Vincenzo Cardarelli: d’estate nascono gli amori in prosa

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Ho speso molto tempo a pensare al modo in cui ricordare Vincenzo Cardarelli, oggi (18 giugno) che ricorre il giorno della sua morte. Succede, quando un autore è profondamente presente nella vita di chi lo ha letto, studiato, amato e, come nel mio caso, si condivide con lui il paese d’origine. Quale aspetto di Cardarelli mettere in risalto; quale sua sfaccettatura; quale stagione della sua esistenza? Sono state queste le primissime domande, di difficile risposta, almeno all’inizio.

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Copertina dell’edizione del 1952 de Il sole a picco

Poi, pian piano e con non poco sacrificio, ho ristretto il campo. L’ho fatto, innanzitutto, escludendo subito il Cardarelli di Autunno e di Gabbiani, le uniche due poesie che dell’autore si trovano nei testi scolastici e con le quali, sistematicamente, si ricorda ad ogni data che lo riguardi. Ne ho poi depennate altre, come Attesa, Crudele addio, Sera di Liguria, Amicizia, anch’esse molto conosciute, fino a rinunciare al Cardarelli poeta, per soffermarmi su altro.

Ho ripreso, quindi, in mano Il sole a picco, raccolta di prose liriche con la quale vince il Premio Bagutta nel 1929 e che almeno ogni tarquiniese dovrebbe avere in casa (se fosse possibile, certo). Nell’edizione del 1952, che è quella che possiedo, è contenuta – per ultima, prima delle cinque poesie finali – una novella, l’unico racconto lungo della produzione cardarelliana, dal titolo Astrid ovvero temporale d’estate.

È questo un testo a cui Cardarelli è molto legato e che accompagna per molti anni l’autore, che lo rivede e corregge più volte. Compare infatti nel 1926 sul “Tevere”, nel 1931 sul “Resto del Carlino” (solamente uno stralcio, e largamente rielaborato), nel 1941 sul “Tempo”, sulla “Fiera Letteraria” nel 1950 e poi, come detto, nel 1952 ne Il sole a picco.

Lì dentro, ho pensato all’improvviso, c’è il Cardarelli di cui avrei parlato, per motivi vari e più o meno legati al contingente. La novella parla dell’incontro con una giovane norvegese, di nome appunto Astrid, della quale il nostro si innamora perdutamente mentre si trova in un albergo di Bellagio. Nel testo, Cardarelli scrive che la conoscenza avviene quando lui ha “trentatré anni” ed è “in un punto assai delicato” della sua “parabola di scrittore” e una lettera a Emilio Cecchi del 18 agosto del 1920 lo conferma.

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Vincenzo Cardarelli nel 1957, fotografato da Paolo Monti

Ecco quindi i – direte forse banali – motivi della mia scelta: siamo in estate, non propriamente la stagione di Cardarelli, poeta autunnale ma che per destino ha il proprio principio e la fine sul nascere della calda stagione; è un trentenne, come chi scrive, ed è ancora lontano (ma sta già ponendo le basi) dal diventare il burbero e disilluso scrittore che tutti, forse anche a torto, conosciamo. Quello di Astrid ovvero temporale d’estate è il Cardarelli innamorato che non si può aggirare, a maggior ragione se questo “squarcio di vita” – come scrive in una lettera a Giuseppe Raimondi – riguarda un amore che per lo scrittore trentatreenne si rivela un vero e proprio “cataclisma”:

Le prime volte, camminando a fianco di lei, che mi sorpassava in altezza di quasi tutta la testa, mi pareva di camminare nel vento. Ero così felice, […] ero trascinato, vicino a lei, come in una nuvola odorosa […]

L’aggettivo “felice”, in Cardarelli, è sempre accompagnato da un verbo all’imperfetto: la felicità appartiene sistematicamente al passato e, in questa novella, nasce dalla vicinanza di Astrid, che fa vivere al giovane scrittore un amore mai provato prima.

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Copertina di Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, del 1974

La finzione letteraria cancella dalla mente di Cardarelli ogni altra relazione precedente, persino quella con Sibilla Aleramo, dolorosa e disperata, di cui si può leggere ciò che resta, e cioè le lettere che lui spedì a lei dal 1910 al 1915. L’epistolario a unica voce viene poi pubblicato, con il titolo di Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, nel 1974 dalla Newton Compton Italiana. Sull’aletta anteriore si legge: “Un carteggio che è la storia di un disperato amore e insieme un documento illuminante della società intellettuale del primo novecento”. Non più ristampato, se ne trova qualche copia usata su internet.

