The Post, come Steven Spielberg racconta la libertà di stampa

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The Post, opera di Steven Spielberg, è stata selezionata come miglior film del 2017 dal National Board of Review, e tra i Top 10 sia dal settimanale Time che dall’American Film Institute.

L’informazione riveste un ruolo di primo piano nella società contemporanea, perché – come sostiene Walter Lippmann – il mondo con cui dobbiamo avere a che fare è fuori dalla nostra portata e dal nostro campo visuale, per questo deve essere esplorato, riferito ed immaginato.

Il mondo così come lo conosciamo non è altro che il frutto di una costruzione mentale che abbiamo fabbricato entrando in contatto con informazioni, parole e immagini. Ed è per questo che modifichiamo i nostri comportamenti e i nostri pensieri in base alla narrazione che riceviamo degli eventi. La stampa dunque è un veicolo di conoscenza e spesso – non solamente in passato – diventa veicolo di propaganda e strumento nelle mani del potere politico.

Steven Spielberg celebra il valore della libertà di stampa e la sua importanza con il film The Post.

In un mondo votato alla bulimia delle informazioni, è necessario fare un passo indietro e ripercorrere alcuni momenti che hanno fatto la storia cambiando, almeno momentaneamente, il ruolo dei giornali e dell’informazione.

The Post, libertà di stampa
Una scena del film di Steven Spielberg The Post, con Tom Hanks e Meryl Streep

La pellicola infatti racconta le vicende giornalistiche intorno alla pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret della difesa degli Stati Uniti. I Pentagon paper contenevano uno studio approfondito, voluto dal segretario alla difesa Robert McNamara, sulle strategie e sui rapporti del Governo Federale con il Vietnam. Quello che si evinceva dalle settemila pagine di analisi raccolte era una semplice e chiara verità: il governo degli Stati Uniti aveva mentito. Le azioni di guerra furono intraprese ancor prima che gli americani ne fossero informati e, inoltre, i bombardamenti sconfinarono anche in altri stati oltre il Vietnam.

Il Times ha 7.000 pagine che illustrano come la Casa Bianca abbia mentito sulla guerra del Vietnam per 30 anni.

Ben Bradlee (Tom Hanks)

Parte di questi documenti furono pubblicati, per la prima volta, in prima pagina sul New York Times nel 1971. La presidenza Nixon, già a rischio per via di un calo di popolarità, cercò in ogni modo di bloccare la pubblicazione dei documenti, che nel frattempo avevano scatenato le proteste del popolo. Era in gioco la libertà di stampa.

Ben Bagdikian (Bob Adenkirk) riesce a risalire alla fonte del New York Times e ai documenti. Ci sono poche ore prima che il giornale vada in stampa, bisogna decidere se pubblicare o no i documenti. Il rischio è l’accusa di oltraggio alla corte.

Il regista racconta con magistrale bravura gli attimi di incertezza e tensione che precedono la decisione più importante. Al centro della scena c’è Kathrine Graham (interpretata da Maryl Streep) che, diventata proprietaria di The Post dopo la morte di suo padre e di suo marito, cerca ad ogni costo di dimostrarsi all’altezza del ruolo e di imporre la sua volontà, in un ambiente notevolmente maschilista.

The Post, a lezione di libertà da Steven Spielberg

La notte del 17 giugno 1971 il Post va in stampa con i documenti del Pentagon Papers  in prima pagina. A questo punto i due giornali, New York Times e The Post, sono convocati in tribunale. Da qui la storica sentenza della Corte Suprema, che assolve i giornali e afferma che la stampa non è destinata a servire coloro che governano, bensì coloro che sono governati.

L’inchiesta sui Pentagon Papers è diventata il simbolo della libertà di stampa e di un’informazione votata a favore dei cittadini piuttosto che dei governi. Il giornalismo nasce con la funzione di “cane da guardia”, deve sorvegliare il potere e raccontare, con cognizione di causa, cosa accade. È di questo giornalismo che ha bisogno il popolo, non di giornali megafono del potere politico.

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