Heathen – Intervista a David White

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Gli Heathen sono tornati. Dopo un decennio di attesa dal loro ultimo lavoro, il 18 settembre hanno finalmente rilasciato per Nuclear Blast l’album Empire of the Blind.

Un ritorno atteso, di cui abbiamo parlato in questa recensione. Ne ho discusso con il vocalist David White, che oltre a essere una delle voci più iconiche della “old school” è anche l’unico membro del gruppo a essere presente su tutti e quattro gli LP pubblicati fino a oggi. Abbiamo ripercorso insieme alcuni momenti della preparazione dell’album e della storia degli Heathen e qualche riflessione sullo stato del thrash metal.

Federico: Anzitutto congratulazioni per il nuovo album! Mi stavo chiedendo se la pandemia abbia in qualche modo rallentato le fasi finali del lavoro.

David: Fortunatamente no, abbiamo finito di registrare prima della fine del 2019 e Zeuss (Christopher Harris, ndr) ha terminato il mixaggio grossomodo a febbraio di quest’anno.

F: Sono più di dieci anni dall’uscita di “The Evolution of Chaos”. Il vostro è un ritorno attesissimo da fans e appassionati di thrash metal. Che cosa puoi dirci di quest’album, rispetto al precedente?

D: In questo caso è stato Kragen (Lum, ndr) a scrivere l’album per intero. Perciò il processo di scrittura si è svolto in modo diverso. Nell’album precedente abbiamo contribuito un po’ tutti. Jon Torres scrisse alcune canzoni, Kragen ne scrisse tre, Lee (Altus, ndr) si occupò delle musiche e io della maggior parte dei testi. Insomma, andò molto diversamente. Kragen e Lee erano impegnati con una tournée degli Exodus. La dinamica era un’altra.

E non avevamo un batterista. Darren Minter aveva lasciato gli Heathen subito prima dell’ultimo tour, e non ci siamo messi d’accordo fino all’anno scorso. Dopodiché abbiamo portato dentro anche Jason Mirza. Molte cose sono cambiate per gli Heathen. Credo che un miglioramento fondamentale sia stato lavorare con Zeuss. Sono convinto che questo sia l’album con il sound migliore, e in buona parte è merito di Zeuss.

F: È il primo album in cui compaiono Jason Mirza al basso e Jim DeMaria alla batteria. Raccontaci come si sono integrati agli Heathen e quale pensi sia il loro speciale contributo all’album.

D: Jason e Kragen sono amici da lungo tempo. Hanno suonato insieme in un band che si chiama “Psychosis”. Hanno registrato insieme qualcosa in passato. Io stesso ho conosciuto Jason diversi anni fa. Viveva nella Bay Area, e quando cantavo per i Laughing Dead frequentavamo la stessa comitiva, ed è così che ci siamo conosciuti. Ha fatto uno show con noi, sostituendo Jason Viebrooks. Facemmo uno show con i Death Angel, e tutto andò liscio. È un grande musicista e con lui c’è un’ottima connessione. Per questo lo abbiamo voluto nel gruppo quando Jason Viebrooks è andato a lavorare con gli Exhorder.

Per quanto riguarda Jim DeMaria, lui aveva lavorato nella crew degli Exodus, ed è così che ha conosciuto Lee. Abbiamo fatto un tour con i Generation Kill, l’altra band di Rob Dukes. Jim suonava la batteria ed è così che ha conosciuto il resto degli Heathen. Con quei ragazzi abbiamo condiviso un bus per un mese, così ci siamo conosciuti meglio. Per quanto riguarda il loro contributo, beh, come si suol dire, provare per credere. Sull’album puoi sentire delle linee di basso estremamente serrate e la batteria è semplicemente fenomenale. Più di ogni altra cosa, hanno portato nella band una mentalità incredibilmente positiva. Sono due persone fantastiche.

F: Parliamo un istante dei testi. C’era un qualche significato particolare che volevate far emergere dall’album? Che cos’è esattamente questo “impero dei ciechi”?

D: Come dicevo, l’autore di tutto è Kragen. Certo, c’erano molte idee che circolavano nello studio, e abbiamo cambiato alcune cose. Ma l’album resta per la maggior parte una creazione di Kragen e noi abbiamo semplicemente fornito la nostra esperienza. Per quanto riguarda le tematiche dell’album, con Kragen ne abbiamo parlato. Credo che volesse rappresentare il modo in cui nella società in cui viviamo siamo tutti costantemente incollati ai nostri telefoni e computer, e il modo in cui i media controllano quotidianamente ciò che facciamo. Riceviamo tante di quelle informazioni che ci siamo dimenticati della parte più integra della nostra umanità.