Ma per tornare all’amore senza pari, scrive l’autore nella novella:

Tutte le altre storie o mattane d’amore che posso aver avuto prima e in seguito non furono che un’inezia in confronto a questa. Contro le rive di quel lago propizio ai dolci riposi, quanto alle più funeste perdizioni, la navicella del mio ingegno non dirò che facesse naufragio, ma certo si arenò per un tempo incalcolabile.

Non si scompone Cardarelli, ma d’altronde scrive il racconto – nel complesso, molto ironico – solo dopo che dall’incontro sono passati sei anni, per poi rielaborarlo più volte, come detto. Il tempo tuttavia non impedisce che qua e là, disseminati, per quanto la storia sia già dall’inizio destinata alla fine, si trovino confessioni della più totale disperazione, quando il giorno del distacco si accinge ad arrivare: “Il mio bene mi lasciava e non ero più in condizione di ragionare”. E ancora, come farebbe un innamorato odierno dopo l’abbandono, lo scrittore cerca “invano dovunque, nei più segreti ripostigli, qualche reliquia del suo passaggio. Non trovai che una spilla, che raccolsi con religione”.

Per ultimo, la consueta elaborazione del lutto, che con Cardarelli ha inizio con la notizia della partenza della ragazza, una o due settimane prima dell’effettiva separazione: “avevo sofferto la sua partenza come si soffre e si sconta in anticipo il trapasso di una persona cara”. Astrid segna una svolta:

[…] qualche cosa era veramente finito. Mai più avrei potuto risuscitare altrove l’illusione vissuta in quel piccolo albergo.

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Vincenzo Cardarelli in una foto del 1920 insieme a Massimo Bontempelli e Alberto Savinio

Poi la novella continua, ma non dico altro, anche perché Il sole a picco è una delle poche cose recuperabili online e facilmente leggibile. Mi premeva, però, dare un’idea di tutto ciò che si perde quando di un autore si cristallizza una sola delle tante immagini, una sola della tante sfumature possedute; una sola stagione di vita. Ciò che di Cardarelli comunemente si legge, il personaggio di lui che molti dei suoi attuali concittadini hanno nella mente, è solo la punta di un enorme iceberg che varrebbe la pena di (ri)scoprire.

Spero dunque in un tempo in cui, entrando in libreria, si potrà di nuovo chiedere al librario, e avere, qualsiasi opera di Cardarelli, a cominciare dalle poesie. Soprattutto le poesie, nelle quali è espresso – velatamente ma a chiare lettere – il desiderio di essere ricordato. “La speranza è nell’opera” recita il primo verso del primo componimento di Poesie. In un altro – Santi del mio paese – c’è invece una domanda implicita, resa crudelmente dolce dalla rima baciata, a cui non si può non dare risposta: “Io non so se di me qualcuno ha cura, / che nacqui all’ombra delle antiche mura”.

Con un autore delle cui opere nel 1952 si scrive che “sono ormai assegnate alla storia della letteratura, tra i componimenti che non conoscono limiti di tempo e di luogo” (nell’aletta anteriore dell’edizione del 1952 de Il sole a picco) e che è senza dubbio una delle voci fondamentali della letteratura primo-novecentesca, credo non si possa più temporeggiare.

Sulla mia pagina scritta,
se voglio che non mi rimorda,
quanto ancora da rifare!
La scrissi in fretta.
Se voglio avanzare un poco,
per un piccol salto,
che lunghe lontane rincorse!
Su e giù,
per i luoghi e le decisioni,
per le stagioni e per l’eternità,
io sono sempre daccapo,
con levate di Lazzaro
e ricadute di convalescente,
coi miei precoci mattini
esilarati di vitalità
perpetuamente guastati:
io faccio orgie di tempo.
Quante cose cominciate
e rotte, nella mia vita!
Quante offerte rifiutate!
Le mie giornate sono
frantumi di vari universi
che non riescono a combaciare.
La mia fatica è mortale.

Stanchezza, in Poesie, Mondadori 1942
Federica Gallotta
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