Il Cavaliere di San Biase all’ex-Gil di Campobasso [Recensione]

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Ieri pomeriggio presso la sala dell’ex-Gil di Campobasso è stato proiettato il cortometraggio che vede protagonista il Cavaliere di San Biase. Noi di Shockwave eravamo presenti per raccontarvelo.

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Si tratta di un documentario di circa mezz’ora in cui il protagonista è il Cavaliere, il più grande gruppo scultoreo conosciuto in Italia che è stato ritrovato per caso nell’agro di San Biase, nel 1995. La sua imperfezione è parte del suo fascino, la mancanza della testa infatti lascia libero spazio all’immaginazione.

Conservato oggi nel Museo Sannitico di Campobasso, rappresenta un ritrovamento archeologico di immenso valore non solo per i cittadini del paese, ma per tutto il Molise e per l’archeologia pubblica.

Nato da un’idea di Antonella Struzzolino, dall’amore che nutre per il paese di San Biase, sulla scia di un’emozione, che si è poi strutturata e ha dato vita ad un vero e proprio progetto, per niente banale e unico nel suo genere.

L’obiettivo di questo short film è quello di valorizzare il territorio, coinvolgendo i paesi limitrofi, per raccontare un pezzo di storia locale. Il Cavaliere non rappresenta soltanto un aspetto culturale, ma anche un modello didattico che ha utilizzato il linguaggio cinematografico per raggiungere un pubblico più ampio.

La genesi del documentario si svolge su due filoni paralleli: da una parte abbiamo il percorso storico-artistico che coinvolge esperti del settore, come Silvia Santorelli, archeologa ed esperta di didattica museale, Susanne Meurer, direttrice del Museo Sannitico, che ha permesso alla troupe di girare alcune scene proprio all’interno del polo museale e infine una piccola lezione di storia.

Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Infatti, dall’altra invece la narrazione prenderà vita attraverso gli occhi di una bambina, che si entusiasma per le piccole cose, e che riesce perfettamente nell’intento di trasmettere i suoni e i colori di un tempo.

In sala, prima della proiezione, abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con il regista Andrea Ortis, che ha già portato in scena numerose rivisitazioni dei più grandi autori teatrali ed è stato insignito dei premi più ambiti.

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Nel 2017 ha dato vita ad un musical dedicato interamente al capolavoro di Dante Alighieri, La Divina Commedia ancora in scena nei teatri mentre il suo lavoro più recente è il musical Cafè Vincent (Van Gogh, ndr).

Ecco cosa ci ha raccontato.

Com’è nata l’idea del cortometraggio? A cosa ti sei ispirato nel realizzarlo e chi ti ha coinvolto?

“A coinvolgermi nel progetto è stata Antonella Struzzolino, che ha voluto utilizzare questo reperto archeologico per raccontare il territorio, un’idea che mi è piaciuta molto. L’ho evoluta poi in una visione registica poiché mi faceva interesse artistico e professionale poter raccontare come gli occhi di una bambina pensano alla storia sannita, escludendomi un po’ dal solito cliché della rappresentazione dei grandi paesaggi molisani, concentrandomi piuttosto sul vero paesaggio molisano visto attraverso gli occhi di una bambina”.

Hai scelto spesso il Molise come scenario delle tue opere, hai un rapporto speciale con questa terra? Me lo descrivi?

“Sia la mia ultima opera “Cafè Vincent” che questa sono entrambe opere cofinanziate dalla Regione Molise, il cui merito va all’assessore Cutugno. Questi progetti sono pensati per il territorio nazionale e anche per il circuito dei molisani all’estero che possono trovare in questo reperto archeologico un pezzo d’identità. Quel “di” nel Cavaliere di San Biase non indica una proprietà, ma un tesoro che possa essere regalato e condiviso con gli altri anche grazie ad un’opera filmica”.

Nella tua lunga carriera hai ricevuto qualche critica in particolare che ti ha colpito o di cui hai fatto tesoro che ti va di raccontarmi?

