Un solenne Luca Marinelli nei panni di Martin Eden

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Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2019, Martin Eden di Pietro Marcello ritrae una Napoli del Novecento, dove la cultura rappresenta il mezzo per l’emancipazione

Liberamente tratto dal famoso romanzo di Jack London, Martin Eden ci mostra un Luca Marinelli aulico, comunicativo, accattivante e in uno splendido stato di grazia nei panni di un giovane e sgraziato marinaio che si innamora di Elena Orsini – e del suo stile di vita raffinato, colto e sontuoso -, una ragazza aristocratica incontrata grazie ad Arturo, fratello di lei che vede questo affascinante, ma rozzo ragazzo come un uomo selvaggio da domare con la cultura. Baudelaire è il primo oggetto della loro conversazione, rappresentando in qualche modo il fascino della vita borghese che fa breccia nel cuore della classe operaia.

L’azione da San Francisco – dove era ambientato il romanzo – si trasferisce in una Napoli novecentesca che si fa cornice di una parte del “secolo breve” italiano attraverso una commistione di epoche: dal primo dopoguerra alla fine degli anni ’60, lasciando sospeso il tempo del racconto, consegnandoci tra le mani una fedele fotografia di almeno 50 anni di storia.

Trattato in malo modo dal cognato grossolano, Martin Eden, grazie all’aiuto di Maria, gentile vedova con due figli al seguito, si trasferisce alla periferia di Napoli dove scrive lunghe lettere alla sua amata Elena e persegue il sogno di diventare uno scrittore affermato.
Martin trascorre gran parte del suo tempo cercando di trascendere le sue magre origini: legge, rimugina, scrive e riscrive versi davanti la sua macchina da scrivere di seconda mano, aspirando alla grandezza. E’ proprio qui il tema portante dell’intera pellicola: la scrittura come mezzo di riscatto personale e strumento comunicativo di denuncia sociale.

Perché se all’inizio Martin non sapeva nemmeno pronunciare il nome di Baudelaire, alla fine del film si ritrova in un’aula universitaria, incarnando quell’uomo umile che, con dedizione e sacrificio, si eleva in un mondo che però gli rema contro e che vuole affondare i suoi ideali e la sua vocazione.
Solo Russ Brissenden, un flaneur ricco, stanco e malato con problemi di alcolismo e una convinzione radical-chic per i principi del socialismo, incoraggia Martin a resistere a questi tentativi della classe media di trasformare il suo genio in mediocrità. Nel frattempo, la carnale e pasionaria Margherita, umile ragazza innamorata di Eden, aspetta dietro le quinte che Martin ritorni da lei.

Luca Marinelli in stato di grazia

Luca Marinelli, che non finisce mai di stupirmi, si è immedesimato completamente nei panni di Martin Eden con un accento partenopeo decisamente credibile, nonostante sia romano. La sua è una performance gigantesca – tanto da vincere la meritatissima Coppa Volpi al Festival di Venezia e il premio al Toronto Film Festival come miglior interpretazione maschile – in cui padroneggia, da attore di razza, ogni inquadratura con disinvoltura. La sua interpretazione è un crescendo continuo, appannando ogni altro attore.

Martin Eden non è un semplice film, ma il racconto di un viaggio onirico di un eroe romantico, dove il sogno e la passione si incontrano – e scontrano – con le difficoltà della vita. La pellicola, con un’impeccabile colonna sonora, è una fusione di estetica epocale e di stili formali, raccontati da raffinati scatti manuali e primi piani granulosi di facce emotive, che mi fanno pensare a quei vecchi film francesi – e italiani –  di fine anni ’60. I colori dominanti, che conferiscono un’aria eterea ai paesaggi, sono l’azzurro e il rosso che sottolineano la classe sociale cui appartengono i personaggi che li indossano. Il blu è l’aristocrazia, l’eleganza e la leggerezza di Elena. Il rosso è il socialismo, le origini umili di Martin e Margherita.

In definitiva, Martin Eden potrebbe sembrare una storia di odio per se stessi e di autodistruzione, in cui l’individualismo trascina il protagonista in un vortice senza scampo, dove la cultura, la fame di sapere e l’emancipazione lo corrompono, lo rendono elegantemente vulnerabile e indolente. Ma Pietro Marcello ci ha regalato un film d’autore politico-civile imperfetto, tragico, reale, concreto, dove l’istruzione si manifesta come antidoto contro la povertà, rappresentando il mezzo per inseguire i propri ideali, i propri sogni, il proprio amore.

Isabella Insolia
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