Midnight Sky, di George Clooney: recensione

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La fantascienza, come genere cinematografico, letterario, artistico, ha dato moltissimo. Ha rivoluzionato linguaggi espressivi, dato l’impulso per creare estetiche nuove, immaginifiche, geometrie non euclidee fatte di ipersuperfici – ed ha portato ad un nuovo livello l’interconnessione fra ambiente e personaggio, l’uno specchio dell’altro, uno che parla, e l’altro silenzioso, e viceversa.

Ed è principalmente l’ambiente a parlare nel nuovo film di George Clooney, uscito in pandemia nel 2020, Midnight Sky. Liberamente tratto dal romanzo Good Morning, Midnight, di Lily Brooks Dalton.

Un imprecisato numero di decenni prima, un brillante scienziato scopre una luna di Giove abitabile (Clooney nel futuro, Ethan Peck da giovane), Augustine Lofthouse. Di cui, finora, l’umanità non s’era mai accorta. A causa di ciò, la sua relazione amorosa con Jean (Sophie Rundle, Peaky Blinders), finisce; lei, pur incinta, decide di crescere da sola la loro bambina. Flash forward nel futuro. Un antico e sofferente Augustine vive in una stazione scientifica e meterologica nell’Artico; ivi decide di finire i suoi giorni, mentre il resto del personale viene evacuato per via di un’imprecisata minaccia. Si accorge che anche una bambina è lì rimasta: dice di chiamarsi Iris (Caolinn Springal). Stringono ben presto un forte legame, e ciò dà la forza a Lofthouse di mettersi alla ricerca dell’ultima missione spaziale non decommissionata, la Aether, che è di ritorno dall’esplorazione di quella luna di Giove. L’equipaggio, composto da Sully (Felicity Jones), Mitchell (Kyle Chandler), Sanchez (Demian Bichir), Maya (Tiffany Boone), è spaventato dalla totale assenza di comunicazioni da parte del controllo missione e dalla Terra tutta, nonché flagellato da tempeste di asteroidi. Cosa li aspetterà tornando a casa? Potrà Lofthouse avvertirli del pericolo imminente?

I buchi di trama di Midnight Sky, nuovo e rutilante film Netflix, sono tanti, troppi, per non far storcere il naso e rimanere semplicemente ammaliati dalla sua fotografia pittorica:

A partire dalla presenza di una luna abitabile mai scoperta attorno a Giove – e le missioni Voyager, Cassini, Juno? –, passando per i motivi, mai del tutto approfonditi, del disastro termonucleare; nell’ultimo caso, ciò non dev’essere visto necessariamente come un male – capolavori come The Road non si interrogano neppure sulle motivazioni dell’apocalisse, ne analizzano le conseguenze. Midnight Sky si pone, invece, nel mezzo, senza scegliere, prendendo un punto di vista nuovo ed originale: gli spettatori dell’Apocalisse. Ma senza guardarne le reazioni, che non sono né cariche di ansia, né di disperazione, né di isteria, ma meccaniche, da androidi – Bishop, da Alien, sprizza quanti di emozione da ogni poro, in confronto. L’assenza di qualsivoglia reazione, di fronte al nostro pianeta butterato di cicatrici, in una oscena imitazione della superficie della luna gioviana Io, lascia interdetti; e, appunto, sebbene potesse essere una scelta di screenplay e registica significativa ed inaspettata, manca, anticlimaticamente, di pathos, rivelando un’ingenuità ed immaturità di fondo, ancora, nel cinema firmato George Clooney. Midnight Sky si nutre poi di due elementi notoriamente deleteri per il cinema, reinventabili solo dai maestri, come grandi chef che propongono piatti stellati a partire da torsoli di broccoli: i clichè, e la sospensione dell’incredulità. Clichè sul ruolo finalistico, da genesi biblica, di Felicity Jones e di David Oyelowo, che, famigliola felice, vanno a colonizzare un nuovo pianeta mai macchiato della sporcizia dell’umanità, che, Babele, Gomorra, Sodoma, viene punita per i suoi peccati. Non ci sono Elohim, Jahvè, in Midnight Sky, ma gli enormi spazi aperti, dell’Artico o quello trapuntato di stelle, sembrano indicare solo la presenza provvidenziale e imperscrutabile del divino. Senza, appunto, prendere una posizione, o credere fino in fondo al suo stesso sentore soprannaturale – Sunshine, 2001 Odissea nello Spazio, The Fountain, Solaris, Moon, Pandorum, Interstellar, sono tutti esempi meglio riusciti della stessa zuppa di fagioli, ma cucinata con più perizia (facendo, ovviamente, i dovuti paragoni). La presenza della SPOILER Iris immaginaria per conciliare gli ultimi giorni di vita di un uomo malato fa, inoltre, molto romanzetto iniziatico di Herman Hesse e manca, soprattutto, nel creare la – supposta – indissolubile, connessione da entanglement, fra padre e figlia.

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La sospensione dell’incredulità è, invece, continuamente abusata, credendo, Clooney, evidentemente, gli spettatori, degli emeriti imbecilli: come può un uomo in dialisi, anziano, camminare da solo nell’Artico dalla Groenlandia fino al Lago Hazen? Come è possibile che in un’astronave non sia presente un’infermeria? Come facevano gli astronauti a non sapere che il sangue, a 0 g, non coagula? Che fine ha fatto il resto dell’umanità? Su Giove arriva tipo il 10% della nostra luce solare, come può supportare la fotosintesi? Non esiste più una IIS nel 2049? Che ci sta a fare un lupo a nord del lago Hazen dove manco i caribù arrivano?

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La buona prova recitativa di Clooney in primis, e di Felicity Jones, poi, non salva che qualche goccia di liquido da un secchio che fa acqua da tutte le parti. Poco da dire riguardo la qualità dei dialoghi: Mark Smith (Martyrs, suo capolavoro) non ha mai avuto, dalla sua, una grande abilità nel far interagire i personaggi fra loro, preferendo grugniti (Revenant) e un focus esterno, appunto, sull’ambiente, vero specchio. Gli abitanti della Aether, dunque, fra di loro si rivolgono poche parole, fortemente scontate, fortemente falsate e false: perfino l’amore della coppia protagonista non è palpabile. Un certo pathòs è presente nella scena della SPOILER morte di Maya (Tiffany Boone): ma, anche lì, si è in presenza di clichè di drammaturgia spaziale abbondantemente esplorata sia nel campo cinematografico che videoludico.

Clooney, però, non è tutto da buttare. Tecnicamente, Midnight Sky, è un film perfetto. Bellissimo, lucido, patinato, freddo, realistico, crudo; i particolari di ogni oggetto sono ben curati, dai contorni netti, palpabili, concreti. Gli ambienti artici sono ostili, claustrofobici nella loro enormità, veramente gelidi – girato a -40°- e perfettamente connessi con l’invece, intima, delicata, colonna sonora di Alexandre Desplat, che firmò quella de La forma dell’acqua di Del Toro.

Ci dispiace, George: come in Gravity, hai ancora paura di volare.

Giulia Della Pelle
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