Censura Cinematografica, il cinema non avrà più tagli

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Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha firmato il decreto che abolisce definitivamente la censura cinematografica.

«La censura cinematografica é stata abolita, definitivamente così come per sempre è stato superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti».

Con queste parole il ministro Franceschini apre una nuova stagione di libertà d’espressione culturale. Il percorso dell’arte, di qualsiasi forma e sostanza, è stata storicamente oggetto di limiti censori da parte delle autorità. Spesso celati da motivazioni quali il pudore e il buon costume, i veti artistici hanno da sempre suscitato clamore mediatico. Come dimenticare le numerose controversie legali che videro protagonista il film – oggetto di censura – del 1972, Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci? Oltre al Maestro Bertolucci, la censura in Italia mietò diverse vittime: da Totò a Kubrick, passando per Pasolini.

La censura cinematografica, tra storia e normative

Per censura cinematografica si intende, in generale, un insieme di procedimenti cautelari attraverso i quali le autorità competenti intervengono sull’opera al fine di “proteggere e tutelare” l’ordine pubblico. È nel 1913 che venne istituita la cd. Censura di Stato, con la creazione dell’ufficio Centrale di Revisione. In sostanza, venne creata una normativa che imponesse agli enti statali di vigilare e, quindi, intervenire sulle pellicole cinematografiche italiane ed estere qualora ritenute lesive dell’ordine pubblico.

Nel 1914, il Presidente del Consiglio Salandra firmò un regio decreto con il quale approvava il regolamento per l’esecuzione della legge Facta, il quale istituiva due commissioni, di primo e secondo grado, con compiti censori. Ma è con il regime fascista che la censura divenne vero e proprio strumento di lotta repressiva.

Il 1923, infatti, vide la prima riforma della censura cinematografica, la quale prevedeva l’obbligo di presentazione del copione, nonché una casistica più stringente su ciò che portare in scena. Con il regio decreto di riforma si istituì una vera e propria commissione composta non solo dalle istituzioni, ma anche da soggetti esterni (nello specifico, la commissione era formata da due funzionari della pubblica sicurezza, un magistrato, un educatore o un rappresentate di associazioni umanitarie, una madre di famiglia, un esperto di arte o letteratura e un pubblicista).

Nel 1926 fu introdotta anche la tutela dei minori, mediante un decreto che vietava la visione di taluni film ai minori di 16 anni. Mentre nel 1934 fu introdotta una Direzione Generale per la cinematografia.

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Censura Cinematografica, il cinema non avrà più tagli
Scena da Decameron di Pierpaolo Pasolini

Il ventennio fascista, come ho detto all’inizio, utilizzò la censura come strumento.

Non solo perché, come visto, venne usata come mezzo di repressione, ma venne utilizzata come strumento “educativo” per le masse, dai valori del regime. Tuttavia, contrariamente a quanto si può pensare, l’Era repubblicana non apportò modifiche che allentassero le misure censorie alla cinematografia. Non che i padri costituenti non ci pensassero ma, probabilmente stante il tessuto politico-sociale ancora troppo debole e provato da un regime dittatoriale che aveva messo in ginocchio uno stato intero, misero da parte tutti i possibili interventi più liberali.

In ogni caso, con l’art. 21 della Costituzione con il quale si stabiliva che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e “l’arte e la scienza sono libere e libero né è l’insegnamento”, ci si attendeva una legge successiva che andasse incontro a questo principio di arte come espressione libera. Invece, la legge n. 958 del 1949, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti che avrebbe dovuto sostenere e promuovere la crescita del cinema italiano, si limitò ad affermare che “nulla è innovato alle vigenti disposizioni concernenti il nulla-osta per la proiezione in pubblico e per l’esportazione dei film”.

Insomma, una legge che in sostanza non ha modificato un bel niente di quanto voluto dalla censura mussoliniana istituita nel 1923 e che aveva il solo scopo, non quello di allentare la censura cinematografica, bensì di limitare – quindi censurare – le opere neorealistiche che al tempo avanzavano e interessavano le scene cinefile.

Pensate solo che, con questa normativa, le sceneggiature erano soggette a controllo e approvazione di una commissione statale preventiva, le quali dovevano ottenere un nulla osta. Non c’era alcuna libertà d’espressione cineasta. La democrazia cristiana, con i tabù religiosi, aveva prevalso sulla sinistra e le sue battaglie. È un’epoca in cui il cinema fu vittima di tagli censori folli. Come la pellicola del 1950 “Adamo ed Eva” di Mario Mattoli, che fu radiata dalle sale cinematografiche nonostante il successo che stava ottenendo.

Non meglio andò a Monicelli e Steno con il loro “Totò e i re di Roma” o a Mario Camerini che, in “Suora Letizia” del 1957, gli fu intimato di tagliare la scena in cui alla monaca, interpretata da Anna Magnani, le cadeva la cuffia scoprendole il capo e rivelandone i capelli. Se vi viene da sorridere, vi capisco, dato che solo a pensare alla commissione che motiva la sua decisione censoria sulla base del “si vedono i capelli della suora”, va ridere. Come se le suore fossero sprovviste di un cuoio capelluto.

