tutto. Ed entrambi sappiamo che, qualsiasi cosa farò, sarò sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano.
5, 4, 3, 2, 1.
Ti amerò sempre.
Tuo Kobe

In queste parole di Kobe Bryant c’è il privato, quello più intimo e delicato, che diventa pubblico. C’è l’umanizzazione di un mito che di umano aveva ben poco, a partire dai centimetri, e che ha deciso di condividere, con un pizzico di irrazionalità, i suoi sentimenti con quella generazione, la mia, che lo ha amato alla follia e che adesso si trova impreparata al cospetto di una personalità troppo grande e imponente per poterne accettare fino in fondo la perdita, per potersi abituare alla sua mancanza. Perché dal 26 gennaio ci sentiamo svuotati e privati di un punto di riferimento che per noi era imprescindibile.

La vita è una scommessa, Kobe. Ce l’hai insegnato tu, proprio tu che non hai mai smesso di crederci. E noi con te.
Grazie di tutto.

Isabella Insolia
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