Undine, fra sogno e realtà: recensione

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Undine, un amore per sempre è il nuovo film di Christian Petzold, presentato per la Settantesima Edizione del Festival di Berlino, ed uscirà nelle sale italiane a partire dal 24 settembre.

Come si legge nella rassegna stampa, la pellicola è stata eletto  “Film della critica” dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI:

“Confermandosi tra i cineasti più originali e narrativamente audaci del presente, Christian Petzold attinge alla mitologia nordica per regalarci una nuova struggente storia d’amore. Sullo sfondo di una Berlino in perenne trasformazione, tra leggende rivisitate, presagi e ossessioni, Undine e Christophe sono gli eroi tragici di un melò che sfida il destino, sospeso tra la terra e la profondità degli abissi, oltre la vita, oltre la morte.”

Nel cinema di Petzold la figura femminile ha un ruolo particolare – La scelta di Barbara (2012) su tutti –mettendo in scena con grande sensibilità il ruolo della donna nelle sue diverse accezioni. La protagonista ,difatti, interpretata dalla splendida Paula Beer, dopo una grande delusione d’amore incontra Christoph (Franz Rogowski), il quale aiuta la donna a rinvigorirsi e ricostruire se stessa. La nuova storia d’amore, classico scenario di una relazione fresca, tuttavia è solo un pretesto per raccontare una città che ha subito una importante trasformazione con la caduta del muro di Berlino: quindi la donna come la città non si spezza, continua ad essere e non perdere il suo fascino nonostante tutto.

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Il nome scelto per la protagonista, Undine, non è casuale; dal latino unda, onda, sono creature mitiche elencate fra gli elementali dell’acqua nelle opere sull’alchimia di Paracelso, ma sono anche parte del folklore europeo, in cui appaiono descritte, in genere, come creature affini alle fate. L’antica mitologia si incardina nella più moderna architettura della Berlino contemporanea per crearne un film che dà l’impressione di vivere una realtà altra come in un sogno.

L’artista quindi si diletta tra l’abisso e il reale, metafora del rapporto che vi è tra conscio e inconscio, percepibile solo in alcune scene apparentemente inspiegabili, vere e proprie visioni. L’elemento acqua entra in collisione con quello dell’aria e ivi assume una particolare importanza, come la mancanza di ossigeno, a causa dell’immersione, in una delle scene del film.

Ma in Petzold vi è anche una critica al sistema del lavoro (leggi qui: Il Lavoratore da Millet), che si nota nel momenti in cui Christof cerca disperatamente notizie su Undine e, chiedendo ad una collega del museo in cui lavorava, ottiene come risposta:

“Non ho sue notizie da mesi, faceva la freelance… Ora abbi pazienza ora, il lavoro mi chiama!”

Da queste poche espressioni si comprende la forte critica del regista anche sull’insensibilità dei colleghi sul posto di lavoro, molto spesso fatto senza passione e in maniera alienante, ma non per Undine – una brillante storica che riesce a coniugare il sapere storico e architettonico con l’attualità quando parla del Bode Museum di Berlino con un esterno neobarocco, ma con un interno funzionale alla fruizione e moderno. Anche qui la scelta di aver scelto questo museo per l’esempio invece che un altro è indicata dalla posizione su cui verte: la struttura spicca sull’acqua, tra le due anse del fiume Sprea.

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In conclusione, Undine è solo apparentemente sfuggente, ed è la classica pellicola che ha bisogno di tempo di “stagionare” nella nostra memoria, al fine di trovarne il senso pian piano, riscoprendolo nelle giornate a venire perché ogni dettaglio inserito nel film non è fortuito ma voluto. È un film che crea dei legami con l’esterno, con la mitologia, con l’architettura tedesca ma anche con la storia politica ed è questo che ne fa una vera e propria opera d’arte.

Undine (Germania, 2020) di Christian Petzold. Con Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zaree, Jacob Matschenz, Gloria Endres de Oliveira e Rafael Stachowiak. Nelle nostre sale a partire da giovedì 24 settembre 2020.

Martina Trocano
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