Raffaello e la Pala Sistina del 1513-1514: un mistero mai risolto e il problema della decontestualizzazione

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Due putti in atteggiamento pensoso sono forse il dettaglio più noto di questo vero e proprio “unicum” di Raffaello, la tecnica dell’olio su tela viene infatti approcciata da questo artista solo nell’ultima fase della propria carriera pittorica. Il dettaglio è alla base di un’opera ben meno nota ma anche tra le più studiate da parte di artisti e letterati, si tratta della così detta “Madonna Sistina” e, ancora oggi, non si è certi sulle sue originali funzioni.

La storia di questa tela, oggi conservata all’interno della Gemäldegalerie di Dresda, è una tra le più oscure, su cui studiosi su studiosi cercano ininterrottamente di trovare delle risposte per mettere meglio a fuoco le circostanze in cui venne commissionata.

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Raffaello, Madonna Sistina (1513-1514)

Che funzione aveva la Madonna Sistina?

Quello che continua a portare fuori pista gli studiosi è il fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe supporre, le fonti relative a tale opera sono in realtà varie e tutte radicalmente diverse le une dalle altre.

Ipotesi di Carl Friedrich von Rumohr: secondo questo studioso tedesco, vissuto sul finire del ‘700 e la prima metà dell’800, l’opera doveva avere la funzione di stendardo processuale; a Rumohr risultava insolita la scelta dell’olio su tela, tecnica ancora non molto praticata da Raffaello in quegli anni. Ipotesi di Vasari: il biografo dei grandi artisti, lascia scritto che questa tela doveva essere stata dipinta per il convento di San Sisto a Pistoia, tuttavia sebbene Vasari sia una ricchissima fonte di informazioni, nel corso del tempo si è compresa la sua non sempre attendibilità.

Altre ipotesi vogliono che l’opera fosse stata commissionata dal papa dell’epoca, Giulio II, per la sua tomba, vista la presenza accanto alla madonna con il bambino di due santi: San Sisto (protettore di Sisto IV, papa appartenente alla stessa famiglia di Giulio II, i Della Rovere) e Santa Barbara (protettrice dell’ultima ora).

Questa ipotesi è stata però smentita, visto che della tomba di Giulio II ci sono pervenuti tutti i progetti michelangioleschi, in cui non compare una pala d’altare. Altri dicono che potrebbe essere stata commissionata da Giulio II e poi, a seguito della sua morte, venduta.

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Chiesa di San Sisto a Piacenza

L’ipotesi di Marielene Putscher del 1955 è la più accreditata, e legherebbe la pala alla sede piacentina di San Sisto, dove l’opera era posta a simulare una finestra proprio al centro dell’abside.

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Chiesa San Sisto a Piacenza, copia Madonna Sistina

Preso per vero questo, possiamo ora renderci conto del forte impatto visivo e quasi scenografico, che questa pala doveva avere sui fedeli. La Madonna appariva quindi fluttuante su una morbida distesa di nuvole e si affacciava sui fedeli come da una finestra, mentre un fascio di luce, morbido e santissimo le illuminava i profili del corpo, per evidenziarne la posa classica, su cui Raffaello fin dalla tenera età studiava.

Gli sguardi dei personaggi, le vesti mosse da un vento divino e i tendaggi, generano un movimento di tipo circolare, in cui lo spettatore si sente coinvolto.

Perché oggi la pala di Raffaello si trova a Dresda?

La fama del pittore di Urbino era tale da attirare l’attenzione dei più importanti sovrani europei. La Madonna Sistina, nel 1754, fu ceduta ad Augusto III di Sassonia, in cambio di una copia di Filippo Nogari, attualmente conservata nella Chiesa di San Sisto incastonata in una ricchissima cornice barocca, che ne annienta l’effetto illusionistico.

A quanto pare l’Imperatore la mise nella Sala del Trono, pronunciando queste testuali parole: “Fate posto al grande Raffaello”. Queste parole sono la testimonianza di come Raffaello incarnasse un ideale di grazia e bellezza in grado di attraversare le epoche.

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Madonna Sistina all’interno del Museo di Dresda

L’avventurosa storia della Madonna Sistina, però, non finisce qui, perché dovete sapere che nel 1945, durante la Seconda Guerra Mondiale fu trafugata e portata a Mosca. Solo dieci anni dopo si riuscì a riportarla a Dresda.

E perché non è stata restituita all’Italia?

Vorrei specificare, visto che spesso mi viene posta questa domanda (il classico “Ridateci la Gioconda”), che le restituzioni di opere in seguito a furti o scambi non autorizzati NON POSSONO tornare nel proprio paese di origine. Perché? Perché in questo caso, come in molti altri, dietro allo spostamento a Dresda del 1754, c’è un vero e proprio atto di acquisto, che testimonia la volontà da parte del Convento di San Sisto di cedere l’opera in cambio di denaro e una copia.

Viene da sé che non si può reclamare qualcosa di venduto, anche se 300 anni prima.

Ciò significa che la vendita fu un gesto di stupidità? Forse non si aveva avuto la lungimiranza di capire che un’opera del genere avrebbe portato flotte di pellegrini o forse lo sapevano perfettamente, ma la povertà, prima come anche ora, giustificava anche atti di tale gravità.

Il problema della decontestualizzazione

Quello della Madonna Sistina è un esempio lampante di come spesso i musei siano ottimi contenitori “salva freschezza” di opere così importanti, ma di come allo stesso tempo snaturino l’atto creativo celato dietro di esse. Sebbene opere come queste abbiano attirato e attirino ancora persone provenienti da tutto il mondo, la loro presenza nel museo può permetterne una fruizione limitata alla qualità tecnica dell’esecuzione e alla bellezza estetica, escludendo un coinvolgimento emotivo come quello che si doveva provare entrando nella Chiesa di San Sisto, dove la pala era simulazione di una finestra e quindi, di un’apparizione divina.

Guarda il tour virtuale delle Sale del Museo Gamaeldegalerie di Dresda

A presto cari lettori!

Eleonora Turli

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