Luigi Pirandello, Belluca, e l’uomo delle maschere

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Luigi Pirandello: non basta un Nobel

Che Luigi Pirandello sia uno di quegli autori che si insegnano nelle scuole è cosa risaputa. Tutti lo abbiamo provato sulla nostra pelle e senza ombra di dubbio la maggior parte di noi l’ha scoperto proprio sui banchi di scuola. La domanda è: perché continua a godere di tanta fortuna? A cosa si deve tanta vitalità? I riconoscimenti ricevuti in vita danno un’idea della grandezza dell’artista, ma non bastano a gettar luce sul quesito che ci siamo posti. L’Italia vanta sei Nobel per la Letteratura e uno di questi, il terzo per la precisione, è proprio Pirandello. Ma se bastasse un prestigioso premio a includere nel gruppo degli intramontabili un autore, allora non si spiega perché Carducci è quasi passato di moda nelle aule scolastiche e la Deledda è stata degradata al rango di autore minore. Lo stesso Dario Fo, Nobel per la Letteratura nel 1997, non è stato ancora del tutto assimilato. Allora perché Pirandello resiste, con un’esistenza neppure tanto stentata, ed altri cedono?

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Quando l’autore altro non è che un personaggio  

La verità è che Pirandello fu un formidabile autore perché seppe farsi personaggio. In che senso? Nel senso che la sua vita fu costellata di eventi ai limiti dell’immaginario che ne forgiarono il carattere. Le numerose tournée nei teatri di mezza Europa, fatte di notti tirate per le lunghe in compagnia di una combriccola di attori che di volta in volta davano corpo ai suoi personaggi con malcelato scontento di Pirandello, che sempre mantenne delle riserve nei confronti di questi artisti, accusati di non “sentire il personaggio come l’autore l’ha sentito, a renderlo sulla scena come l’autore l’ha voluto” (dal saggio Illustratori, attori e traduttori). Le massacranti condizioni di vita dei lavoratori siciliani conosciuti da vicino tramite le miniere di zolfo che il padre gestiva non lontano da Agrigento, ma anche il tema della follia, arrivata a interrompere il normale svolgimento della vita di Pirandello quando si prese la moglie, che fu rinchiusa in una clinica specializzata nel 1919. Non sorprenda, perciò, se, con fare attoriale, Pirandello riuscì a mettersi in mostra anche nel giorno del suo funerale firmando per primo – ovviamente quando era ancora vivo – il libro del commiato.

Luigi Pirandello e la rinascita del genere novellistico

Forte di tante esperienze, la sua produzione non solo divenne inimitabile ma lo portò a spaziare nella gran varietà dei generi letterari. Scrisse saggi, romanzi, opere teatrali, articoli di giornale, ma i testi con cui si cimentò più di frequente, anche solo per la facilità con cui li dava alle stampe, furono le novelle. Il genere è antico e non staremo qui a ricordare gli illustri antecedenti. Pirandello pubblicò la sua prima novella nel 1884, l’ultima nel 1936, poco prima di morire. Uscirono diverse raccolte nel corso degli anni, e, partire dal 1922, si gettò a capofitto in un nuovo ambizioso progetto che, forse  perché troppo ambizioso, non vide mai la fine. Novelle per un anno doveva raccogliere le novelle già edite e aggiungerne di nuove, riunendole in ventiquattro volumi da quindici novelle ciascuno. Il totale avrebbe dato più o meno un numero di racconti da coprire tutto l’arco dell’anno. Pirandello riuscì a raggiungere solo in parte l’obiettivo. Uscirono quattordici volumi in vita e uno subito dopo la morte, per un totale di quasi 250 novelle. Certamente, anche se i piani erano ben altri, un progetto di dimensioni titaniche!

Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello

 Abbiamo deciso di soffermarci su una in particolare per dare un’idea dello straordinario talento artistico dello scrittore e della sua poetica. Abbiamo scelto Il treno ha fischiato, pubblicata per la prima volta sulle pagine del “Corriere della Sera” nel 1914 e poi riunita nel quarto volume di Novelle per un anno dal titolo L’uomo solo.  La novella parla di un impiegato, Belluca, che una sera erompe in una sfuriata contro il suo capo-ufficio – cosa alquanto strana vista l’indole notoriamente tranquilla dell’uomo – al punto da farlo imbracare e trasportare di peso all’ospizio dei matti. I colleghi si interrogheranno a lungo sulle ragioni che hanno condotto Belluca a reagire con tanta violenza nei confronti del suo superiore, ma nessuno riuscirà ad arrivare a capo della faccenda. Solo grazie al racconto del narratore, che si scoprirà essere un vicino di casa di Belluca, il lettore comprenderà le reali motivazioni dell’impiegato, costretto a vivere una vita tormentata sia a casa che a lavoro, fino a che una sera non sente per caso il fischio di un treno, in lontananza, un suono che cambierà completamente il suo modo di approcciarsi alla vita.