“Faccio un mestiere che ha voglia di dire al pubblico qualcosa, quindi è normale che puoi piacere ad alcuni e ad altri no. Devo dire che sono stato molto fortunato nella mia lunga carriera perché spesso il pubblico mi ha attribuito un bel riconoscimento. Intanto le critiche mi sono molto utili per migliorarmi. Quando fai un’opera prima, non sono mai opere compiute: un creatore, un creativo non fa un cofanetto che sa già essere pronto, piuttosto si aspetta che il pubblico lo indirizzi verso altre strade. Ogni opera è un embrione, sul quale poi continuare a costruire. Di critica ne ricordo una in particolare, sulla Divina Commedia, che mi ha dato fastidio: “questa è un’opera pesante”. Non concepisco come la cultura, la bellezza possano essere definite pesanti. Più che una critica, è un giudizio pigro, quasi un insulto. La Cappella Sistina, la Cappella degli Scrovegni, gli Uffizi, un dipinto di Caravaggio possono essere considerati pesanti? Piuttosto a volte è pesante la pigrizia, la stupidità, l’ignoranza. Se poi dobbiamo pensare al teatro, al cinema, come qualcosa che faccia solo ridere, quello è un altro capitolo. La cultura, nello sforzo artistico che può riuscire o meno, va comunque rispettata. D’altronde noi italiani abbiamo regalato al mondo la bellezza, e nel nutrirmi di essa non mi sembra di essere ingrassato”.

Mi hai appena detto di essere stato molto fortunato nel tuo percorso artistico, ti saresti mai aspettato di avere questo successo, di ricevere così tanto calore?

“Naturalmente no, infatti spesso rimango piacevolmente sorpreso. Ogni volta è una sfida riconfermarsi, soprattutto con opere complesse, articolate. Non ho mai voluto costruire, così nella fantasia, qualcosa che fosse ruffiano, che semplicemente incontrasse il favore del pubblico. Ho sempre sperimentato, non credo che il teatro così come anche il cinema debbano insegnare qualcosa a qualcuno. Sono dell’idea che io posso immaginare una mia visione, un mio paesaggio, e poi decidere di darla al pubblico che però deve sentirsi libero di poter andare dove vuole, di fantasticare, di farsi una propria idea. Nessun artista può costruire qualcosa per sé stesso, sente il bisogno di raccontare la propria storia a qualcuno. Gli applausi poi vengono dopo”.

Mi stai dicendo quindi che hai fatto della tua passione il tuo lavoro…

“Spesso si lavora purtroppo con l’emozione, che è qualcosa di schietto, che colpisce alla pancia, allora è facile far ridere o far piangere. La passione è qualcosa di diverso. Non si risolve in un momento, ma insiste sempre, è dentro di noi, non se ne va mai. La mia passione è il mio mestiere, il mio studio, il mio approfondimento. Certo è un mestiere affascinante, ma è come il fabbro, il macellaio, l’impiegato, il panettiere, che prevedere tanta conoscenza”.

Cosa consiglieresti ai giovani per seguire i propri sogni, per fare quello che piace?

“Il mio consiglio vale per qualsiasi percorso: in ogni caso, consiglierei di crederci, e di considerarlo come un mestiere, non come un passatempo serale, che sia nel mio campo o meno. Consiglio però anche di sognare, e di avere fiducia. Basta pensare solo al grigio, al nero, esistono tantissime altre sfumature nella vita”.

Voglio concludere l’articolo con una frase che mi disse Andrea Ortis la prima volta che l’ho incontrato:

“Nell’enorme prateria dell’arte tutti possiamo trovare casa, ed è bello sapere che sono case senza tetto, quelle che cerchiamo”.

Se volete saperne di più e il nostro resoconto non è abbastanza per soddisfare la vostra curiosità, c’è un intero sito dedicato a vostra disposizione. https://www.ilcavalieredisanbiase.com/

Tamara Santoro
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