L’Esercito delle 12 Scimmie: recensione

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La pandemia è un artificio narrativo, un deus ex machina, utilizzato da sempre. Ne i Promessi Sposi, in primis. Cecità di Saramago, poi. Opere che si occupano di come gli umani reagiscano di fronte al rischio d’estinzione.

Ma se, invece, fosse già avvenuta in un’altra dimensione, avesse ridotto l’umanità a poche migliaia di individui… e qualcuno, con una macchina del tempo, l’avesse invece impedita nella nostra realtà?

Nel 1995 Terry Gilliam, già famoso per far parte del gruppo comico dei Monty Python, uscì nelle sale con un film sorprendente, e che fa ancora parlare di sé, con una serie tv e frequenti citazioni: L’Esercito delle 12 Scimmie.

Protagonisti due attori lanciatissimi per l’epoca: il già affermato eroe degli action Bruce Willis, al massimo fulgore, e la stella in ascesa Brad Pitt, da sempre, da allora, accorto ed amante interprete del cinema indipendente.

l'esercito delle dodici scimmie recensione

Anno domini 20XX. L’ergastolano, in un mondo sotterraneo, James Cole, viene scelto (già fa ridere così) come “volontario” per una missione in superfice. La Terra, il pianeta verde, la sua aria tersa, è però infestata da un virus mortale per l’umanità, rilasciato alcune decine di anni prima – un tempo abbastanza vicino, dato che Cole sogna i suoi anni d’infanzia, che ricorda ancora, prima della pandemia. Ben pochi sopravvissero, e finirono per rintanarsi laggiù, nelle gallerie.

Ispirato a La Jetee, un arcifamoso cortometraggio francese sperimentale, che gioca sui viaggi nel tempo – quale sia, in realtà, l’inizio del rosario della causa effetto, e come i suoi grani si intersechino e confondano, compenetrandosi – L’Esercito delle 12 Scimmie ha un passo veloce, frenetico, confuso,  vive di strane inquadrature stranianti con lenti di Fresnel e confuse nella regia ispirata e volutamente iperoriginale di Gilliam. Ha una trama forte, da decifrare, che diede origine ad un intero filone fantascientifico: i viaggi nel tempo, e, appunto, come ciò agisca sulla vita umana, abituata a lasciarsi il passato alle spalle.

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Cole viene spedito dunque indietro nel tempo, e, un po’ di volte, nell’anno sbagliato: qui conosce la psichiatra Kathryn Reilly (Madeleine Stowe), con cui nasce una storia d’amore, e viene internato da lei in un reparto psichiatrico, ove fa la conoscenza di Jeffrey Goines. Quest’ultimo, figlio di un magnate di una multinazionale biotech e facente parte, appunto, dell’esercito delle 12 scimmie, un gruppo ecoterrorista.

In bilico fra il mystery movie e l’action, L’Esercito delle 12 Scimmie creò anche un linguaggio visivo altamente metaforico, reale trasposizione della dissonanza cognitiva vissuta da Cole, e che diverrà marchio di fabbrica di Gilliam (come nel piu recente The Zero Theorem, con protagonista Christoph Waltz): ruderi, sporcizia, confusione, urla, strepiti; luoghi umidi, polverosi, lerci. Sotterranei luridi, fogne bagnate d’acqua sporca. Gli interni sono tetri e poveri, da negozio dell’usato di provincia: tristi eredi di un passato glorioso, ormai spogliato dalla sua epica. Dunque, se in Brazil il collezionismo visivo era emblema di una distopia governata da una burocrazia folle, qui è sintomo di pericolo, di disagio, di morte che arriverà dall’interno – e dall’esterno – in cui un virus divorerà tutto ciò che di buono la razza umana abbia mai potuto creare.

Sebbene Willis sia il protagonista, colui che spicca ne L’Esercito delle 12 Scimmie è in realtà Brad Pitt: geniale nella sua interpretazione di un ricco, pazzo, rampollo, che, però, in fondo, non è neanche tanto pericoloso.

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Uno specchietto per le allodole. Un uomo giocoso, come tutto giocoso il film è: un gioco di ruolo, se possibile, da tavolo, mosso totalmente dagli effetti stocastici dei dadi lanciati sul tavolo. Dovrebbe esistere un senso finalistico nella plastica che ricopre e contiene i tachioni con i quali Cole viene spedito nel passato (ruolo già assente ne La leggenda del Re Pescatore), dal suo futuro di negozio delle pulci sotterraneo, ma non c’è: c’è solo, ogni volta, la scommessa. E il labile confine fra la possibilità di accettare il viaggio nel tempo, giovane e nuovo prometeo, o, bambino eterno di 2001 Odissea nello Spazio di fronte al monolito, è ciò il reale protagonista de L’Esercito delle 12 scimmie: chi sono le scimmie? Lo siamo tutti? È follia vedere una giraffa in tangenziale o credere di vedere se stessi da piccoli? I pazzi del manicomio in cui viene internato Cole, che raccontano storie così coerenti da far paura – sono più pazzi di chi è convinto di venire dal futuro in cui l’umanità è stata devastata da una pandemia? Sono le stesse domande che ci si pone in Vertigo di Hitchcock – spostate, però, in un ambiente distopico ed opprimente. L’equazione di De Broglie ci dice che non si può saper la quantità di moto e la posizione di un elettrone: è il paradosso del mondo quantico. Se so di esistere in un luogo, so, allora, chi sono? E se so chi sono, in che luogo penso di esistere?

Enorme è stata l’influenza del film sulla fantascienza successiva: Looper, Interstellar, Source Code, The Resolution, Arrival, Primer, e soprattutto Donnie Darko – tutti classici moderni che non sarebbero esistiti senza l’estetica metafisica de L’Esercito delle 12 Scimmie, il suo mistero, la sua psicanalisi. Lontani da Terminator, da Back to The Future.

Giulia Della Pelle
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