La nostra strada – Tra i segreti di giovani palermitani

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Pierfrancesco Li Donni torna con un nuovo documentario, ambientato nel quartiere Colonna Rotta di Palermo, La nostra strada.

Dopo Loro di Napoli, documentario del 2015 incentrato sulle difficoltà dell’integrazione, Li Donni si cimenta in una nuova indagine, volta a mostrare le condizioni di vita di un gruppo di giovani studenti adolescenti. Sulla falsariga dello storico Etre et Avoir (2002) di Nicolas Philibert, La nostra strada segue le vicende scolastiche e familiari principalmente di quattro giovani (Daniel Montalbano, Desirée Lo Vetere, Simone Lo Giudice, Morena Taormina) e del loro professore, Giovanni Mannara.

Giovanni è uno di quei professori coraggiosi che si impegna costantemente, anche fuori dall’orario scolastico, per cercare di aiutare i suoi studenti ad apprendere il bello della cultura, nella speranza di offrire loro in questo modo la possibilità di un futuro luminoso fuori dal degradato quartiere. Impresa chiaramente non semplice. L’età dei giovani ragazzi è di quelle più difficili da gestire, alle soglie dell’adolescenza in vista dell’esame di terza media. Le loro ambizioni del resto sono molto limitate e più d’uno afferma di voler lasciare la scuola dopo le medie per andare a lavorare.

La nostra strada

Con grande determinazione, umanità ed empatia, Giovanni cerca di guidare i suoi studenti lungo la loro strada.

Egli si prende cura dei loro problemi, fa loro visita, li incontra lungo le strade del quartiere. Prova a dare loro una mano, ad evitare che si perdano lungo un percorso difficile e molto accidentato.

La nostra strada mostra quindi scene tratte dalle lezioni scolastiche, in cui gli studenti imparano a capire Dante e Seneca attraverso esperienze della loro vita quotidiana. Come appassionare alla Divina Commedia? Giovanni ci riesce facendo rappare a Daniel le prime terzine del Canto I dell’Inferno. E come capire i discorsi filosofici di Seneca sulla schiavitù? Incoraggiando ad analizzare le differenze sociali tra gli schiavi del mondo romano e la madre di Desirée, che di mestiere fa la colf.

A lato della vita scolastica, ne La nostra strada possiamo osservare stralci di vita famigliare, nonché le attività di svago, la gestione del tempo libero, le conversazioni tra amici e amiche.

Quello che ne viene fuori è uno spaccato molto delicato sulla società popolare palermitana e che potremmo tranquillamente estendere alla società popolare in generale. Nello specifico di questo documentario, colpisce la (sorprendente) familiarità col mondo criminale e mafioso, nominati e sfiorati in un paio di occasioni con una leggerezza disarmante, ma anche una certa indifferenza nei confronti del mondo scolastico e dell’istruzione.

L’esempio più eclatante è probabilmente quello di Desirée. Studentessa sveglia e brillante alle medie, decide di non proseguire ulteriormente la scuola dopo l’esame finale.

Piuttosto si inserisce nel mondo del lavoro, accettando un piccolo impiego per fare “i suoi soldi”. Al di là delle sue parole, è il suo sguardo, mentre è intenta a lavare delle stoviglie, a lasciar intendere un certo rammarico dietro questa scelta. E tuttavia la convinzione è forte e a nulla valgono i tentativi di Giovanni o dell’amico Daniel per riportarla sui binari scolastici.

L’opera di Pierfrancesco Li Donni si lascia quindi osservare con un ritmo delicato, scorrevole e ricco di piccoli tesori, in una narrazione volutamente senza un vero inizio o una vera fine.

Assistiamo, un po’ impotenti, a come questi ragazzi imboccano la loro strada nella vita, guidati un po’ dal caso, un po’ dal desiderio, un po’ dalle condizioni sociali. Invita anche alla riflessione su quanto ancora, nel XXI secolo, la vita di alcune zone di un mondo che vorremmo definire progredito presentino ancora tratti e comportamenti tremendamente antiquati. Il progressismo del pensiero di Giovanni si scontra con le convinzioni di Desirée in un dibattito di classe sull’omosessualità. L’interesse del professore affinché Simone finisca almeno la scuola dell’obbligo cozza contro l’incertezza del nonno del ragazzo, che si chiede se effettivamente non sia possibile evitare di far continuare gli studi al ragazzo per farlo iniziare subito a lavorare. Sembrano affermazioni degli anni Cinquanta e invece sono di questi tempi.

Un grande pregio de La nostra strada, che riesce in questo modo a potenziare la portata del suo messaggio, è l’assenza di una conclusione.

Non vi è un lieto fine con cui si vuole convincere lo spettatore che tutti quanti possono riuscire a cavarsela, magari con qualche aiuto, e che quindi il problema non esista. Il problema c’è, eccome: una parte della società vive dimentica e dimenticata dallo Stato, cercando di tirare a campare nei limiti fisici di un piccolo quartiere e nei confini mentali di una popolazione prevalentemente incolta. All’interno di questo mondo esistono insegnanti come Giovanni che cercano di aiutare le nuove generazioni a costruirsi un futuro quanto più luminoso possibile. C’è chi ci riesce e chi ci vuole riuscire, come Daniel che si iscrive a un istituto dove coltivare la sua passione come elettricista. Ma c’è anche chi non ce la fa e rinuncia, come Desirée.

In questo modo Pierfrancesco Li Donni ci fornisce un quadro molto più approfondito e variegato che invita a molteplici e durevoli riflessioni.

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