F: Torniamo un istante alla scena thrash della seconda metà degli anni ‘80, alla quale gli Heathen hanno contribuito in modo determinante. Come pensi sia cambiato il genere in tutti questi anni, e come pensi siano cambiati gli Heathen?

D: Come musicisti, all’epoca dovemmo lavorare duro per essere protagonisti della scena. Ma rispetto ad allora facciamo ancora buona musica e abbiamo ancora fame. Lo stesso dicasi di altre band, i Testament, i Death Angel e altri gruppi della Bay Area, che pubblicano ancora ottimi dischi. Certo, le cose sono cambiate, perché all’epoca eravamo ragazzi e non sapevamo nulla. Ci divertivamo, bevevamo, ci godevamo la nostra libertà. Ora abbiamo le nostre famiglie, alcuni di noi si sono spostati (io e mia moglie viviamo in Florida). E questo si ripercuote nella nostra musica, perché avendo visto molto e fatto molta esperienza c’è molto di cui possiamo parlare. Anche il mondo è cambiato molto da allora.

F: Che cosa ne pensi della scena metal odierna? C’è qualche gruppo recente che ti ha colpito in particolare?

D: La risposta è sì, anche se è difficile restare al passo, perché sono sempre molto concentrato sul mio lavoro e sui vari progetti che porto avanti. Ma ho avuto modo di ascoltare diversi gruppi. Sai, con Spotify c’è così tanta musica a portata di mano… e questo è un bene. Sono rimasto molto colpito dall’ultimo album degli Havok (“V”, leggi la recensione) e anche il nuovo dei Warbringer (“Weapons of Tomorrow”), davvero un grande album.

La prima volta che ho ascoltato le nuove canzoni degli Havok ho pensato “Wow! E questi chi sono?”. Così ho cercato di saperne di più. Ma ci sono un sacco di altri album di ottimo livello. Anche l’ultimo dei Dust Bolt è eccezionale. Ci hanno accompagnato nell’ultimo tour e sono davvero ragazzi fantastici. È splendido vedere come sono andati avanti e sono persino migliorati. Il loro ultimo album spacca davvero!

F: Avete previsto di andare in tournée? Posto che siano ammessi gli spettacoli dal vivo, naturalmente. In tal caso possiamo aspettarci di vedervi in Italia?

D: Per i concerti credo se ne parlerà il prossimo anno. Ma quello è il piano, noi abbiamo voglia di tornare a suonare dal vivo. Ce la stiamo mettendo tutta, ma al momento non è facile. Sono tutti nervosi e c’è molta incertezza. Proviamo a essere il più possibile pazienti. L’album è appena uscito, e naturalmente tutti i festival che avevamo previsto nel 2020 vogliono confermarci nel 2021, sempre che questi eventi possano aver luogo. Per quanto riguarda l’Italia, puoi contarci! Per me è sempre stato il posto più bello in cui suonare.

F: Grazie, David. Un’ultima domanda. Curiosamente l’uscita del vostro album è coincisa con due cinquantennali fondamentali per la storia della musica rock. Il 18 settembre 1970 i Black Sabbath pubblicavano una pietra miliare come “Paranoid”, ed esattamente lo stesso giorno a Londra ci lasciava purtroppo Jimi Hendrix. Mi faceva piacere chiederti se provi qualcosa di particolare per questi due artisti, magari un debito musicale di qualche genere.

D: Beh (ride) direi proprio di sì! E mi fa davvero piacere tu me ne abbia parlato, perché non lo sapevo! La prima volta che ho sentito parlare dei Black Sabbath avrò avuto 11 o 12 anni. Fu grazie al duo comico Cheech & Chong, in uno sketch intitolato “Let’s Make a Dope Deal” in cui facevano sentire “Sweet Leaf” a velocità 78. E uno dei due diceva “I saw a God”, riferendosi a quando aveva provato ad ascoltare i Black Sabbath a quella velocità.

E da ragazzo pensai: “Wow, chi sono i Black Sabbath?”. Andai al negozio di dischi e comprai proprio “Paranoid”. Ti dico, all’epoca già ascoltavo un sacco di musica e stavo imparando a suonare, ma quel disco ha cambiato la mia vita e il modo in cui vedo la musica. Per me è un album davvero importante e i Black Sabbath resteranno sempre una delle mie band preferite di tutti tempi, una delle più dure, se non la più dura.

F: Probabilmente la più influente.

D: Nell’heavy metal lo penso anch’io, per via di quel suono oscuro… ma sono convinto che nella loro musica ci sia anche molta luce. E lo stesso vale per Hendrix. Ero molto giovane quando c’era lui. Ma quella musica, la sua musica è stata un’influenza fondamentale su tutti noi musicisti, chitarristi specialmente. Hendrix cambiò le carte in tavola. Black Sabbath e Jimi Hendrix sono due artisti che hanno realmente cambiato la storia.

Federico Morganti
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