Pirandello e l’alienazione dell’uomo moderno

Luigi Pirandello sceglie di iniziare la novella con le parole dei colleghi di lavoro che mostrano di essere più incuriositi che interessati alle reali condizioni di salute di Belluca, internato in manicomio dopo essere andato in escandescenza per un litigio con il capo-ufficio la sera prima. La loro è semplice civetteria e lo capiamo dal fatto che fanno a gara a riferire le parole dei medici ai colleghi che sopraggiungono, utilizzando lo stesso linguaggio specialistico (frenesia, encefalite, infiammazione della membrana, febbre cerebrale) che, nell’eccesso di tecnicismo, fa piombare in secondo piano l’uomo a cui tali diagnosi si riferiscono. Belluca è equiparato a un mentecatto, solo perché ripete costantemente quella frase, “Il treno ha fischiato”, che nessuno può comprendere perché nessuno era con Belluca la notte prima del litigio e solo lui può sapere quanto sia grande il senso di liberazione che si annida in quelle poche parole. Il nostro protagonista diventa in un certo senso emblema dell’uomo moderno, abituato a vedersi circondato di gente, ma impossibilito a instaurare un reale legame e una reale comunicazione con queste persone.

Vivere e sentirsi in prigione

La vita di Belluca ruota tutta attorno a due soli centri: casa e ufficio, ufficio e casa. Addetto alla contabilità, Belluca è lo zimbello di tutti e

cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute.

Niente. Belluca, mite come un agnellino, ha sempre accettato con rassegnazione ogni provocazione, ogni ingiusto dispetto da parte dei colleghi. Le cose non vanno meglio a casa, dove il povero impiegato si trova a dover provvedere al sostentamento di una moglie, una suocera e la sorella della suocera, tutte e tre cieche, due figlie vedove con sette figli in tutto, per un totale di dodici bocche, esclusa la sua, da sfamare, da sopportare. E in una condizione del genere, ci dice Pirandello, “Belluca s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva”.

Un treno che fischia nella notte        

D’improvviso l’illuminazione, l’avvenimento inaspettato che giunge a indicare una via di fuga e a ridare sapore alla vita. Un treno. Un treno che corre lontano, chissà dove, chissà per dove, nella notte. Belluca lo segue con l’immaginazione, e rivede le luci delle tante città che aveva conosciuto in gioventù, sente il brulicare delle genti, ammira le cime innevate delle montagne e le profondità abissali che risplendono al chiarore della luna. Il mondo è grande, veramente grande, e lui si è fatto piccolo, così piccolo, con quella sua vita grama, da dimenticare le tante meraviglie che lo circondano. Ma non sarà più così. Non vivrà più come un uccellino in gabbia. Sa che una fuga vera e propria sarebbe impossibile a causa delle responsabilità nei confronti dei parenti a carico. Perciò non pensa a niente di sovversivo, niente di rivoluzionario. Vuole scappare, sì, e lo farà, ma con l’immaginazione. Perché se l’uccellino non conosce altre forme se non quelle della gabbia in cui è sempre stato, non dimenticherà per questo di saper volare. E il mondo non si muove, sta lì, e sempre lo sarà, ora che si è ricordato come si fa.

Senza maschera

Belluca viene preso per matto perché gli altri non lo conoscono e non capiscono quale travaglio interiore si sia portato dietro per una vita. Mettetevi voi nei suoi panni, sembra dire Pirandello. Ma non lo dice, perché sa che la gente non capisce o fa finta di non capire. La follia è solo una scusa, una scusa che serve a contenere certi individui che vanno contro la norma e che non si è stati in grado di irreggimentare. Per questo la società ha inventato i pazzi, per isolare gli individui che non si sono omologati e che le potrebbero arrecare danno.

Ma una cosa Luigi Pirandello la sa bene e in uno dei suoi tanti scritti ce lo dice:

Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti

Siate quello che siete, insomma. E mostrate senza imbarazzo i vostri lineamenti, la vostra unicità. Forse vi prenderanno per matti, forse tenteranno di mettervi ai margini, ma di una cosa potrete sempre andare orgogliosi: che nessuna maschera nasconde il vostro volto.     

Massimo Vitulano
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