Abbey Road, tra storia e leggenda

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Sono passati esattamente cinquant’anni dall’uscita di Abbey Road, secondo molti l’album più ispirato della discografia dei Beatles.

Da allora pochi luoghi della musica rock sono diventati altrettanto iconici come la via situata tra Camden e Westminster a Londra. Ma andiamo con ordine, partendo dal disco. Abbey Road, oltre a rivestire un’enorme importanza per le innovazioni musicali e le canzoni passate alla storia, è l’ultimo lavoro registrato dai Beatles. Let it be, uscito nel 1970, era infatti stato registrato precedentemente, nei primi mesi del ’69.

Furono proprio le sedute a Twickenham, pare, che portarono alle accese discussioni tra i fab four, prodromiche della separazione.

Abbey Road, registrato dal 1° luglio fino ad agosto inoltrato, fu una sorta di nuovo viaggio di nozze prima della scissione finale. Pare certo che i Beatles sapessero che quelle sessioni sarebbero state le ultime e che si impegnarono a far filare tutto liscio come ai vecchi tempi.

Quello che viene fuori è un lavoro leggendario. Come Together, Something e Here Comes The Sun sono almeno tre capolavori tra i più celebri del canzoniere beatlesiano e di tutta la musica rock. I Want You (She’s So Heavy) è una delle rare incursioni della band nel blues, mentre You Never Give Me Your Money è un capolavoro di melodia, tipico di McCartney, che nasconde un duro j’accuse verso Allen Klein, manager voluto da Lennon e mai digerito – a ragione – dal Macca. Il pezzo apre anche la rivoluzionaria suite finale, anticipando una pratica che sarà d’obbligo col nascente rock progressivo.

Ogni canzone di Abbey Road meriterebbe un articolo, ci limitiamo a qualche curiosità.

Come Together, ad esempio, è un pezzo che diventerà un cavallo di battaglia del songbook di John Lennon. Il fatto di aver mantenuto una frase che cita l’amato Chuck Berry – Here come old flat-top – tratta da You Can’t Catch Me del ’56, costerà una causa – persa – intentata da Morris Levy. L’idea di rallentare il ritmo si deve a Paul. Come Together è inoltre l’ultimo pezzo in cui i Beatles lavorano tutti assieme.

Un altro classico di Abbey Road è la bellissima Something, scritta da George Harrison.

La vanzone è dedicata alla moglie Patti Boyd.
Diventerà il brano più coverizzato dopo Yesterday e il pezzo per eccellenza di Harrison. Il quale, tuttavia, pareva non credere molto nella composizione, tanto da proporla prima sia a Jackie Lomax che a Joe Cocker. Frank Sinatra, in uno slancio d’entusiasmo, la definì la più bella canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni.

Octopus’s Garden è uno degli infrequenti contributi autorali di Ringo Starr. Harrison – col suo consueto umorismo british – riteneva il testo di Ringo involontariamente profondo.

I Want You (She’s So Heavy) è una delle rare ma riuscite incursioni dei Beatles in atmosfere blues.

Il testo ripetitivo e la lunghezza inconsueta la fecero ritenere spesso noiosa, ma sono proprio queste caratteristiche rendono bene l’idea della dipendenza di John Lennon, che ne è l’autire, da Yoko Ono, e di quanto ne fosse esso stesso consapevole.

Ma oltre che nella leggenda musicale, il disco ha fatto sì che anche la via che gli dà il titolo e sulle cui strisce pedonali è ambientata la copertina, entrassero nel mito.

Abbey Road, una striscia di asfalto lunga quasi un chilometro e mezzo e realizzata nel XIX secolo e che collega Quex Road con Grove End Road, meta da allora di un pellegrinaggio di appassionati e curiosi. Eppure l’album si sarebbe dovuto intitolare Everest, titolo roboante e altisonante, ben diverso da quello poi adottato. In realtà il massiccio montuoso più alto del mondo c’entrava poco: Everest era la marca di sigarette preferita da Geoff Emerick, il manager di studio.

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Paul aveva le idee chiare, per scattare la foto di copertina sarebbero volati in Tibet.

L’idea incontrò dubbi da parte di Lennon e Harrison e gettò nello sconforto il pragmatico Ringo Starr: aveva senso arrivare in Tibet per scattare una foto?

