The Promised Neverland: recensione

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credits: monsayk_art

E’ da poco disponibile su Prime e Netflix la seconda (e finale) stagione di The Promised Neverland, anime tratto dall’omonimo manga e prodotto dallo studio Cloverworks.

Il mondo del manga è cambiato. Il cambio non è stato del tutto graduale, anzi, piuttosto netto; ci sono stati pochi titoli che hanno ridotto allo spessore di un foglio di carta la distanza fra shonen – genere storicamente diretto ai ragazzini maschi – e seinen – agli adulti: Berserk, 20th Century Boys, e, piu recentemente, Attack on Titan.

In sordina, nel 2016 usciva il primo capitolo di The Promised Neverland, manga scritto da Kaiu Shirai (vero nome ancora ignoto) e disegnato da Posuka Demizu, per la famosa rivista Shonen Jump.

Effettivamente, le promesse per un lavoro epocale c’erano tutte. L’idea di base era estremamente intelligente quanto semplice, e ricca di possibili spunti da esplorare – ma si sa, non tutti siamo George R. Martin in quanto ad abilità nello scovare nicchie interessanti nelle  maglie di un canovaccio di base: e, posso preannunciare, The Promised Neverland è una storia nient’affatto multisfaccettata.

Dunque. Dei bambini, di varie età, dai pochi mesi agli undici anni, vivono in un orfanotrofio. Sono cresciuti dalle “mamme”, donne vestite da cameriere che corrispondono all’archetipo della mamma occidentale: dolce, apprensiva, costante, una creatura piatta che vive per i suoi (molti) figli. I bambini sono costretti a dei test di intelligenza, prettamente logica, a difficoltà crescente. I tre protagonisti, Emma, Norman e Ray, sono fra i migliori: la prima per intelligenza emotiva e capacità fisiche, il secondo per strategia, il terzo per pura logica. Il focus della storia, soprattutto nel manga originale, è dal punto di vista di Emma, la tipica eroina senza macchia e senza paura degli shonen; i sotterfugi sono invece lasciati a Ray e Norman. Ad ogni modo, i bambini verranno dati in affidamento ad altre famiglie, inderogabilmente, a undici anni; tale affidamento può avvenire anche prima, in alcuni casi. Ed è proprio l’adozione improvvisa e inaspettata di una bambina, Conny, che porterà Emma e Ray a scoprire la verità su quell’orfanotrofio circondato da foreste.

Il topòs centrale di The Promised Neverland è, dunque, la ricerca della libertà. I bambini sono incredibilmente intelligenti – tanto da abusare della sospensione dell’incredulità, un artificio che francamente speravo essere stato superato dopo l’esperienza di Attack on Titan, Tokyo Ghoul, Seraph of the End – e anelano a scoprire cosa c’è oltre la foresta e le mura dell’orfanotrofio. Uno dopo l’altro, i segreti della loro Mamma, Isabella, vengono svelati e ritorti contro di lei. Che è il principale, involontario, tragico antagonista della storia. Si scoprirà infatti (SPOILER) che il mondo di The Promised Neverland è diviso in due: uno governato dai demoni, creature platealmente identiche a quelle create da Go Nagai con DevilMan – veramente, identiche, ed un lettore di classici non avrà bisogno di spiegazioni (sembra che l’eredità storica nei fumetti giapponesi stia iniziando, purtroppo a scemare) – e l’altra metà dagli umani. Le due razze si sono confrontate in una lunga guerra, a cui ha seguito una tregua: come sacrificio, Labirinto del Minotauro, gli umani hanno lasciato dei bambini nel mondo dei demoni, in modo che se ne cibassero. Infatti, per essi è necessario mangiare corpi umani per mantenere intelligenza e forma antropomorfa. Tranne che per una stirpe: quella della ragazza dal sangue maledetto, Mujica, che verrà incontrata dai ragazzini dopo la loro fuga dall’orfanotrofio.

Maggiormente nell’anime, ridicolmente strizzato in due stagioni, che nel manga, i punti fallaci della trama sono moltissimi. Primo fra tutti, la gestione dei tempi: la cronologia della storia è terribilmente confusa, la sottotrama di Minerva ha avuto origine in un’epoca imprecisata che non viene mai menzionata, così come la natura degli esperimenti sui bambini, il perché dell’astio di Norman verso la stirpe di Mujica, creatura sostanzialmente benevola. La narrazione procede poi per cliffhunger, stancanti ed esagerati, e per rivelazioni successive – non ci sono le supertrasformazioni dei super saiyan, ma trick mentali che, in un lavoro scanzonato come Le bizzarre avventure di Jojo sono perfettamente a tema, ma non in un lavoro che tratta di bambini cresciuti per essere bestiame. Godibile nel manga, in quanto gode di tempi maggiormente dilatati ed elevata cura nella caratterizzazione del personaggio di Isabella, forse unico vero successo della scrittura di Kaiu Shirai, la successione degli archi narrativi nell’anima è straniante e dà la sensazione, come appunto è, che manchino dei pezzi: ben due archi narrativi sono totalmente saltati, entrambi riguardanti Emma, in particolare la sua riscoperta di sé e fuga nel mondo Umano. Sul finale, liberamente consultabile su Prime Video, evito di spendere parole in quanto, per citare tre famosi comici italiani, il mio falegname con diecimila lire lo faceva meglio.

Da dove è derivato dunque il gigantesco successo di questo lavoro? Indubbiamente dalla scia in cui si è inscritto. Come già detto, pregevolissimi lavori recenti, come Attack on Titan, Demon Slayer, Tokyo Ghoul, Le bizzarre avventure di Jojo, i vari rifacimenti di Hunter x Hunter, Death Parade, Psycho Pass, hanno abituato Gen Z e Millennials – soprattutto i secondi, che sentono potentemente la mancanza di Ken il Guerriero – hanno sdoganato del tutto il mondo della narrazione giapponese al grande pubblico occidentale, che non relega piu tale intrattenimento a geek e nerd considerati sfigati senza vestiti firmati: è dunque il periodo giusto per sfornare l’ennesimo lavoro che parte da un’idea geniale, sfruttarla malissimo, ma condirlo con disegni e tavole assolutamente bellissime, perché le tavole di The Promised Neverland sono un piacere per gli occhi. E vedrai, prima o poi qualche studio d’animazione blasonato lo opzionerà. C’è forse, però, un altro aspetto da considerare, che parzialmente assolve il mangaka: i tempi sono strettissimi. La competizione è folle, e di certo Kaiu Shirai non era il compianto Kentaro Miura che si poteva permettere di far uscire un capitolo di Berserk quando preferiva; ha dovuto indubbiamente lavorare su tempi strettissimi, così stretti che forse la precisa costruzione della trama ne ha risentito.

Emma, Norman, Ray: banale sarebbe anticiparvi che la libertà tanto agognata viene raggiunta, perché The Promised Neverland è un lavoro romantico – nel senso letterario del termine – e i tre ricordano dei novelli Lord Byron e Gabriele D’annunzio alla conquista chi della Grecia, chi di Fiume, ed il lieto fine è scontato, ed il suo grado di dolce-amaro è così basso da causare, comunque, diabete mellito.  

Giulia Della Pelle
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