Ma vi dirò, se i capelli della Magnani non sono sfuggiti alla censura, i seni di Sophia Loren in “Due Notti con Cleopatra” driblarono l’ostacolo censorio, mostrando così le falle di un sistema che si ergeva a sostenitore della dignità morale, protettore del buon costume e garante del pudore sociale.

Ma torniamo al nostro excursus storico.

Si deve aspettare il 1962 – ben 13 anni dopo – quando venne approvata la legge di revisione dei film e dei lavori teatrali. Ma non credete a stravolgimenti, perché anche in questo caso, nonostante alcuni sporadici cambiamenti, il sistema resto pressoché immutato: assoggettamento del nulla osta per i film, con un parere reso da una commissione di primo grado (i quali ricorsi venivano sottoposti ad una di secondo grado), mentre i nulla osta venivano rilasciati dal ministero del turismo e dello spettacolo.

A fine degli anni ’50 i produttori, stufi delle continue ed incessanti interventi censori, decisero utilizzare degli escamotage per eludere la censura preventiva. Le cose andarono meglio, fin quando, nel 1960 la “Dolce Vita” fu vittima del sistema dell’epoca, facendo scandalo e arrivando in parlamento con le consuete interrogazioni sulla distribuzione, nonché sull’utilità della visione della pellicola. Da lì si avviò una crociata nei confronti del film di Federico Fellini, che fu preso di mira da tutti gli esponenti democristiani.

Ma l’enorme successo mondiale, mese ben presto a tacere le voci repressive italiane. E, nemmeno ve lo dico, molte di queste voci salirono sul carro del vincitore quando l’Academy riservo all’opera felliniana numerose candidature, così come ricevette molteplici riconoscimenti (dalla palma d’oro a Cannes, al David di Donatello, passando per il nastro d’argento). Da questo momento, il decennio del ’60 si mostrò tollerante con la cinematografia.

Lo stesso non si può dire del decennio successivo, dove la censura tornò ad infastidire registi e sceneggiatori per mano degli intoccabili “costumi religiosi”.

A farne le spese, fu anche Pier Paolo Pasolini con il suo “il Vangelo secondo Matteo”. Ma questi furono anche gli anni in cui si iniziò ad intravedere un primo scorcio di liberalizzazione. Sto parlando del film di Dino Risi “Vedo Nudo” del 1969, dove uno straordinario Nino Manfredi scherza con il concetto di nudità. Questi sono anni in cui l’influsso rivoluzionario sessantottino impermeò la società, sino a modificare, in qualche modo, i parametri dell’avvertimento pudico. Siamo davanti ad una società che si sta, seppur lentamente (ricordiamoci sempre che nel nostro paese la presenza clericale è più influente che negli altri stati), evolvendo e uscendo fuori dal bigottismo incessante.

Così nel 1971, Pasolini, vede ottenere un enorme successo per il suo “Decameron”. Ma il pudico sembra diventare “cosa vecchia” con l’epoca delle cd. commedie sexy all’italiana di Lando Buzzanca e Lino Banfi, che ebbero un successo esageratamente eclatante. Ma la liberalizzazione sessuale non fu oggetto solo di commedie, ma anche di pellicole che portano firme autorevoli, su tutte quella di Tinto Brass tra gli anni ’80 e ’90. Questi furono gli anni dove la censura non intervenne e i registi, consapevoli di questo atteggiamento da laissez faire delle autorità, si diedero alla pazza gioia (e non sto parlando del film di Virzì, ovviamente).

Parolacce, scene di nudo (perlopiù femminili), sproloqui e volgarità di ogni genere presero il sopravvento. Le sale cinematografiche sembravano luoghi di mercificazione del corpo della donna, di sfoghi popolani e di cinepanettone. Un cinema italiano talmente privo di contenuti che, non solo non aveva dato più spunti di interesse ai grandi festival internazionali – che da Rossellini a Fellini, passando per Mastroianni e Gasmann aveva giocato un ruolo primordiale – ma, evidentemente, era ritenuto talmente banale e poco influente per la società tanto da far disinteressare anche gli enti governativi che sembravano dire alle pellicole cinematografiche  “fate un pò come vi pare, tanto per quello che valete…”.

Quindi, nonostante una normativa alquanto censoria, la censura cinematografica non operò. Se fate bene attenzione, la censura cinematografica ha operato in un contesto socio-politico delicato, dove si politicizzava tutto. E il cinema, con la sua influenza neorealista, poteva dare non fastidi di poco conto.

Mentre le commedie, soprattutto quelle sexy, che tipi di fastidi potevano dare al tessuto politico? Quindi la censura  non interveniva. Ma c’era. E quando c’è una presenza così ingombrante, seppur inerme, è un limite per tutti coloro che vogliono creare opere con contenuti. Per questo motivo la battaglia di abolizione della censura cinematografica non si è mai placata, fino ad oggi che finalmente si è ottenuto un decreto che va a sopprimerla, definitivamente.

Una vittoria fondamentale per la libertà di espressione artistica contemplata dall’art. 21 della nostra costituzione. Dopo 73 anni, la legge italiana si è allineata con i principi costituzionali: il  cinema può dire addio ai mutilamenti delle sue opere. 

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