Made in Italy – Storie di moda e sogni

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Piena crisi esistenziale. Succede. Succede alla soglia dei quarant’anni. Succede quando, al contrario dei Negramaro, non riesci a non sentire più quell’insensata voglia di equilibrio. Succede quando ti chiedi se sei stata più pazza, incosciente o cosa a mandare alle ortiche quello che poteva essere un posto fisso, per inseguire il sogno di scrivere di moda. Succede che te lo dici una volta per tutte: “Dai, Pine, non sei Walt Disney. Non è che se puoi sognarlo puoi farlo. Devi fatturare per pagare l’affitto, gli F24, le bollette e i taxi visto che non guidi. Quindi molla sta cosa di scrivere, continua a fare la copy e vedi di farti assumere in un’azienda”. Succede, quindi, che un sabato sera, in preda ai più nefasti bilanci di vita, decido di rimanere a casa, stapparmi una bottiglia di Primitivo di Manduria, dargli fondo e mangiarmi pure una pizza, alla faccia del nutrizionista.

Made in Italy, una serie Tv sulla nascita della moda

Accendo la TV e comincio a passare in rassegna la programmazione di Amazon Prime, grande amica delle serate no, quelle in cui devi fare ciao ciao con la manina al cervello. E la vedi lì, tra le serie TV più viste. Made in Italy si chiama e si propone di raccontare in otto episodi la nascita della moda italiana negli Anni ’70, quando la figura dello stilista era un concetto astratto e i giornalisti erano chiamati non solo a scrivere ma anche a fare gli stylist. Ne avevo sentito parlare da Andrea, fidato amico spacciatore di consigli su meravigliosi libri nonché pantagruelico esperto di moda, e decido di dargli una chance, anche perché tra gli attori c’è Margherita Buy che amo dai tempi di Maledetto il giorno che ti ho incontrato, guardato quando ancora non sapevo che cosa fossero gli psicofarmaci.

La trama e l’identificazione

Poche scene e vengo immediatamente rapita. Forse per i due bicchieri di vino bevuti quando ancora la pizza non era arrivata, o forse perché mi identifico maledettamente nella protagonista. Lei, Irene, studentessa di lettere moderne, figlia di immigrati, il padre operaio siciliano e la madre sarta che fa le riparazioni in casa, molla l’università dove cercavano di annientare il suo spirito critico e finisce per caso in una redazione di moda, di cui chiaramente Irene non sa e non capisce nulla, e di cui si appassiona follemente.

E anche se questa storia mi pare di averla già sentita (sì, parlo de Il Diavolo veste Prada, non della mia vita), è facilissimo appassionarmi e divorare le otto puntate nei due giorni del weekend. Probabilmente perché in Irene ho ritrovato la Pine bambina cresciuta in mezzo a forbici, stoffe e ai Vogue da cui mamma copiava i modelli di Giorgio Armani per cucirseli addosso, quella determinata che molla il lavoro stabile per inseguire il sogno del giornalismo, quella appassionata a cui il solo pensiero di vedere dal vivo una sfilata faceva venire la pelle d’oca (l’idea di entrare in una classe ad insegnare a tredicenni la differenza tra che congiunzione e che pronome relativo, invece no).

Made in Italy e i cliché

Probabilmente perché, nonostante alcune imprecisioni (l’accento milanese di un Gianni Versace, appena arrivato dalla Calabria e ancora agli inizi). Nonostante gli stereotipi (quello del fotografo piacione, dell’amica troppo disinibita o ancora quelli sull’omosessualità, giusto per citarne alcuni). Nonostante la mancanza di grandi approfondimenti sui più importanti nomi della moda italiana – solo citati e passati velocemente in rassegna come si fa con le figurine dell’album Panini, celo-celo-manca – quei nomi che hanno insegnato al mondo intero il modo di vestire e inventato il concetto di pret-à-porter. Nonostante, dicevamo, queste leggerezze, per cui tanti colleghi recensendo la serie TV si sono indignati e ne hanno scritto con disprezzo, a me Made in Italy è piaciuta.

Made in Italy, i motivi per cui mi è piaciuta

È piaciuta per l’enorme e meraviglioso lavoro sui costumi e sulla fotografia. È piaciuta perché mi ha fatto vedere cosa era il giornalismo di moda – fatto di archivi, fogli bianchi, macchine da scrivere e titoli a collage – quando ancora internet, con cui io sono professionalmente nata, non esisteva. È piaciuta perché ci ha ricordato che così bisognerebbe avvicinarsi alla moda: con passione, umiltà e voglia di imparare, studiando e facendo ricerca, osando, sperimentando, creando. Che andare a comprare, con i soldi di papà, borse e scarpe firmate, postarle su Instagram non fa di molti gli esperti conoscitori di moda che si credono. È piaciuta perché penso abbia dato modo al grande pubblico di questa generazione di conoscere nomi come Walter Albini, che la memoria storica della moda sembra essersi persa per strada, di ricordare quelli di Elio Fiorucci, di Raffaella Curiel, di Gianfranco Ferré o di Krizia, menti illuminate, geniali e sovversive, alle cui sfilate negli ultimi anni (e ve lo dice una cretina che ne ha sentite tante…) nessuno più andava perché era da sfigati.

Perché sì, è vero che forse nessuno di questi nomi ha avuto particolari approfondimenti, ma è altrettanto vero che è stato a mio avviso un modo per solleticare la curiosità, per spingere a fare ricerca e scoprire chi erano e che cosa hanno fatto questi artisti dimenticati o semi dimenticati. Mi è piaciuta perché mi ha ricordato che la moda è un laboratorio, una fucina di idee e che c’è stato un periodo fertile in cui se avevi talento, passione e determinazione potevi farcela, anche se tuo padre era un operaio e la tua mamma una sarta.

Una serie TV per ritrovare me stessa?

E poi ancora mi è piaciuta perché mi ha ricordato chi ero: una donna appassionata e determinata che spediva via social, alle giornaliste di moda più accreditate, le review sulle sfilate scritte dopo averle viste dal computer, a casa e in pigiama. Quella che pur di chiedere a Matteo Renzi, in prima fila alla sfilata di Ermanno Scervino, che cosa prevedeva il suo programma politico per la filiera moda e per la tutela del Made in Italy, aveva rischiato il linciaggio da parte delle sue guardie del corpo. Quella che ascoltava attenta quando Krizia raccontava dei suoi primi anni da stilista. Quella curiosa a cui piaceva fare mille milioni di domande, anche se questo significava ore di sbobinatura. Quella che ha pianto di gioia quando ha visto per la prima volta l’invito alla sfilata di Giorgio Armani con il suo nome scritto in bella grafia. Era mio quell’invito, era per me. Me, figlia di un operaio e di una sarta, alla sfilata di Giorgio Armani, e poi a quella di Gucci, a quella di Versace, di Fendi, e di Max Mara. Mi è piaciuto perché mi ha ricordato chi ero e chi voglio ancora essere.

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