Neruda, suggestioni fra amore e solitudine

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Neruda è da sempre considerato il poeta dell’amore, un sentimento su cui sarebbe facile scivolare, dopo secoli di letteratura. Facile, sì, ma non per lui.


All’interno di Venti poesie d’amore e una canzone disperata, a cura di Giuseppe Bellini, edito per Passigli editori, Neruda canta l’amore nei suoi aspetti più travolgenti e dolorosi. Il poeta ha ricordato come la raccolta, originatasi da esperienze dense di sofferenza e malinconia, sia stata di conforto per molti lettori, che hanno trovato nei suoi versi “la strada della felicità”. Ed è proprio questo il compito della letteratura, per Neruda: una missione che non deve perdere di vista “il miglior approdo [che] può proporre un poeta alla sua opera”, offrendo una chiave di lettura feconda per interpretare se stessi e la realtà che ci circonda.

Neruda, suggestioni fra amore e solitudine 1
Ritratto fotografico di Neruda.


Perché tu mi oda (Para que tú me oigas) occupa la quinta posizione all’interno della raccolta. Neruda si rivolge alla propria interlocutrice, la cui dolorosa assenza è rievocata, all’interno del testo, facendo riferimento agli elementi della natura.
Sono le parole a congiungere i due amanti, accostate l’una all’altra come le perle di una collana; un legame, seppur fragile, che adorna la figura prediletta, per unirla a sé nella dolcezza dei ricordi passati.

Collana, sonaglio ebbro

per le tue mani dolci come l’uva.

Le parole prendono il volo, sollevandosi come un gabbiano che si allontana dalla riva su cui si infrangono le onde. Appena trascritte, perdono memoria del loro creatore e si rivolgono alla donna amata, diventando parte della sua essenza e del suo corpo. Si avvinghiano come tralci di edera, resistenti, tenaci, quasi a sostegno di un antico edificio, saldo e incerto al tempo stesso.

E le vedo lontane le mie parole.

Più che mie esse son tue.

Si arrampicano sul mio vecchio dolore come l’edera.

Si arrampicano così sulle pareti umide.

Superando la fisica distanza dei corpi, che si sono conosciuti donandosi l’un l’altro, le parole si intrecciano alla nuova loro signora, carnefice lucente, rifuggendo dal dolore che fa sprofondare l’innamorato in un antro oscuro, doloroso, colmo di lei. Ella non è presente, tuttavia è ovunque.

Sei tu la colpevole di questo gioco sanguinoso.

Esse fuggono dal mio rifugio oscuro.

Tu riempi tutto, tutto.

Neruda, suggestioni fra amore e solitudine 2
Neruda all’opera.

La richiesta di ascolto è quasi imperativa; il poeta vuole che l’amata udisca le sue parole, desidera che giungano alle sue orecchie, condotte dal vento in tempesta, come voci sofferenti e supplici. Un’invocazione dolorosa nella sua semplicità, mossa dal desiderio di amore e vicinanza.

Il vento dell’angoscia ancora le trascina.

Uragani di sogni a volte ancora le abbattono.

Senti altre voci nella mia voce addolorata.

Pianto di vecchie bocche, sangue di vecchie suppliche.

Amami, compagna. Non abbandonare. Seguimi.

Seguimi, compagna, in quest’onda di angoscia.

La conclusione fluttua con leggera malinconia, accoglie, con speranza, un’emozione che pare arrendersi al sentimento che anima il poeta, come se la donna non potesse far altro che ricambiarne la coinvolgente forza d’amore. La mancanza diventa reciproca appartenenza.

Ma vanno tingendosi del tuo amore le mie parole.

Tu occupi tutto, tutto.

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