Evidentemente no, visto che la scherzosa proposta del batterista di affacciarsi fuori dalla porta e farsi fotografare per strada, fu alla fine la trovata vincente. Lo scatto fu realizzato la mattina dell’8 agosto del 1969, dalle 11.30 in poi. Il fotografo Iain McMillan ipotizzò dieci minuti di lavoro; sarebbe bastato un poliziotto che fermasse il traffico per il poco tempo occorrente. Tuttavia le operazioni non furono così veloci, coi quattro costretti a fare avanti e indietro sulle celebri strisce almeno sei volte. Lo scatto prescelto fu il quinto.

La foto ritrae John Lennon in un completo bianco ai limiti del kitsch, Ringo in total black, George Harrison vestito completamente in jeans e Paul McCartney in grigio coi piedi scalzi. L’abbigliamento, che tanto avrebbe fatto almanaccare sui presunti significati nascosti, era in realtà casuale, quello che i quattro indossavano quel giorno. Alcuni dettagli furono interpretati a posteriori nell’ambito di Paul Is Dead, la bislacca leggenda che vorrebbe McCartney morto in un incidente stradale e sostituito segretamente da un sosia. Il bianco di Lennon simboleggia il lutto in alcune culture orientali e il nero di Starr lo stesso in quelle occidentali; la sigaretta tra le mani del bassista era all’epoca chiamata in gergo chiodo di bara; la camminata a piedi scalzi di Paul sarebbe un ulteriore simbolo di funerale, anche se a onor del vero Macca si tolse i sandali solo dopo i primi scatti perché sentiva caldo.

Inoltre, il Maggiolone posteggiato poco lontano è targato 28 IF (28 se) e Paul avrebbe avuto 28 anni se fosse stato vivo allora, come lo era.

Un’altra curiosità è rappresentata da Paul Cole, l’uomo che appare sul marciapiedi poco distante. Cole era un americano in vacanza a Londra e si trovò per caso a entrare nella storia. La sua vicenda è emblematica dell’approccio americano alla vecchia Europa: l’uomo, stanco di visitare musei tutti uguali – è lui a dirlo – assieme alla moglie, andò a fare due passi e attaccò bottone a un poliziotto sull’interessante argomento del traffico della città. È morto a 96 anni nel 2008, a Pensacola, senza aver mai ascoltato il disco di quei quattro che pensava fossero dei cretini che si divertivano a fare avanti e indietro sulle strisce pedonali.

Negli anni le famose strisce sono state attraversate da milioni di fan , ma anche da figure istituzionali come Margaret Thatcher o celebrità come i Simpson.

Innumerevoli i tributi, tra cui quelli dei Red Hot Chili Peppers e di George Benson, per non parlare di Paul McCartney stesso che, ironicamente, si fece di nuovo fotografare nell’83 per l’album Paul Is Live. Sui muri degli studi è possibile scrivere messaggi dedicati ai Beatles: ce ne sono talmente tanti che periodicamente le pareti vengono ridipinte per lasciare spazio ai nuovi.

Al di là della leggenda regalatagli dai quattro di Liverpool, gli studi di registrazione di Abbey Road meritano comunque un posto nella storia. La palazzina che li ospita fu costruita nel 1830 in stile georgiano e fu acquistata dalla EMI nel 1929.

L’inaugurazione come studio avvenne due anni dopo. I Beatles vi entrarono la prima volta il 6 giugno del 1962, portati da George Martin.

Fino ad Abbey Road registrarono lì il 90% della loro musica. Oltre all’iconica band, negli studi hanno registrato tantissimi artisti: i Pink Floyd registrarono tutti i loro lavori fino a Wish You Were Here e Syd Barrett vi incise i suoi due album. Ma, tra gli altri, registrarono Queen, Europe, Spandau Ballet, Simple Minds, Jeff Beck, The Police, Iron Maiden, U2, Muse, Oasis, Coldplay, Suzanne Vega, Kylie Minogue, Radiohead, Blur, The Killers, The Subways, Manic Street Preachers, Deep Purple, One Republic, Sigur Rós, The Shadows.

Abbey Road è insomma un pezzo di storia della musica. Una storia in cui, una volta tanto, possiamo fare tutti un giro, basta attraversare una strada.
Sulle strisce pedonali, mi raccomando.

Andrea La Rovere
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